Cyril (Thomas Doret), dodicenne, vive in un centro d’accoglienza per l’infanzia, dove il padre (Jérémie Renier) l’ha abbandonato “provvisoriamente”, promettendogli, ipocritamente, che sarebbe presto ritornato, per riportarlo a casa e occuparsi di lui. Tuttavia, l’ostinato ragazzino non si arrende alla dolorosa evidenza del suo rifiuto, mettendosi alla ricerca del genitore con tutti i mezzi possibili. S’imbatte così in Samantha (Cecile de France), giovane e dolce parrucchiera che si affeziona subito a lui, aiutandolo nella sua disperata quête, e prendendosene cura, dopo la definitiva respinta del padre, che ha anche venduto la sua adorata bicicletta. La convivenza, però, è tutt’altro che semplice e pacifica. Cyril, infatti, nonostante le ammonizioni di Samantha, entra nel giro della micro-criminalità della città, seguendo le orme di un teppistello di quartiere, che lo convince a compiere violenti crimini contro altri uomini, che a loro volta rispondono con lo stesso comportamento. Saranno però proprio questi errori a fargli capire che solo Samantha è capace di dargli quell’affetto che ha sempre ricercato.

Presentato in concorso alla sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes, il nuovo film dei fratelli Dardenne tratta ancora una volta, dopo La promesse, Rosetta, Il figlio e L’enfant, le tematiche sociali a loro care: il problematico rapporto genitore-figlio, l’infanzia incompresa, l’insensibilità paterna e l’affetto materno, il possibile riscatto dell’individuo e dell’intero genere umano. La macchina da presa dei due fratelli belgi accompagna la promenade in bicicletta dell’irrequieto Cyril, attraverso quello che è un vero e proprio bildungsroman. Esperienza dopo esperienza l’enfant dei Dardenne resiste perseverante e a muso duro al vuoto morale e affettivo da cui è attorniato, fino a che non giunge in suo aiuto la protettiva Samantha, quasi in veste di deus ex-machina, che lo allontana dai cattivi esempi, il padre codardo e lo sbandatello approfittatore, per riportarlo sulla giusta via: quella del possibile riscatto individuale, malgrado la posizione sociale.

Il ragazzo con la bicicletta coinvolge e incanta per sensibilità tematica e delicatezza estetica, ma il ritmo registico non è, come di consueto per Jean-Pierre e Luc Dardenne, sapientemente cadenzato fino in fondo. Lo strano epilogo, infatti, risolve troppo frettolosamente la vicenda, lasciandoci l’amara sensazione del “non sapevamo come finirlo”. Peccato, poteva essere un altro, l’ennesimo, capolavoro dardenniano.

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