Per qualche tempo, i vari corvi che speculano sul fallimento dell’Europa, oltre che enfatizzare oltre ogni ragionevole limite le critiche della Bundesbank a Mario Draghi, si erano dilettati a pronosticare (a sperare?) una bocciatura della Corte Costituzionale tedesca al Fondo Salvastati. In una nota di qualche giorno fa scrivemmo che, in Germania, la politica la fanno Governo e Parlamento, non la Bundesbank e nemmeno i giudici e che non c’era davvero nessun motivo per porre in dubbio, un giorno sì e un  l’altro pure, l’impegno europeistico della Cancelliera Merkel e della sua maggioranza, osservando che tutti i dubbi al riguardo, quando non interessati  per un semplice calcolo speculativo antieuro, si fondavano su una completa sconoscenza delle origini e dei fondamenta dell’Unione Monetaria, nata al momento della riunificazione tedesca come mezzo per tenere la Germania ancorata all’Europa, condizione perché il resto del continente e del mondo, Francia in testa, accettasse senza troppe riserve e timori la nuova, grande Germania: decisione politica, dunque, e della politica più alta, quella che  tanti nanerottoli, nostrani e altri, non sono capaci di comprendere e, meno che mai, di elevarsi al suo livello.

La decisione della Corte Costituzionale di Karlsruhe, responsabile, intelligente e per noi francamente scontata, è venuta a porre un termine a quel tormentone estivo e forse ad attenuare un po’ il gratuito, fastidioso antigermanesimo alimentato dai nanerottoli. Ma il tormentone antieuropeo non finisce qui: ora non è solo Maroni (la cosa non sorprenderebbe nessuno, dato il becero populismo della Lega) ad invocare un referendum sull’euro e sull’Europa; ora ci si mette anche Giulio Tremonti e lo fa in una sede quasi istituzionale, quello studio Ambrosetti che da anni raccoglie il meglio dell’economia, della politica e del pensiero italiani.

Tremonti è stato un Ministro dell’Economia piuttosto affetto alla “finanza creativa” e, alla fine, incapace di mettere un argine alle insensatezze berlusconiane, ma non vi è ragione per ritenerlo un avventuriero e un ignorante. Ed è da supporre che  sia perfettamente  al corrente della necessità per l’Italia di una politica di serietà fiscale, della difficoltà di farla accettare dall’interno e, quindi, della necessità di controlli esterni (fu la ragione per cui Carli, Draghi e alla fine lo stesso Andreotti, spinsero per il Trattato di Maastricht in quella indimenticabile notte del 1991). I vari piani che ha presentato quando era Ministro andavano, infatti, in questa direzione, e alcuni sono anzi stati ripresi dal Governo Monti, ed è forse un peccato che la personale inaffidabilità di Berlusconi li abbia resi poco credibili (ricordiamo la risatina di Sarkozy-Merkel?).

Il giro euroscettico di Tremonti non è, tuttavia, del tutto nuovo: l’ex Ministro è stato sempre in sintonia col pensiero (se così si può definirlo) della Lega e aveva persino scritto un libro e speso vari interventi, sia pure di tono più accademico che operativo, per sostenere la convenienza di un “recupero di sovranità” che, nelle sue non troppo velate intenzioni, doveva corrispondere a una maggiore libertà fiscale e, più ancora, a un ritorno al protezionismo economico che a tanta parte della piccola e media industria del Nord tutto sommato piacerebbe. Sono opinioni legittime, beninteso, anche se abbastanza personali (può darsi che riflettano il recondito pensiero, a correnti alterne, del Cavaliere, ma non quello della maggioranza del PDL) e meritano un dibattito serio.

La proposta di referendum, invece, è assai meno seria, anche se le motivazioni (“colmare il vuoto democratico” nell’Unione, ridare agli italiani la possibilità di decidere direttamente su un tema di cruciale importanza) possono parere attraenti per una parte sprovveduta dell’opinione pubblica.  Va ricordato che cessioni di sovranità a beneficio di istituzioni internazionali o sovranazionali sono espressamente previste dalla Costituzione. E costa un po’ accettare la tesi dell’antidemocraticità di un’istituzione retta da un Consiglio in cui siedono Governi rappresentativi di tutti i Paesi membri, e da un Parlamento eletto a suffragio universale e in cui gli organi “sovranazionali”, come la Commissione, la Corte di Giustizia, la stessa Banca Centrale, sono lungi dal formare una sorta di dittatura tecno-burocratica senza controlli (quello di Strasburgo si è andato accentuando da un trattato all’altro) ma esercitano funzioni proprie degli organi corrispondenti in qualsiasi Stato sovrano: a qualcuno verrebbe in mente di tacciare di antidemocratica l’Italia per l’esistenza e i poteri della Banca d’Italia, della Corte Costituzionale, della Corte dei Conti, organi tutti, ricordiamolo, non elettivi? Ed è forse antidemocratico il fatto che, per un certo numero di questioni (scrupolosamente delimitate in modo da non ledere le sovranità nazionali) le decisioni siano prese a maggioranza, con maggioranze peraltro attentamente ponderate in modo da evitare imposizioni autoritarie di un Paese o gruppo di Paesi? Chi, implicitamente o meno, lo sostiene, fa mostra di profonda ignoranza della vita reale, della vita quotidiana, dell’Unione (dove, casomai, quello che si rimprovera è l’eccessiva ricerca del consenso).

Ma il punto non è nemmeno questo: il punto è che, nella nostra Costituzione,  un referendum sull’euro o sull’Europa è, puramente e semplicemente, inammissibile, ed è curioso che,  nelle dichiarazioni pro e contro il referendum, nessuno, neppure il Presidente del Consiglio, vi  abbia fatto  cenno.

Tutte le tappe dell’integrazione europea, dai Trattati di Roma a quello di Lisbona, passando per l’Atto Unico del 1986, Maastricht e Amsterdam, incluse la creazione dell’Unione Monetaria e la conseguente introduzione dell’euro, con tutti gli impegni e i controlli che essa comporta, sono fondate su trattati internazionali liberamente sottoscritti e liberamente ratificati secondo le procedure costituzionali di ciascun Paese: in Italia, dal Parlamento a mezzo di leggi ordinarie; ma l’articolo 75 della nostra Costituzione, che disciplina l’istituto del referendum, lo limita in sostanza  a quello abrogativo ed espressamente esclude dal suo ambito, oltre le leggi di bilancio e quelle di amnistia e indulto, le leggi di ratifica dei trattati internazionali. Non si tratta di pura forma, per quanto dirimente: la decisione fu presa dai nostri Costituenti in una visione ben precisa della nostra democrazia, una democrazia rappresentativa e non plebiscitaria o diretta. La facoltà legislativa fu delegata interamente al Parlamento non prevedendosi alcuna ipotesi di leggi votate direttamente dal popolo (come nelle Landsgemeinde svizzere); fu introdotto il referendum abrogativo come argine all’eventuale abuso costituito da leggi imposte da una possibile maggioranza, o chiaramente contrarie al comune sentire nazionale, ma al Parlamento, in via esclusiva, furono lasciate le decisioni sulla politica estera dell’Italia, la sua collocazione internazionale, i suoi impegni: coscienti come furono i costituenti di allora, che si tratta di temi che richiedono una discussione informata, seria e non possono esseri lasciati esposti ai richiami di facili risentimenti, isolazionismo o xenofobia. E l’esperienza di altri Paesi europei in cui l’istituto referendario è esteso anche ai trattati internazionali (come la Norvegia, la Danimarca e la stessa Francia) dimostra quanto la scelta dei nostri costituenti sia stata saggia.

L’integrazione costituisce la chiave essenziale del nostro destino di europei e di italiani e una classe dirigente meritevole di questo titolo ha il dovere, non di annusare i venti dell’opinione e adattarvi le sue vele, ma di svolgere con determinazione il compito di guida che le è proprio.

Giustamente Sergio Romano ha scritto recentemente che la scelta è netta: da una parte, l’Europa – seria, responsabile, ordinata – dall’altra, demagogia, nient’altro che demagogia.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Concordo su tutta la linea tranne su una cosa:

    “organi “sovranazionali”, come la Commissione, la Corte di Giustizia, la stessa Banca Centrale, sono lungi dal formare una sorta di dittatura tecno-burocratica senza controlli (quello di Strasburgo si è andato accentuando da un trattato all’altro) ma esercitano funzioni proprie degli organi corrispondenti in qualsiasi Stato sovrano”

    Non è del tutto esatto. Gli organi corrispondenti degli stati non devono rispettare nessun vincolo giuridico. La stabilità se vogliamo è un obiettivo. Non voglio entrare nel merito se questo è un bene o un male (a farlo ci pensano i dati di 20 anni di storia) ma ammettiamo che è una situazione del tutto nuova. Un modo di governare che nessuna unione economico-monetaria nel mondo adotta. Non so se ha letto la risposta che ho dato al suo commento al mio articolo “Europa , liberale a metà”. Ho tentato di spiegare il fenomeno per cui mercato + € è diventato mercato + € + vincoli giuridici, e perché i vincoli sovrastano il mercato a noi tanto caro.

    Le ultime politiche di Draghi vanno nella direzione giusta ma sostanzialmente non rispettano il trattato di M. Vengono chiamate misure “straordinarie”. Ma se quando c’è una crisi per uscirne l’unico sistema è infrangere il Trattato….facciamo qualche domanda. Sarà arrivato il momento di revisionarlo?

  2. Gentile Giovanni Jannuzzi,
    mi permetto una specificazione; partendo da un passo del Suo articolo.
    In esso Lei scrive: “Va ricordato che cessioni di sovranità a beneficio di istituzioni internazionali o sovranazionali sono espressamente previste dalla Costituzione.”.
    Questo è vero (a parte che ad essere pignoli bisognerebbe parlare di limitazione di parte della sovranità e non di cessione della sovranità, essendo quest’ultima. com’è noto, uno dei tre elementi fondamentali dello Stato) , ma sono importanti anche le condizioni previste dalla nostra Costituzione per queste limitazioni della sovranità.
    Il termine “sovranità” è presente in due articoli della nostra Costituzione: l’art. 1 e l’art. 11.

    L’art. 1 ci ricorda che: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

    L’art. 11 ammette le famose “eccezioni”, ma a particolari condizioni: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
    come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
    condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un
    ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e
    favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

    Si parla quindi di “condizioni di parità con gli altri Stati”, e non penso non sia necessario aggiungere altro.

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