In Sudafrica, come in Italia, scioperi nelle miniere. Non lontano da Johannesburg i minatori di platino di Rustenburg, dipendenti dell’azienda britannica Lonmin, hanno incrociato le braccia per il salario troppo basso che ricevono (pari a 400 euro al mese) e per le condizioni disumane in cui continuano a lavorare.

Forti delle precedenti proteste dilaganti in Marikana (nord del Paese) dove sono morte 45 persone, i lavoratori africani non si sono fatti spaventare dalle minacce di licenziamento immediato e hanno ottenuto un aumento di salario del 22% dopo lunghe trattative con i vertici dell’impresa inglese.

L’obiettivo ambizioso dell’aumento salariale è stato raggiunto a caro prezzo: solo a Rostenburg i violenti scontri con la polizia hanno provocato due morti, mentre a Marikana le forze dell’ordine hanno cercato di smontare lo sciopero lanciando lacrimogeni e non risparmiando manganellate sulla folla. Nel tentativo di sedare gli scioperanti poi, la polizia sudafricana ha ferito a morte la consigliera del Governo Sudafricano, Paulina Masuhlo, che si trovava nei pressi delle zone più calde delle rivolte.

La stampa economica internazionale ha dato largo spazio agli eventi africani: i lavoratori hanno ottenuto una trattativa con l’azienda che li ha visti vincitori indiscussi; non solo sono riusciti  ad ottenere un aumento di salario, ma anche un bonus di 250 dollari come rimborso degli scioperi e dei giorni persi di lavoro.

A pochi giorni dall’accordo, sul sito dell’azienda britannica campeggia una foto di minatori sorridenti, è la fotografia della ‘workforce’ sudafricana. La domanda che rimbomba in Africa, legata indissolubilmente alle imprese di estrazione, è sempre la stessa: lavoro o schiavitù? L’Africa ricorda bene il periodo della tratta degli schiavi: tutti quegli uomini forti e vigorosi finirono nelle legioni degli eserciti prima dei Romani, poi dei colonizzatori europei che devastarono le risorse di un continente già allora povero. Oggi un’impresa inglese accorda in pochi giorni un aumento di salario ai minatori sudafricani, nonostante le previsioni di borsa gliel’avessero fortemente sconsigliato.

Aveva forse ragione Hegel quando affermava che nella dialettica servo-padrone alla fine è sempre quest’ultimo che non può fare a meno del primo? Forse, per una volta, l’indispensabile forza lavoro locale (il Sudafrica produce circa l’80% del platino mondiale) è stata più determinante di quei parametri economici che oggi appaiono così assoluti.

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