Come se non bastassero  le tante miserie quotidiane, é tornata ad affliggerci una nuova, torbida stagione di pugnali e veleni, questa volta diretti, almeno in apparenza, al Capo dello Stato. E siamo tornati ad assistere alla solita fiera di vere o finte indignazioni, di vere o finte solidarietà, di vere o finte denunce di manovre destabilizzanti: denunce legittime e probabilmente fondate, ma francamente insopportabili se chi le profferisce parla in astratto, non ne identifica chiaramente gli autori,  e non fa insomma  quello che da una classe dirigente seria i cittadini hanno il diritto di attendersi: indicare chiaramente, con nome e cognome, i presunti responsabili di attentati alla stabilità del Paese e delle sue istituzioni, o quelli che si ritengano tali, denunciarli senza mezzi termini all’opinione pubblica e magari all’Autorità giudiziaria; altrimenti, non si fa che contribuire alla confusione, allo sconcerto della gente, che si vede avvolta da miasmi di cui non può  identificare l’origine.  In realtà, chi denuncia questi miasmi senza additarne i colpevoli, contribuisce proprio a creare quella cortina di fumo, quella confusione, a rendere peggiori i veleni,  scopo degli autori di essi.

Questo vale per i politici che si sono succeduti alla TV con dichiarazioni tanto perentorie quanto vaghe, ma deve valere soprattutto, spiace dirlo, per le istituzioni: per il Capo dello Stato e per il Governo, che dovrebbero avere i mezzi per sapere la verità – e sarebbe gravissimo se non li avessero, o se questa verità tacessero – e vale per il Procuratore Generale antimafia: risulta irritante che il dottor Grasso parli genericamente di “menti raffinatissime” (definizione sulla quale ho molti dubbi);  chi sono questi cervelli? Considerando la posizione del dottor Grasso, è logico pensare alla Mafia: ma il Procuratore Generale lo confermi chiaramente  e, se ha in mente persone concrete, e ritiene di poterlo ragionevolmente provare, lo dica o stia zitto: non contribuisca anche lui ad alimentare il timore, la frustrazione della gente.

Lo stesso vale per la stampa indipendente, pronta a  diffondere e amplificare i veleni – d’accordo, è il suo mestiere, ma un po’ di discriminazione e autocontrollo non guasterebbero – astenendosi però dall’ indicare i colpevoli, sia pure in via di ipotesi  (non lo sa, o ha paura di querele? Ma dove va a finire il giornalismo libero?).  Che io sappia, solo il nostro Stefano Angeli, su queste colonne, ha tentato una ricostruzione verosimile dei fatti e chiamato i responsabili con nome e cognome.

Cerchiamo dunque di andare al di là della cortina di fumo, delle dichiarazioni e delle polemiche vuote e strumentali  e di fissare, astenendoci da fastidiose dietrologie, almeno qualche ragionevole punto fermo che ci aiuti a orientarci tra i miasmi.

Il primo punto va rilevato con  chiarezza, anche a rischio di andare controcorrente: la trattativa Stato-Mafia, se ci fosse stata  (ed è assai probabile che approcci ci siano stati, anche se non è chiaro a quale livello) avrebbe costituito  una decisione di governo nel senso più completo: una decisione sbagliata e condannabile, malgrado l’intenzione che era di evitare al Paese altro sangue, altre stragi ma una decisione che implica una responsabilità politica, da fare oggetto eventualmente di indagine parlamentare, ma non penale. E difatti la Procura di Palermo ha dovuto inventarsi una ipotesi di reato tirata per i capelli: “violenza e attentato a un corpo dello Stato”, per avere (sic) “ incoraggiato la criminalità organizzata nella sua linea di ricatto alle istituzioni”,  che il giudice delle indagini preliminari dovrebbe respingere in limine. E dunque,  perché una parte della Magistratura vi  insiste tanto, dedicandovi uomini, tempo e risorse meglio impiegabili in altre più utili azioni ? È naturale e spontanea l’ipotesi  che una parte, magari esigua,  della Magistratura, sia interessata a discreditare e intimidire quella classe politica, quelle istituzioni, che da tempo tentano, anche se finora con scarso successo, di correggerne gli eccessi e limitarne i privilegi. Non stupisce che l’ineffabile  Di Pietro, nel suo servilismo alla Magistratura e nella sua smania persecutoria, lo approvi e lo sostenga, anche se l’indagine coinvolge esponenti di quel centrosinistra a cui dice di appartenere. E non stupisce che tra i cani latranti ci siano stati i vari  Gasparri, Cicchitto e compagnia,  intenti a scaricare sul centrosinistra i sospetti  di collusione con la Mafia che pesano sui loro referenti politici (ma ora che Dell’Utri appare tra gli indagati di Palermo è probabile che ci ripensino). Nel suo insieme, comunque, tutta la vicenda – pur se ammantata dalle apparenze di un’operazione di verità e di giustizia – sa di fango inutilmente rimestato. È davvero essenziale per la buona salute della Repubblica mettere all’indice personaggi, come Mancino e lo stesso Ciampi, ormai completamente fuori del gioco politico, relitti di una fase largamente superata, ma non privi di meriti di fronte al Paese?

Il secondo punto fermo è che Giorgio Napolitano non può essere sospettato di nessuna azione minimamente rilevante sotto il profilo penale, o anche soltanto moralmente riprovevole. Che abbia parlato al telefono con Mancino, ascoltandone le preoccupazioni e magari cercando di confortarlo, è normale e legittimo, dato il passato di Mancino e la sua qualità di ex-Vicepresidente del CSM. Ma è completamente escluso che il Presidente abbia posto in essere alcun tentativo di interferenza nel procedimento in corso (sola condotta che sarebbe condannabile); e difatti non vi è di questo la minima traccia, né nelle intercettazioni pubblicate né in qualsiasi atto disponibile, e la stessa Procura palermitana si sbraccia a negarlo. Bene ha dunque fatto il PLI, attraverso il suo Presidente, a schierarsi subito e apertamente dal lato del Capo dello Stato.

Il terzo punto attiene al metodo con cui l’attacco a Napolitano è stato condotto: dapprima i sospetti gettati sul suo consigliere giuridico, D’Ambrosio, che ha pagato con la vita l’amarezza di tanto fango costruito sul nulla; in questa fase, non era facilmente decifrabile la mano del colpevole; era tuttavia certo che non vi erano estranei magistrati abituati a servirsi spregiudicatamente di filtrazioni alla stampa di atti che dovrebbero essere coperti dal più rigoroso segreto istruttorio, nel condurre la loro guerra alla politica e alle istituzioni. Nel farlo, la Procura di Palermo ha commesso varie irregolarità e forse veri e propri reati: non siamo tanto ingenui da sperare che i responsabili siano sanzionati, ma  bene ha fatto il Capo dello Stato a sollevare la questione davanti alla Corte Costituzionale.

Nella seconda fase, disperso il fumo del primo razzo, si è ricorsi a qualcosa di più sottile e potenzialmente dannoso: gettare sospetto sullo stesso Napolitano, attraverso una ricostruzione del tutto gratuita di intercettazioni, comunque illegali e in più, come si è affrettato a spiegare la Procura palermitana, di nessuna rilevanza. E qui la mano che ha lanciato il sasso, per poi nascondersi, comincia a mostrarsi chiaramente. Qual è il settimanale che ha sollevato il polverone? Panorama. E a chi appartiene Panorama? Alla Mondadori? E a chi appartiene la Mondadori? Alla famiglia Berlusconi. E  non ci si venga a parlare di libertà delle testate, una comoda illusione in un universo chiuso e servile come quello del Cavaliere. Poco importano le indignate dichiarazioni di Berlusconi, giorno per giorno smentite dalla rabbiosa campagna condotta da tutti, dico tutti, i fogli di sua proprietà. E poco importa, relativamente, se il colpo fosse diretto al Capo dello Stato, alla Magistratura, o a tutti e due, oggetti non poi tanto misteriosi della vendicativa rabbia del Cavaliere. Il  metodo  non è diverso da quello usato per cercare di demolire a suo tempo Gianfranco Fini: siamo certi che il risultato sarà altrettanto nullo.

Infine, un quarto punto: non tanto le intercettazioni (che comunque dovrebbero essere disciplinate, senza peraltro diminuirle l’utilità ai fini delle indagini contro la criminalità), ma la loro indiscriminata pubblicazione nella stampa, sono un problema  davvero urgente e grave, ed è augurabile che – nella dimostrata impotenza dei Partiti a questo riguardo – sia il Governo a porvi  mano con proposte equilibrate e condivisibili. E si lasci poi i vari Di Pietro ringhiare, si lasci la corporazione giornalistica strillare sulla libertà di stampa compromessa: in un Paese civile, la prima libertà, il primo diritto, è a non essere diffamati pubblicamente, e non dover sottostare a una gogna spesso irreparabile. Tutto il resto nasconde interessi non confessabili e alimenta  manovre spregevoli, che dovrebbero essere respinte con indignazione da qualsiasi Paese civile.

© Rivoluzione Liberale

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