[Riceviamo e pubblichiamo questo Comunicato del Presidente Nazionale del PLI Enzo Palumbo, emesso dall’Ufficio Stampa del Partito Liberale Italiano. NdR]

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“Il gioco politico-giudiziario più in voga nelle ultime settimane è quello di gettare la pietra e nascondere la mano. Il Presidente Napolitano ha correttamente sollevato, a difesa delle prerogative dell’Istituzione  che rappresenta – ha affermato il Presidente Nazionale del PLI Enzo Palumbo – un conflitto che consentirà alla Consulta di scrivere una parola definitiva sulla questione, colmando un apparente vuoto della normativa, che per altro, con una lettura costituzionalmente orientata,  già oggi non lascia dubbi in ordine all’impossibilità di intercettare, sia pure indirettamente, le conversazioni del Quirinale.

E, mentre Napolitano agisce in termini strettamente istituzionali, ecco che c’è chi, per squallido calcolo politico, ne approfitta per tentare di mettere in difficoltà un Presidente che, in tutto il suo settennato, è stata l’unica reale garanzia per la tenuta di tutte le istituzioni della Repubblica.

Il PLI si schiera convintamente, senza se e senza ma, sulla posizione del Presidente Napolitano e, mentre auspica che la Consulta decida con assoluta urgenza il merito del conflitto, la cui soluzione non può attendere i normali tempi della giustizia costituzionale, sente il dovere – ha concluso Palumbo – di denunziare all’opinione pubblica l’irresponsabile gioco al massacro nei confronti di quella che ha dimostrato di essere l’unica istituzione realmente rappresentativa di tutto il Paese.”

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© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Giusto, giustissimo. Ma con un’aggiunta che ritengo importante. Se siamo – come siamo – fautori della divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), allora il divieto di intercettazione diretto e indiretto dovrebbe estendersi a sole quattro persone, rappresentative dei tre poteri: il presidente del Senato, il presidente della Camera, il presidente del Consiglio, il vicepresidente del CSM. Punto e basta. Ma allora – obietterà qualcuno – Morbelli ci vuole impedire di conoscere scena e retroscena delle case monegasche, delle riunioni letterecce e delle trattative Stato-mafia… A parte il fatto che la maggior parte delle notizie (e dei pettegolezzi) si sono avute per altre strade, ce ne faremo una ragione, cari amici.

    • Caro Enrico, ogni discussione in proposito va fatta alla luce della Costituzione vigente; e questa, all’art. 90, stabilisce che “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento e per attentato alla Costituzione”.
      Anche in attuazione di tale norma costituzionale, l’art. 7, comma 3, della L. 19-1989 ha stabilito: ” Nei confronti del Presidente della Repubblica non possono essere adottati i provvedimenti indicati nel comma 2 (p. e. intercettazioni, etc.) se non dopo che la Corte costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica”.
      Ben diversa è invece la normativa che riguarda le altre alte cariche dello Stato ed i parlamentari , che attualmente non godono della medesima copertura costituzionale e legislativa, essendo per altro evidente che non sarebbe in ogni caso giustificato di equiparare il P. d. R. (che è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale, art. 87 Cost.) alle altre cariche costituzionali (che invece rappresentano, specie nell’immaginario collettivo, solo una parte della Nazione, per intenderci quella che in quel momento ha vinto le elezioni).
      Ciò premesso, aggiungo che, a mio parere, ciò che vale per le intercettazioni c.d. “dirette”, dovrebbe valere anche per quelle c.d. “indirette”; se queste ultime fossero consentite nei confronti del P. d. R., e ne fossero consentiti l’ascolto e poi la valutazione (quand’anche fosse solo per poi dichiararne l’irrilevanza), ne conseguirebbe inevitabilmente che esse, prima di essere distrutte, dovrebbero passare al vaglio di un giudice, così divenendo automaticamente pubbliche e quindi vanificando la copertura di riservatezza stabilita unicamente per il P. d. R.
      Questa diversità di regolamentazione, che mi sembra una conclusione assolutamente logica ed in linea col sistema costituzionale, non è tuttavia esplicitamente stabilita dalla legge, che in proposito soffre di un vuoto, che ora la C. C. è chiamata a colmare a seguito del conflitto legittimamente sollevato dal P. d. R., e che, si badi bene, non ha nulla a che fare con le indagini in corso presso la Procura di Palermo, che quindi non subirà alcun condizionamento o alcuna interferenza in ragione di questo conflitto (questa parola attiene alla tecnica giuridica e non sottende alcuna valutazione negativa).
      Per la verità, a me sembra che già oggi una lettura “costituzionalmente orientata” avrebbe potuto fare propendere per l’ immediata sospensione e/o distruzione di quelle intercettazioni.
      Proprio questa è stata l’impostazione seguita nella risposta data dal Ministro della Giustizia Flick il 7 marzo 1997 (che rappresenta l’unico precedente in termini) in risposta all’interpellanza dell’ex presidente Cossiga con riferimento all’intercettazione di una conversazione indiretta tra il P. d. R. Scalfaro e l’a. d. della Banca Pop. di Novara.
      Nell’occasione Flick evidenziò che non poteva essere rimessa al sindacato successivo dell’autorità giudiziaria la distinzione tra atti riconducibili all’esercizio delle funzioni e atti estranei a tale esercizio; altrimenti, risulterebbe affidata alla magistratura una valutazione sugli atti riferibili al profilo funzionale dell’attività del Capo dello Stato, nonostante il nostro ordinamento ne preveda la totale irresponsabilità.
      Lo stesso Flick ammise però che quella da lui formulata era una “ricostruzione frutto di una interpretazione sistematica” della normativa in materia (costituzionale ed ordinaria).
      Era quindi auspicabile che il Parlamento si esprimesse in proposito con una più esplicita normativa; sono passati quindici anni, e non è successo nulla, e quindi, a me sembra che il P. d. R. bene abbia fatto ad investire la C. C. che, risolvendo il conflitto (ed eventualmente sollevando d’ufficio, dinanzi a sé stessa, un’apposita questione di legittimità costituzionale) potrà finalmente dire una parola definitiva in materia, evitando che in futuro altre questioni del genere abbiano a ripetersi.
      Con il che si rende evidente che il conflitto sollevato da Napolitano non è a tutela della sua persona, ma piuttosto a tutela delle prerogative costituzionali del P. d. R., quello di oggi e quelli di domani.
      Un caro abbraccio.

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