Se c’è un aspetto positivo della crisi che stiamo vivendo è sicuramente quello di aver messo la politica italiana di fronte ad una scomoda domanda: cosa si meritano i giovani italiani?

L’inevitabile interrogativo è sorto nel momento in cui si è iniziato a parlare di merito: la parola ‘merito’ era il ritornello dei discorsi del Ministro del Lavoro e della Politiche sociali, occorreva instillare il merito, quasi fosse una polvere magica, ovunque. Proprio come dei medici, i tecnici dell’economia al governo hanno fatto una diagnosi del paese e somministrato le cure necessarie, ma il paziente è ancora convalescente e debole. La missione, inizialmente unica, di risanamento dei conti pubblici, ha finito per includere anche altre ‘cure’ di cui il ‘paziente Italia’ aveva bisogno da tempo, in particolare le riforme strutturali, delle pensioni e del lavoro.

Nonostante il governo dei ‘professori’ però, nessuno si è mai soffermato a definirlo, questo ‘merito’; ciò non significa che il popolo italiano, in particolar modo i giovani, non se lo siano chiesto. Il modello di ‘democrazia meritocratica’ di cui la politica si fa promotrice rappresenta una sfida non solo per il governo, ma soprattutto per la società italiana. Vivere in una democrazia che viene definita tale comporta la responsabilità di scegliere e di chiarire come si arriva ad essere meritevoli, qual è la strada: lo studio e la cultura? I soldi? O la furbizia e le conoscenze?

Il cosiddetto ‘Patto tra le generazioni’, di cui si parlava agli albori del Governo Monti, non aveva solo un valore economico e di contabilità pubblica: significa, oggi più che mai, responsabilità di scelta della nuova classe politica che uscirà dalle elezioni dell’aprile 2013, una scelta che inciderà sul futuro dei giovani, studenti e lavoratori. In questo momento, non potrebbe esserci modo migliore per onorare questo Patto che rispolverare, nelle menti degli italiani, il valore della cultura.

L’esperienza, l’istruzione obbligatoria, la carriera universitaria sono le principali fonti di cultura nella nostra società; nelle parole di un autentico liberale italiano, Einaudi, il concetto di merito è strettamente legato alle possibilità di ogni individuo “così la gara della vita tra gli uomini non appare leale se a tutti non sia concessa la medesima opportunità di partenza per quel che riguarda l’allevamento, l’educazione, l’istruzione e la scelta del lavoro; se poi, durante la vita, un individuo giunge a posizioni di comando e un altro ubbidisce in posizioni subordinate, qui il merito o la colpa è dei singoli, che sono diversi l’uno dall’altro ed hanno ottenuto quel che singolarmente hanno meritato” (Lezioni di politica sociale,1949). La presenza di uguali possibilità di istruzione e quindi di cultura, è il punto di partenza e dovrà essere uguale per tutti.                                                                                                                    

Fino a pochi anni fa questi settori venivano ritenuti indispensabili per un futuro lavorativo, oggi non lo sono più; non dobbiamo, né come paese né come cittadini, commettere l’errore di negare l’evidenza: vista da un giovane studente l’Italia non premia la cultura. Ma non per questo bisogna dimenticarsi del suo valore. Agli occhi dei neolaureati, l’Italia non premia neanche i sacrifici e l’impegno che ciascuno mette nel proprio percorso universitario: questo perché il sistema di istruzione è ormai divenuto di serie A, BoC, gli studenti sono vittima di distinzioni di censo, i licei  e le università private sono sempre più numerose, poiché l’istruzione pubblica è deludente e la preparazione che fornisce lacunosa.

La situazione è innegabile, oggi: chi ha più soldi avrà anche più possibilità. Quello che però non è implicito in questa affermazione, è che non sempre chi ha soldi dimostra realmente più capacità e quindi più merito.

La speranza delle nuove generazioni (e anche delle nuove politiche sociali) non può sopravvivere senza che ci sia una rinnovata attenzione al valore della cultura e dell’istruzione. Abbandonando questa convinzione, il rischio sarà quello di attuare un circolo di ‘rifiuto della cultura’, con la scusa ‘tanto non serve a niente’, non serve a ‘campare’. La politica non può permettersi che un solo studente pensi questo nell’arco dei suoi studi. Occorre rinnovare l’interesse, facilitare l’accesso, liberalizzare la cultura per non renderla elitaria. Se valorizzare la cultura non dovesse rientrare più negli obiettivi del governo diventeremmo un paese in caduta libera e senza speranza, oltreché  senza stimoli.

Cultura significa libertà, ma non spetta allo Stato ordinare ad un uomo di ‘essere libero’. Infatti, sempre citando Einaudi, “non dalla società la quale circonda l’uomo viene la libertà: ma dall’uomo stesso. L’uomo deve trovare in sé stesso, nel suo animo, nella forza del suo carattere  la libertà che va cercando. Il prigioniero, il quale potrebbe acquistare la libertà se chiedesse la grazia al tiranno ma non la chiede perché non riconosce nel tiranno e nei suoi giudici la potestà di giudicarlo, è uomo libero. La società di uomini liberi è un fatto morale, essa esiste anche nelle galere”.

Il ‘paziente Italia’, tutto concentrato nel riassestamento delle finanze, rischia di dimenticarsi delle fondamenta di tutto il sistema, della fonte essenziale di lavoro e delle competenze. La realizzazione affannosa di riforme in senso meritocratico non può avere successo senza che i giovani italiani ritrovino la fiducia nell’istruzione e nella forza della cultura.

© Rivoluzione Liberale

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