Al di là dei suoi investimenti finanziari all’estero e del suo attivismo nello sport, Doha moltiplica i suoi contatti in Medioriente, movimenti islamici compresi.

Da quanto il Qatar ha preso, per 40 milioni di euro, il controllo del PSG (Paris Saint Germain), è onnipresente nei media francesi e non solo. Questo imperversare dovuto alla sua diplomazia sportiva non deve però nascondere il peso economico e strategico del Paese. Sottomesso agli appetiti di antagonisti come Arabia Saudita e Iran, in una zona tormentata e troppo debole per difendersi da solo, abbastanza ricco per eccitare la cupidigia, il Qatar ha scelto la Francia come ausiliario per la sua sicurezza, accanto all’accordo principale sottoscritto con gli americani, giudicati poco affidabili in caso di problemi gravi con Riyad.

L’esplosione dei prezzi delle materie prime energetiche ha dato una incredibile forza d’attacco finanziario a questo piccolo Emirato scarsamente popolato. E’ gestita con rigore da squadre competenti, riunite intorno ad un piccolo nucleo di dirigenti che vogliono compensare la debolezza strategica del Paese con una visione a lungo termine. Il Qatar vuole esistere sulle carte, Al-Jazeera e lo sport ne sono i vettori e, a lungo termine, gli investimenti all’estero ne sono il mezzo. Vuole esistere strategicamente, con la certezza che la globalizzazione, se si è ricchi, permette di sfuggire parzialmente ai limiti demografici. Accusato di essere, via Al-Jazeera, il portavoce di Bin Laden, il Qatar ospita la base militare del Centcom (U.S. Central Command) dalla quale è partita la guerra in Irak nel 2003. Fermo sostenitore di Hamas, ha dato alloggio – sin dall’inizio della guerra –  ad un ufficio d’affari israeliano ed accolto nel 2008, durante una conferenza internazionale, Tzipi Livni, allora Ministro degli Affari Esteri di Israele. Gioca il ruolo d’intermediario tra le fazioni sudanesi, partecipa attivamente alla ricostruzione del Sud del Libano, in buona intesa con Hezbollah. Questi contatti non sono contraddittori, il Qatar è pragmatico, discute con tutti quelli che contano. Laddove l’Arabia Saudita vuol fare proselitismo religioso, il Qatar tiene conto dei rapporti di forza e si conforma alle realtà del territorio per difendere il suo interesse nazionale. L’apertura, mesi fa, di una rappresentanza di talebani a Doha, non ha infastidito gli americani ma, al contrario, ha permesso loro di intrecciare contatti utili per il futuro. Il Qatar massimizza la sua influenza là dove può. Lo fa dunque anche con i movimenti islamisti, senza limitare però il suo campo d’azione.

Al-Jazeera si è mobilitata contro Ben Ali e Mubarak. Ma il Qatar è andato ancora più lontano partecipando militarmente alla guerra in Libia, senza parlare dell’aiuto materiale fornito al Consiglio Nazionale di Transizione. Il Qatar ha fornito l’avallo arabo all’intervento della NATO e l’ha fatto sia per ampliare i collegamenti con gli occidentali belligeranti che per aiutare le forze islamiste. Il Qatar  guida la campagna in seno alla Lega Araba contro il regime siriano. Si tratta, al di là della lotta contro il regime repressivo, di combattere un alleato dell’Iran.

La questione ora è capire se il Qatar non rischi – paradosso per un piccolo Paese – la sovraestensione imperiale e non appaia troppo ingordo, troppo attivo. Di fronte ad un’Arabia Saudita “paralizzata” dalla Primavera araba, un Irak ancora dilaniato e un Egitto nella tormenta, la sua azione, inizialmente vista con grande favore, ora sembra suscitare solo gelosia.

© Rivoluzione Liberale

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