Proprio in questi ultimissimi giorni l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne rompe il silenzio per dichiarare che “la Fiat resterà in Italia solo grazie ai guadagni fatti all’estero”. Questa al momento è l’unica risposta ai tanti appelli, non ultimo quello del Ministro del lavoro Elsa Fornero, rivolti dal mondo politico e sindacale italiano perché il vertice della maggiore azienda italiana, l’unica del settore auto, chiarisse i suoi programmi nel nostro Paese e non ci pare una risposta del tutto rassicurante.

Pochi giorni fa infatti Marchionne aveva fatto sapere che i mutamenti dell’andamento dei mercati ed i cali di vendite d’auto giustificavano una totale messa in discussione del famoso piano “Fabbrica Italia” con cui Fiat indusse sindacati e governo ad accettare i suoi piani di risanamento e ridimensionamento, solamente un anno fa. Il piano prevedeva investimenti per la produzione di nuovi modelli in Italia per 20 miliardi di euro, una prospettiva che oggi sembra svanire nel nulla.

Fiat sostiene di adeguare le proprie scelte a leggi di mercato che non prevedono ingerenze dello Stato nella gestione di una azienda privata che deve ricercare utili, magari andando a cercarli in Serbia. In fondo la Serbia offre condizioni fiscali e normative favorevolissime e l’operaio serbo s’accontenta di stipendi che sono meno di un terzo di quelli di un operaio italiano. Marchionne dichiara che manca il mercato quindi non ci sono le condizioni per nuovi investimenti, non in Italia dove sindacati, fisco e costo del lavoro non consentono di fare quegli utili che l’azienda persegue.

Un ragionamento che, anche da un punto di vista liberale, non fa una piega e che molte altre aziende italiane stanno facendo da tempo e non senza validi motivi, ma se questo ragionamento è ineccepibile per una normale azienda privata può valere per una grande azienda come Fiat che ha per tanti decenni vissuto comodamente protetta e sovvenzionata dallo Stato?

La Fiat in effetti non è una azienda normale, ma è una azienda che, pur privata, per lunghissimo tempo s’è identificata con lo Stato e da esso ha ricevuto molto, anzi moltissimo.

Le dichiarazioni di Marchionne alla trasmissione di Fabio Fazio Che Tempo che fa del 2010 “Senza l’Italia la Fiat farebbe meglio” fanno il paio con la dichiarazione di questi giorni per cui “La Fiat resta in Italia solo grazie ai guadagni fatti all’estero”, ma è davvero così? Forse no, dato che senza l’Italia, intesa come Stato, probabilmente la Fiat di oggi non esisterebbe, nel bene e nel male. Fiat infatti ha ricevuto, non solo in passato, ma anche in tempi recentissimi, ingenti sovvenzioni pubbliche per sostenere i suoi stabilimenti e le sue produzioni.

Senza andare a rifare la storia dal dopoguerra ad oggi e senza rivangare i “regali” tipo Alfa Romeo graziosamente offerti, mi limito a ricordare tempi recentissimi e per farlo scelgo di citare testualmente da un ultimo aggiornamento sul tema all’interessante libro del giornalista Marco Cobianchi intitolato “Mani bucate” e dedicato all’imprenditoria assistita in Italia: “la Fiat è arrivata fino a noi grazie agli aiuti di Stato che sono stati dati dallo Stato soprattutto nel momento più buio della sua storia, ad esempio, tra il 1997 e il 1999, quando alla guida c’era Cesare Romiti. Lo stesso Romiti che, come ho già detto, non perde occasione per dimenticarsene. L’ultimo aiuto di Stato che ho deciso di raccontare è uno dei più recenti: risale al maggio del 2011, poco più di un anno fa. Il Cipe approva ben tre contratti di programma a favore di altrettante società del Lingotto: 22,5 milioni vanno alla Fiat Powertrain di Verrone (Biella), 18,7 all’Iveco di Foggia e 11,2 milioni alla Sevel di Chieti. Vorrei ripetere per essere chiaro: 12 mesi fa la Fiat ha incassato 58,4 milioni di euro”.

Non solo, ma è vero che quando nel 2004 Marchionne arrivò in Fiat l’azienda italiana era già decotta, ma da allora ad oggi ricordiamo solo l’uscita di una discreta nuova Punto e di un’ottima nuova 500, comunque solo due modelli riusciti in 8 anni, un po’ poco rispetto alla concorrenza. Oggi Marchionne dice che non c’è mercato per nuovi modelli? Eppure le altre case concorrenti i nuovi modelli continuano a sfornarli lo stesso e continuano a togliere a Fiat fasce di mercato.

Questo a dimostrazione che Fiat non può considerarsi una azienda privata qualunque, dato che ha goduto di sovvenzioni anche in piena Era Marchionne e quindi non può semplicemente decidere che in Italia non le conviene più produrre ed investire senza rendere conto di cotanti aiuti. Questo però dimostra anche come gli aiuti ed i sovvenzionanti di Stato siano stati il vero cancro dell’imprenditoria e dell’industria italiana. Il sistema di sovvenzionamento dell’imprenditoria italiana infatti è stato così pervasivo che ha eliminato la concorrenza, ha disincentivato lo sviluppo, l’innovazione e la produttività e ha creato una imprenditoria fragile, incapace di adeguarsi alla competizione globale e in genere incapace di cavarsela da sola, salvo poi fuggire in Serbia, o in Polonia o in Cina, alla prima occasione, in cerca non tanto di qualità, ma piuttosto di facilitazioni fiscali e manodopera a basso prezzo.

Marchionne vedrà Mario Monti e ci auguriamo che il premier faccia ben presenti queste cose al manager.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI