La storia è appena cominciata. Non ne conosciamo ancora la trama esatta, che si tratti di un episodio tragico o della prima salva di una crisi colossale. Ma possiamo già trarre alcune importanti lezioni dal violento assalto contro l’ambasciata americana in Egitto e l’assassinio dell’Ambasciatore americano e di tre suoi funzionari in Libia.

Per prima cosa, che la diplomazia non è un dettaglio trascurabile. Nella sua conferenza stampa, forse la più significativa del suo mandato come Segretario di Stato, Hillary Clinton ha fatto notare che i cittadini libici e le forze di sicurezza avevano tentato di respingere la banda di facinorosi responsabili dell’incendio del consolato americano di Bengasi e si erano adoperati a soccorrere i feriti e portare l’Ambasciatore Stevens in ospedale. E questo perché conoscevano l’Ambasciatore. Un anno fa, quando era emissario degli Stati Uniti, aveva aiutato i ribelli – che oggi formano il giovane governo democratico libico – a combattere il regime di Gheddafi. Da allora, era sempre stato accolto amichevolmente in tutti i suoi spostamenti per il Paese. Lo stesso hanno fatto le forze di sicurezza egiziane che hanno dato man forte alle guardie americane per far fronte agli assalitori dell’Ambasciata del Cairo. Anche se non è ha parlato, il nuovo presidente egiziano Morsi sa perfettamente che la prosperità del suo Paese, e quindi il suo futuro politico, dipendono dall’aiuto e dagli investimenti stranieri. Nessuno accoglierà le sue proposte di investimento se non si dimostra capace di garantire la sicurezza delle ambasciate straniere sul suolo egiziano o di condurre alla giustizia chi viola la loro sovranità. Inoltre, la situazione attuale è potenzialmente latrice, non solo di un conflitto tra l’Occidente e l’Islam radicale, ma anche tra diversi elementi in seno all’Islam stesso. Obama ha mandato 200 Marines come rinforzo alla sicurezza delle sue sedi diplomatiche nella regione, questa mossa per ora sembra essere abbastanza saggia. Ma quello che il Presidente sa perfettamente, e che sanno bene anche i suoi consiglieri, è che a lungo termine bisognerà fare in modo che Morsi, i dirigenti libici e qualche dignitario musulmano locale, condannino le frange di rivoltosi più violente e sconfessino gli attacchi alle ambasciate e l’assassinio dei diplomatici come una pratica arcaica che non trova più posto nell’attuale politica del Medioriente. Questo sarà un compito molto delicato che richiederà tanta fermezza (niente investimenti) quanti incoraggiamenti (tanti finanziamenti). Morsi ovviamente, come molti leader musulmani dei Paesi che hanno vissuto la Primavera Araba,  si trova in una situazione di stallo. Tra i facinorosi ci sono molti suoi “fedeli”. Far loro capire che l’America non è un monolite e che può esserci qualcuno che giri un film di cattivo gusto, senza l’avallo del Governo è quasi impossibile. Bisognerà, attraverso un lungo lavoro di integrazione economica, sociale e culturale arrivare a spiegargli che la libertà di espressione è anche questo: la produzione di opere che possono non essere condivise. Il problema principale è proprio l’integrazione. E’ questo obiettivo che viene violentemente contrastato dai rivoltosi. Gli ultimi attentati e la violenza esplosa nuovamente nella Regione, dovranno portare i dirigenti musulmani a scegliere quale strada intraprendere.

Gli ultimi eventi hanno poi rivelato quanto Romney possa essere “pericoloso” senza una guida all’altezza. Poco dopo gli attentati ha pubblicato un comunicato nel quale non solo condannava gli attentatori, ma anche l’amministrazione Obama per essersi dimostrata troppo benevola nel “giudicare” gli atti di violenza.  Questa “scivolata” ha permesso ad Obama di imporre al suo avversario una piccola, ma importante, lezione di politica estera, riaccendendo il braccio di ferro tra i due. Obama ha accusato Romney  di essere troppo poco diplomatico e troppo avventato, “di sparare prima ancora di prendere la mira”. “ E’ fondamentale assicurarsi che le dichiarazioni fatte siano supportate dai fatti e che si sia pensato ad ogni conseguenza prima di pronunciarsi”, ha dichiarato il Presidente uscente durante un’intervista alla CBS, riferendosi ai comunicati dell’Ambasciata americana al Cairo, che denunciavano i contenuti del lungometraggio “Innocence of Muslims”, uscito, non a caso, su internet l’11 Settembre . Romney è saltato sulla notizia senza conoscere la cronologia dei fatti, senza sapere che tra un primo comunicato (redatto dallo staff dell’Ambasciata per evitare ogni violenza) e l’assalto all’ambasciata erano passate sei ore, senza sapere che Washington si era dissociata da quei comunicati perché non erano stati redatti di concerto con l’amministrazione del Presidente. Romney ha di fatto incrinato l’unità nazionale.

Le sue dichiarazioni “a caldo” potrebbero costargli caro. Molti diplomatici e personalità repubblicane hanno preso le distanze dalle parole del candidato conservatore, primo fra tutti il suo candidato alla vicepresidenza. John McCain e Mitch McConnell, così come il Presidente della Camera dei Rappresentanti John Boehner, si sono affrettati davanti ai microfoni per piangere i morti, condannare gli attacchi e fare appello all’unità nazionale perché giustizia sia fatta. Loro sanno, a differenza di Romney, che durante questo tipo di crisi, ci si deve riunire davanti alla bandiera. Se Romney avesse chiamato Obama per dargli il suo sostegno e avesse proposto di fare una dichiarazione congiunta per dimostrare che, quando la vita degli americani è in gioco, i politici sanno far passare in secondo piano i loro contrasti, avrebbe probabilmente fatto una splendida figura, offuscando forse l’immagine del Presidente uscente, se questi avesse rifiutato. Ma tutto questo non è successo, Mitt Romney ha agito d’impulso e ne subirà, probabilmente, le conseguenze.

Se, finora, la campagna elettorale era stata caratterizzata dai problemi economici, le violenze antiamericane hanno portato i riflettori sulla politica estera. Quella che è stata a lungo chiamata la “sorpresa d’ottobre” e che ha condizionato il futuro di diversi Presidenti americani (1962, 1968, 1972…), potrebbe entrare in gioco anche questa volta. I fattori “sorpresa” sono tanti: Israele, Teheran, il Cairo, Tripoli. Il Presidente uscente ha mantenuto promesse importanti come il ritiro dei soldati dall’Irak e l’uccisione di Osama Bin Laden e queste marcano dei punti in suo favore. Ma i successi in politica estera non garantiscono sempre la rielezione, come ha imparato sulla sua pelle George Bush senior nel 1992, sconfitto nonostante la vittoria della Guerra del Golfo. Al contrario, un fallimento in questo campo rischia di offuscare ogni ottimistica previsione, come ha dimostrato la vittoria di Reagan su Carter nel 1980, in parte attribuita alla gestione da parte del dirigente democratico dell’infinita questione degli ostaggi americani a Teheran.

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