La fotografia scattata dall’Istat mostra che nel primo semestre del 2012 il tasso di disoccupazione cresce ancora, raggiungendo il 10,5% ed addirittura il 10,7% in relazione al mese di luglio 2012. La situazione è ancora più critica se si ha riguardo alla disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 35,3%.

Nonostante il fenomeno sia davvero preoccupante, i dati periodicamente diramati non destano più stupore, rappresentando graficamente una realtà che è ormai evidente a tutti. Al di là di numeri e percentuali, infatti, è difficile essere colti di sorpresa quando il Paese è investito da Nord a Sud da vertenze che riguardano centinaia di aziende italiane a rischio cassa integrazione.

La cronaca degli ultimi giorni ha visto come protagonistala Sardegna. Questa volta non vanno in scena acque cristalline, locali alla moda, barche milionarie che ospitano invidiati vip. Questa volta migliaia di lavoratori sardi, di regola taciturni, hanno interrotto il silenzio a difesa del loro posto di lavoro.

In particolare, la protesta ha assunto contorni alquanto delicati a Nuraxi Figus, dove, accompagnata dall’intervento dei rappresentanti sindacali, prosegue ad oltranza la manifestazione dei minatori che vivono barricati a centinaia di metri sottoterra, nel cuore della miniera della Carbosulcis, la cui chiusura è stata paventata per la fine dell’anno.

Legittimo il diritto di scioperare, massima solidarietà per il popolo sardo, per il quale l’interruzione definitiva della attività di estrazione e le conseguenze negative che si riverbererebbero nell’intero indotto determinerebbero un grave vulnus per l’economia isolana, già tristemente provata.

D’altra parte, contestualmente alla vertenza Carbosulcis, in Italia molti altri lavoratori stanno perdendo o  hanno già perso il loro posto di lavoro, senza che, tuttavia, venga dato lo stesso risalto dai mezzi di comunicazione.

In buona sostanza, nessuno ne parla. Con buona probabilità ciò è dovuto all’assenza della forze sindacali che intervengono a tutelare i loro iscritti e ad organizzare esse stesse le forme di manifestazione.

Non è un mistero che, in Italia, l’intervento dei sindacati amplifica il clamore della protesta, facendole assumere toni particolarmente accesi ed alimentando il clima di tensione nella comunicazione e nei rapporti tra i lavoratori e le Istituzioni chiamate ad intervenire.

Ma, a fronte di ciò, può ancora il nostro Paese permettersi di prolungare l’agonia di aziende ormai vetuste e costosissime per salvare dei posti di lavoro, senza operare alcuna scelta politica di ampio respiro solo per tacitare le manifestazioni di popolo e i “ricatti” provenienti dai sindacati?

Con riguardo alla Carbosulcis, va detto che il sito estrattivo di proprietà della Regione Sardegna costa qualche decina di milioni di euro all’anno e non offre oggettive prospettive di sopravvivenza, a livello industriale e in chiave occupazionale.

È evidente, dunque, come gli impianti ed il processo produttivo, così come sono allo stato attuale, non godano di buona salute e come siano destinati ad un rapido ed inesorabile declino. È altrettanto evidente come la soluzione di prolungare forzatamente e ad altissimo costo l’attività della miniera, al solo fine di evitare l’altrimenti imminente cassa integrazione, costituisca un palliativo di breve periodo, che non offre garanzie per il futuro e che, in ogni caso, non eviterà l’inevitabile chiusura del sito.

Non sarebbe, dunque, meglio staccare la spina, riconvertire gli impianti, formare i lavoratori, creare nuove professionalità e nuovi posti di lavoro, riavviando così il sistema economico e ponendolo al passo con gli altri paesi industrializzati?

Eppure i sindacati non sembrano dare peso alla reale situazione e continuano a portare avanti delle battaglie di posizione, relegandosi il ruolo di protagonisti sulla scena dell’immobilismo sociale ed economico, di abili demagoghi e di egoistici profittatori delle disgrazie altrui.

Ancora una volta – e per fortuna, diremmo – è compito della politica prendere in mano la situazione ed affrontare la sfida della modernità. Qualche speranza in tale direzione è giunta dalla determinazione del Ministero dello sviluppo economico, la cui volontà pare quella di rivedere il progetto “carbone verde” redatto dalla Regione Sardegna, per aggiornarlo e renderlo compatibile con le migliori tecnologie ed economicamente sostenibile. Avviare, dunque, un processo produttivo all’avanguardia capace di attrarre fondi europei o, comunque, appetibile rispetto ad investimenti privati.

Senza dubbio è il momento di bandire confusione, incertezza, scelte populistiche e mistificazioni della realtà, da qualunque parte esse provengano. È il tempo di decisioni di opportunità e ragionevolezza, secondo la migliore scienza e sapienza. È il momento di andare a fondo nella conoscenza delle problematiche che affliggono il nostro Paese, di abbandonare la vecchia mentalità conservatrice e gli infruttuosi metodi assistenzialistici, di prospettare ed attuare soluzioni di ampio respiro.

L’auspicio è che la politica sappia cogliere il guanto di sfida e mostrare le proprie virtù. I tempi sono maturi. Gli italiani attendono risposte.

© Rivoluzione Liberale

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