Con i suoi baffi sale e pepe e il suo parlare schietto, José Mujica, Presidente dell’Uruguay, non è mai a corto di idee. Dopo aver proposto di aprire le frontiere del suo Paese agli immigrati, l’ex guerrigliero dei Tupamaros ha lanciato un altro sasso nello stagno. Il suo Governo ha presentato, il 20 Giugno scorso, un progetto di legge che prevede la legalizzazione della produzione e della distribuzione di cannabis “sotto lo stretto controllo dello Stato”. Ricordiamo che il consumo di cannabis è già legale in Uruguay, uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina, pioniere nel processo legislativo liberale.

Montevideo spera così di combattere meglio il traffico di droga e allontanare i consumatori dall’impasto base della cocaina (il  paco), a buon mercato, ma altamente nocivo per la salute. “Qualcuno deve pur cominciare in America del Sud. Dobbiamo cercare un’altra via, anche se molti trovano questa soluzione troppo audace”, si è giustificato Mujica. La proposta del Presidente eletto nel 2009, fa parte di un pacchetto formato da una quindicina di misure destinate alla lotta contro l’insicurezza. Il Governo prevede anche un inasprimento delle pene per gli atti di delinquenza commessi da parte dei minori, la corruzione e il traffico di paco. José Mujica si è lanciato in questa iniziativa perché l’Uruguay, piccolo Paesedi 3 milioni di abitanti, famoso per la sua sicurezza rispetto ai suoi vicini, ha accusato negli ultimi mesi una recrudescenza della criminalità. Alla fine del mese di Maggio sono stati denunciati 133 omicidi, il 70% in più che l’anno precedente. Secondo Montevideo, il mercato (sommerso) uruguaiano di marijuana si aggira intorno ai 75 milioni di dollari l’anno. Tra i fautori del “pro” e del “contro”, la controversia è molto accesa ed ha avuto grandi ripercussioni sul continente. Tanto più che la guerra al narcotraffico ha avuto risultati molto scarsi in tuttala regione. In particolare in Messico, dove la violenza legata ai cartelli della droga ha fatto 70 mila vittime dal 2006 ad oggi. L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, il cui rapporto per il 2012 è appena stato pubblicato, ha dichiarato che la repressione aveva indirettamente condotto alla creazione “di un mercato criminale, che ruota intorno al traffico di droga, di un valore stimato a 300 miliardi di dollari l’anno”. Ma il suo direttore, Yuri Fedotov, ha giudicato “deludente” la proposta uruguayana: “la cannabis non è una droga così innocente”, ha lamentato durante la presentazione del rapporto. Da parte sua, Juan Manuel Santos, Capo di Stato della Colombia, denuncia la decisione “unilaterale” dell’Uruguay e chiede un “approccio comune” al problema. “Se un Paese legalizza la marijuana e un altro mantiene il divieto assoluto, questo provoca delle distorsioni che spesso riescono solo ad aggravare il problema”, tiene a precisare. In Venezuela, il Ministro degli interni, Tarack El Aissami, si mostra scettico ed evoca la “trappola” di una misura “difensiva e non preventiva”.

Ma non si può negare l’evidenza e, di fronte ai ripetuti fallimenti, una nuova voce si sta alzando in Sudamerica, si cercano soluzioni “alternative”. Già durante l’ultimo summit delle Americhe, che si è tenuto a Cartaghena in Colombia, il caso “droga” è tornato perentoriamente alla ribalta e il Presidente del Guatemala, Otto Perez, il 7 Aprile scorso, ha dichiarato in un’intervista al Guardian di “voler abbandonare ogni posizione ideologica che sia di liberalizzazione o di proibizione e lanciare un vasto dialogo internazionale basato su un approccio pragmatico: la regolarizzazione del mercato della droga.” Ma in un continente formato da 34 Paesi con 34 idee diverse su come affrontare il problema, arrivare ad un accordo per una posta così alta diventa piuttosto complicato. Diversi Paesi, tra i quali gli Stati chiave nella produzione e nel traffico di droga, si oppongono a qualsiasi legalizzazione. La Bolivia – dove il peso dei produttori di coca grava nelle decisioni del Governo – ha già espresso il suo veto. Così anche il Perù, il Venezuela, Honduras, Nicaragua e il Messico – fedele al suo fratello del Nord –  almeno per il momento. Infatti l’esempio portoghese intriga molti di loro, ed è stato spesso citato. Il Paese iberico ha liberalizzato, nel 2001, il possesso di droga per uso personale, compresa la cocaina, l’eroina e le meta-anfetamine. Il modello dei Paesi Bassi, con tutti i suoi limiti, ha fatto storia.

Sicuramente la situazione attuale non rischia di subire grandi cambiamenti in Sudamerica, piccole “rivoluzioni” personali a parte. In piena campagna elettorale, gli Stati Uniti, principali fautori della repressione, non intraprenderanno nuove discussioni sulle strategie attuali. La legalizzazione non è un’opzione per i presidenti statunitensi anche se, per limitare il potere dell’Organizzazione degli Sati Americani, i Paesi  latinoamericani hanno fondato, nel Dicembre scorso, la Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi che va ad aggiungersi all’Unione delle nazioni Sudamericane. Queste due organizzazioni potrebbero giocare un ruolo chiave nel passaggio dal divieto alla legalizzazione. Da parte sua l’OSA pubblicherà nella primavera del 2013 uno studio globale sulle possibilità e le conseguenze della legalizzazione degli stupefacenti. L’Uruguay per ora sembra rimanere un fenomeno molto limitato visto le dimensioni del Paese, potremo dire quasi innocuo, di fronte ad un problema di dimensioni planetarie, che non può essere risolto in modo superficiale. La criminalità legata alla droga ha radici profonde ed infiltrazioni infinite e va affrontata cercando si soluzioni a 360°, ma soluzioni prese da chi ha giusta cognizione di causa. Un esempio: l’unità investigativa della Commissione Internazionale contro l’impunità in Guatemala, che da Settembre sarà guidata dall’italiano dott. Antonio Ingroia.

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