Tra i fattori comuni nell’evoluzione delle società contemporanee rientra senz’altro il proliferare di enti, istituti e strutture rientranti a vario titolo nell’acronimo ONG (Organizzazione Non Governativa, volendo nella versione à la page inglese NGO). L’ambito di applicazione della sigla è vastissimo: può spaziare da think tank a centri studi, da istituti demoscopici ad associazioni di carità.

Spesso gli apparenti nobili ideali per i quali vengono costituite queste organizzazioni nascondono altre finalità più complesse. Ad esempio, spesso l’attività ricomprende raccolta/diffusione informazioni e orientamento dell’opinione pubblica su istanze specifiche. Queste operazioni di “secondo livello” hanno, in alcuni casi, condotto a veri e propri sommovimenti su scala nazionale (specie nell’Europa orientale). Esiste un’ampia letteratura sul ruolo giocato da ONG eterodirette nelle “rivoluzioni colorate” del decennio passato. La Rivoluzione delle Rose georgiana, così come la Rivoluzione dei Tulipani kirghisa e – soprattutto – la Rivoluzione Arancione ucraina sono state accomunate proprio dal ruolo di guida giocato da tali “quinte colonne” straniere.

Nel caso di questa analisi, non rileva tanto la liceità od opportunità etica di un simile modus operandi, quanto il significato politico-strategico delle contromisure poste recentemente in essere dalla Federazione Russa (per mano del suo Presidente) nell’affrontare la spinosa questione. Nonostante si tratti di una tematica ormai raffreddata in occidente (almeno fino al prorompere sulla scena delle c.d. “primavere arabe”), le “rivoluzioni colorate” sono ancora ben presenti nell’immaginario collettivo dei cittadini del gigante eurasiatico, che le associano ad un periodo di “torbidi” e di affaticamento internazionale del proprio Paese.

Per questo la legislazione vigente sulle ONG è stata emendata da Putin durante il simbolico periodo dei primi “100 giorni” di presidenza, quelli solitamente accordati alle misure urgenti e di impatto. Le modifiche, approvate a luglio da entrambe le camere e successivamente ratificate dal presidente, prevedono un obbligo di registrazione presso il Ministero della Giustizia per quelle ONG che, nello svolgimento di attività politica, ricevano finanziamenti da Paesi stranieri. Esclusivamente le organizzazioni rientranti in questa categoria, classificate in apposite liste come “Agenti stranieri”, dovranno pubblicizzare i propri bilanci e riportare sul materiale prodotto nello svolgimento della propria attività la dicitura “distribuito da agente straniero”. La legge non si applica alle ONG esercitanti attività in campo sociale, sociologico, scientifico, culturale, medico e del volontariato. In caso di inadempienza, sono previste sanzioni che spaziano dall’amministrativo al penale.

Prevedibili gli alti lai contro il processo involutivo della democrazia in Russia. Comprensibile il risentimento delle organizzazioni operanti nella Federazione, così come la decisione di boicottare il dettato legislativo presa dalle “storiche” ONG Memorial e Moskovskaja Hel’sinskaja Gruppa. Più intriganti appaiono invece gli strali lanciati da alte figure politico-diplomatiche del mondo occidentale, cui si è aggiunto da buon ultimo l’Alto rappresentante UE per la politica estera e di difesa Katherine Ashton. Costei ha tuonato contro lo sbandamento democratico della Federazione Russa, riscontrando una “elevata intolleranza nei riguardi dell’espressione del dissenso”.

Senza addentrarsi in misurazioni geometriche su quanto spazio sia concesso al dissenso all’interno dei confini UE, è interessante notare come alcuni eventi di politica interna russa siano balzati agli onori delle cronache con una portata amplificata rispetto al loro reale significato. Caso paradigmatico è quello delle Pussy Riot, autrici della famigerata performance che sarebbe valsa loro il carcere verosimilmente nella quasi totalità degli stati del mondo, e che son assurte a paladine della lotta contro il tiranno (possibile non ci sia nulla di più presentabile, nello schieramento anti-Putin?). Voler considerare “arte” le imprese poste ben oltre il limite del pubblico decoro messe a segno dal collettivo di appartenenza delle tre attiviste (denominato Vojna, guerra) denota quantomeno malafede artistico-intellettuale.

Sotto una prospettiva più ampia è del resto eloquente il modo in cui “simpatia” e “democraticità” della Federazione Russa siano inversamente proporzionali allo status internazionale del Paese. Una visione quasi manichea che, se da un lato rappresenta un’interessante arma di pressione verso la Russia nel suo percorso (appena intrapreso) di ammodernamento economico e rinnovamento politico, dall’altro non può mancare di lasciar contrariati gli osservatori più attenti del mondo post-sovietico.

© Rivoluzione Liberale

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