Dopo gli scandali Lusi, Lega, Regione Lombarda, quello che sta venendo fuori nella Regione Lazio è propriamente terrificante: si conferma l’immagine di una classe politica che, a nostre spese, e anche in anni di crisi e di sacrifici per tanti italiani, vive allegramente malversando denaro previsto per fini strettamente di ufficio. Qualcuno coniò scherzosamente, durante la Prima Repubblica, un gioco di parole: “malcostume, mezzo gaudio”. Ora bisognerebbe dire che il gaudio è completo: cene in ristoranti di lusso, con ostriche e champagne, feste in costume, vacanze in resorts a cinque stelle, yacht milionari, viaggi in isole di sogno, ville al Circeo, SUV e altre auto di grossa cilindrata e, su un piano diverso ma altrettanto colpevole, profusione di auto blu, scorte inutili, assunzione di parenti, amici e conoscenti come dipendenti o consulenti (inutili) degli Enti locali e chissà quale altre malefatte. Non vogliamo fare, s’intende, di ogni erba un  fascio, o cedere a un facile giustizialismo, che ci porterebbe dritto dritto a gettarci nelle braccia dell’antipolitica dei vari Grillo. Ci sono, ovviamente, politici e amministratori onesti, corretti, ma riconosciamo che per certuni (e non sono tanto pochi) i soldi pubblici sono da considerare come propri o, nel migliore dei casi, di nessuno, e quindi spendibili come più piace.

Questo atteggiamento rispetto al denaro dei cittadini è un fenomeno abbastanza diffuso, e per questo in tutti i Paesi civili la legge impone una serie di appropriati controlli.  Così, ad  esempio, un funzionario dello Stato che gestisca fondi pubblici (come ho fatto io per oltre quarant’anni) sa che, anche al di là dei limiti posti dalla propria coscienza – che ovviamente resta centrale – ogni soldo speso deve essere giustificato e rendicontato e che ci sono controlli interni ad ogni Ministero (la Ragioneria dello Stato) ed esterni (la Corte dei Conti) che vigilano sulla spesa, e che l’uso illegale di quei fondi, se scoperto, sarà perseguito d’ufficio sia in sede penale che di responsabilità contabile (in altre parole, dovrà restituire il maltolto con, in questo caso, una prescrizione decennale).

Queste salvaguardie non eliminano certo del tutto il malcostume, e soprattutto la corruzione (che è fenomeno diverso dal peculato e richiede altri rimedi, che è sperabile il Parlamento si decida a votare, senza ricatti di una parte o dell’altra o impropri collegamenti con questioni diverse),  ma  vi costituiscono pur sempre un argine poderoso. Il guaio è che gli enti locali e gli organi politici elettivi sfuggono a qualsiasi serio controllo esterno, in nome di una malintesa sovranità o autonomia. Certo, in molti casi tali organi hanno previsto controlli interni, affidati tuttavia agli stessi controllati e, quindi, assai poco credibili. Non illudiamoci:  i Lusi, i Belsito, i Fiorito, non sono casi isolati di “mascalzoncelli” (come Craxi definì improvvidamente il sig. Mario Chiesa, detonatore di Mani Pulite). Sono le punte di un iceberg che affonda in un sistema sistematicamente – e, temo, volutamente –  fuori controllo. Si faccia, dunque, pulizia puntuale laddove il male appare alla vista di tutti: la Lega ha pagato abbastanza caro le malefatte di Belsito e della famiglia Bossi, si attende che il Trota o altri rispondano alla Giustizia; Formigoni rischia grosso; Lusi dovrà restituire tutto il mal tolto e penso che nessuno possa evitargli una condanna penale; Fiorito pagherà, quali che siano le tattiche inventate dall’avvocato Taormina, magari trascinando con sé altri colleghi, come Sansone con i Filistei. E la stessa Renata Polverini (che pur riteniamo personalmente onesta) non potrà sottrarsi al giudizio, morale e politico, che si è meritata, se non altro per l’assenza di controlli che la rende complice di un (mal)sistema. E se non sarà lei, dignitosamente, ad andarsene, saranno  gli elettori a presentare il conto, così come in precedenza lo avevano presentato all’improvvido Marrazzo.

Ma tutto sarebbe vano se non si ponesse seriamente mano a risolvere il problema nelle sue origini e fondamenta. È normale che un Consigliere regionale (del Lazio e probabilmente di altre regioni, province, comuni) disponga di una dotazione (nel caso del Lazio, di ben 210 euro annuali) per imprecisate spese politiche e che dotazioni ancora maggiori abbiano i gruppi consiliari? È normale che gli stipendi di assessori, consiglieri, consulenti, siano superiori a quelli di un Giudice della Corte di Cassazione o di un Generale di Corpo d’Armata? È normale che le autonomia locali stabiliscano “ad libitum” il numero dei propri componenti e che assumano senza limiti dipendenti e consulenti inutili? Badiamo bene: non stiamo parlando di spese minori, poco incidenti sulla spesa pubblica. Se anche così fosse, resterebbe comunque un problema morale e i cittadini avrebbero tutto il diritto di sapere come vengono spesi i propri soldi. Ma qui si tratta di somme che pesano, eccome, sulle tasche di tutti. Facciamo un po’ di conti: a parte i due rami del Parlamento, i Consigli regionali, provinciali, comunali, con i loro assessori, consiglieri, consulenti, sono in Italia più di un migliaio. Il costo complessivo, non della loro amministrazione, ma dei loro organi politici, non è mai stato fatto con credibile esattezza – e forse andrebbe chiesto al Governo di quantificarlo con precisione – ma secondo le stime più serie si tratta di vari miliardi di euro. Una riduzione di tali costi, anche del 50%, consentirebbe un risparmio che alcuni calcolano superiore a due miliardi di euro annuali.  Non sarebbe normale che questo denaro fosse restituito ai cittadini sotto forma di riduzione percentuale (anche se simbolica, ma non poi tanto) della pressione fiscale?

Ciò richiede, tuttavia, una drastica azione legislativa diretta a: dimezzare il numero dei componenti  degli  organi elettivi a tutti i livelli; stabilire un limite massimo ai loro compensi, rifacendosi alla media europea, o a quella dell’Amministrazione dello Stato; abolire tutti i tipi di dotazione in denaro e altri benefit; abolire  le dotazioni ai gruppi parlamentari e consiliari, a tutti i livelli, o ridurle al minino indispensabile per una retta gestione degli obblighi di ufficio; sottoporre tutti gli organi di spesa, di qualsiasi tipo o livello, al controllo di apposite sezioni distaccate della Corte dei Conti, e destinare le somme risparmiate, già dal bilancio 2013, ad una riduzione del carico fiscale.

Sappiamo fin troppo che nessun potere autonomo, tanto più se locale, accetterà di autoriformarsi in profondità, al di là di iniziative tardive e parziali, prese affrettatamente per salvarsi la faccia e per lo più cosmetiche, che lasciano immutata la sostanza delle cose. Per questo occorre una legge dello Stato (costituzionale, se occorre per superare le resistenze delle autonomie locali). Una Legge che dovrebbe essere votata a grande maggioranza, additandosi ai cittadini quei partiti o persone che vi si opponessero.

Chi può prenderne l’iniziativa? In teoria il Governo ma dubitiamo che, per la sua natura tecnica, esso possa o voglia sfidare apertamente la corporazione politica. Questo o quel Partito? A parte forse IDV, le cui mosse sono sempre improntate a una facile demagogia e, quindi, sospette, ne dubito. Occorre dunque una vasta mobilitazione popolare – con i Liberali in prima linea nel promuoverla – diretta a proporre una grande legge di iniziativa popolare: sarebbe ora che questo istituto della democrazia, male amato e mai applicato dalla politica professionale, fosse usato a fini davvero utili e davvero nazionali.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Dopo questa nota, sono avvenuti fatti di varia umanitá: la Polverini ha promosso un gran ripulisti,annunciando che i cittadini laziali recupereranno 20 milioni. Bene cosí! Immagino che i suddetti cittadini saranno felicissimi e passeranno allegramente la croce sui 60 milioni persi in tre anni. E fatto questo, la illustre signora dichiara che non se ne andrá, e fa capire che lo fa per non dare ragione all’antipolitica (come dire: abbiamo malversato e rubato, ma Grillo é peggio, e quindi teneteci come siamo). Troppo comodo, troppo comodo! A nessuno piú che ai liberali spiace l’antipolitica urlante e inconcludente; ma sono i comportamenti di certi politici, quando assumono l’aspetto di una banda a delinquere, a creare e alla fine quasi a giustificare l’antipolitica, e chi ne é responabile, consapevole del grave “vulnus” creato nella fiducia della gente, dovrebbe dignitosamente andarsene. Ma (ciliegina sulla torta), l’on. Alfano dice: “Perché la Polverini dovrebbe andarsene, se é lei la vittima?”. Eh no, on. ALfano, non ci siamo e per favore non aggiunga la beffa al danno; le vittime sono gli amministrati della Polverini, che lei ha tradito coprendo per ignavia o complicitá le malefatte altrui e non vedo che “danno” ne abbia avuto, o prezzo pagato, a parte una ovvia e meritatissima perdita di immagine. Ma stia tranquillo il Segretario del PDL, gli elettori prima o poi il conto lo presenteranno.

  2. La saga laziale, per nostro disgusto, pare non finire mai. Ora vengono fuori i vitalizi agli assessori (tremila euro al mese dopo 5 anni di attivitá, e mi si dica quale altra attivitá pubblica o privata, al di lá di quelle politiche, offra una simile bazza; lo credo che fanno melina e si rifiutano di rinunciaci, tanto sono “diritti acquisiti” e magari il TAR del Lazio li difenderá). L’ineffabile Fiorito la mattina accusa la Polverini di sapere tutto e la sera lo smentisce e la sua linea difensiva sembra sia quella di dire: rubavano in tanti, perché la colpa é solo mia? Ma “de hoc satis”, per davvero, ché il fango ha veramente raggiunto il limite di guardia.

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