A pochi giorni dalla sentenza della Corte Suprema indiana, sui ricorsi italiani a proposito di giurisdizione, vorrei affrontare la vicenda dei nostri due militari detenuti in India da ormai oltre sei mesi. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, fucilieri della Marina Militare Italiana, sono infatti ancora a tutt’oggi detenuti dallo stato indiano del Kerala, anche se non più all’interno di una struttura carceraria, ed il loro futuro appare ancora molto incerto. Sulla vicenda da un po’ di tempo è sceso un certo silenzio, dopo che un movimento d’opinione, e qualche tentativo di speculazione politica, ne avevano fatto notizia da prima pagina per diverse settimane.

Confidiamo che il silenzio di queste ultime settimane sia stato operoso da parte della nostra diplomazia, anche se apparentemente la sorte dei due militari sembra ancora troppo legata ai non sempre lineari percorsi della giustizia indiana. In attesa di sviluppi giudiziari vorrei però evidenziare come questo incidente abbia messo in luce una clamorosa falla nell’organizzazione ed esecuzione di tali tipi di servizi di sicurezza marittima attuate dal governo italiano.

Poco si sa di ciò che è realmente accaduto nel caso specifico, dato che le ricostruzioni fatte dalle autorità indiane lasciano quantomeno aperti numerosi dubbi, ma sappiamo per certo che nella gestione delle autorità italiane, civili e militari, ci furono nell’occasione molta confusione e non pochi errori.

Di certo gli accordi siglati tra ministero della difesa, allora retto da Ignazio La Russa, e le compagnie armatoriali lasciavano evidentemente ampi spazi di incertezza nel ruolo che avrebbe dovuto essere svolto dai militari distaccati a protezione delle navi civili e nell’inquadramento che questi uomini avrebbero dovuto avere, nonché sulla linea di comando in caso di incidente. I militari svolgevano una funzione propria delle forze armate, ovvero di difesa del suolo nazionale, come in acque internazionali risultano essere navi battenti bandiera italiana, quindi sarebbero dovuti comunque dipendere da comandi militari e dalla responsabilità del ministero della difesa.

Invece, almeno all’apparenza dei fatti, questi soldati erano totalmente sottoposti alle decisioni del comandante civile del natante su cui erano imbarcati, quasi fossero mercenari a busta paga delle compagnie, una cosa che qualunque militare sa essere inaccettabile per un componente delle Forze Armate e pure piuttosto pericolosa. Sono state proprio le discutibili decisioni del comandante della nave, di attraccare al porto del Kerala e di sbarcare i due militari, che hanno creato le condizioni per questa incresciosissima situazione.

Eppure le autorità di governo, dell’attuale governo stavolta, e le autorità militari dovevano essere state immediatamente avvertite dell’accaduto e avrebbero dovuto subito attivarsi per impedire che i propri uomini fossero consegnati alle autorità locali indiane, la cui poca affidabilità è nota. Sappiamo infatti che molte delle motivazioni per cui lo stato del Kerala insiste nel perseguire i nostri fucilieri deriva dalla rivalità politica tra questo stato e le autorità nazionali indiane, probabilmente assai più propense a chiudere l’incidente.

Confidiamo che la pressione diplomatica, e l’abilità dei nostri avvocati, siano in grado di risolvere in fretta la questione, e riportino i marò a casa, ma non possiamo considerare chiuso il caso riguardo alle responsabilità dell’accaduto, da dividersi evidentemente tra chi organizzò il servizio, decise le regole di ingaggio e la linea di comando, e chi poi avrebbe dovuto gestire l’emergenza senza lasciare il destino dei militari in mano al comandante civile della nave, o peggio ancora all’armatore.

E qui le responsabilità sono, a mio avviso, al massimo livello ministeriale sia dell’attuale governo che del precedente.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Finalmente una ricostruzione seria e accurata di una vicenda effettivamente oscura. Finora avevamo letto solo virtuose indignazioni contro la giustizia indiana (sará davvero piú politicizzata della nostra?), accuse di inefficienza della nostra diplomazia (ma che dovrebbe fare di piú?) e persino appelli a non specificate azioni di forza, non si sa se militare, economica o diplomatica (ci si era messo persino Panebianco sul Corriere). E tutto per compiacere un’opinione pubblica superficiale e imnpressionistica, che poi, rapidamente, si é scordata della questione. E nessuno si era curato di ricordare che, alla base, ci sono morti innocenti per un’azione quantomeno imprudente dei due militari e inoltre, piú gravi ancora, le responsabilitá di chi li ha consegnmati alla giustizia indiana mercé la colpevole non chiarezza delle regole stabilite al tempo dell’ineffabile Ministro Larussa (speriamo che il bravissimo Ministro Di Paola vi abbia messo, o stia mettendovi, riparo): responsabilitá che lei mette cosí bene in luce. Complimenti! É cosí che si fa informazione vera e non solo titoloni a effetto!

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