L’Italia non è più un problema per l’Europa, assicura il presidente del Consiglio Mario Monti. “Senza il decreto Salva-stati avremmo perso la nostra sovranità – sottolinea però il Professore – e grazie all’azione di questi mesi l’Italia è uscita dalla lista dei Paesi che rappresentavano un problema per la stabilità dell’eurozona”. Il premier ha aperto così la conferenza internazionale sulle Riforme strutturali in Italia di lunedì 24 settembre organizzata dalla presidenza del Consiglio insieme all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, rappresentata in quell’occasione dal segretario generale José Angel Gurrìa che, rivolgendosi al Paese Italia, ha a sua volta sottolineato la necessità di non cedere alla tentazione di “smontare le riforme compiute”, un messaggio scandito ben due volte di seguito. “Le riforme fin qui fatte dal Governo italiano devono essere pienamente attuate” ha sottolineato Gurrìa. “È necessario andare fino in fondo sulle riforme, per questo bisogna garantire continuità nei prossimi anni”.

A proposito delle misure contro la corruzione e il relativo disegno di legge il premier Mario Monti ha inoltre sottolineato che “l’inerzia di una parte politica è comprensibile ma non scusabile”, assicurando comunque l’impegno del Governo finalizzato alla realizzazione di un “pacchetto equilibrato” di provvedimenti sulla giustizia. Nel nostro Paese il livello di corruzione è ancora molto elevato, “superiore a quello della media Ocse”, ha ricordato il presidente del Consiglio.

In generale, se l’intensità delle riforme non si arrestasse il Paese potrebbe recuperare in termini di innovazione, competitività, crescita economica, stabilità finanziaria, equità, in un quadro nazionale, europeo e anche internazionale. Di questo è convinto anche il nostro Presidente della Repubblica che citando Ralph Dahrendorf (membro del parlamento tedesco per il Liberali dal ’69 al ’70) ricorda: “È importante che venga mantenuto, per l’Italia e per L’Europa, un effettivo grado di affidabilità istituzionale a Roma”. In una lettera a Giorgio Napolitano del 1998 l’illustre liberale anglo-tedesco Dahrendorf sintetizzava così la sua preoccupazione per il nostro Paese riguardo alla “possibilità che il tenue filo della stabilità potesse rompersi”. Una situazione che oggi non è molto diversa.

Il filo della stabilità oggi è più sottile di allora e la crisi non rappresenta un’eventualità ma la realtà: “Il quadro familiare della crisi” prefigurato da Dahrendorf a Napolitano nel 1998 torna (costantemente) tra i banchi delle nostre istituzioni e permea i meandri della nostra economia. La raccomandazione di Dahrendorf “mantiene la sua validità”, ha ammonito quindi il Capo dello Stato di fronte alla platea internazionale del convegno tra Pontignano e Siena, organizzato dal British Council e dedicato ai rapporti tra il Regno Unito e l’Italia.

Anche per il nostro Presidente della Repubblica le riforme rappresentano la medicina giusta per far guarire l’Italia ma, rivolgendosi alle forze politiche, Napolitano ha sottolineato che “siamo ancora di fronte ad un’estrema difficoltà a realizzare quelle innovazioni istituzionali che potrebbero dare maggiore stabilità e crescita al sistema”. In questo contesto il Capo dello Stato ha ricordato la necessità di “una legge elettorale radicale”, sulla quale il Presidente insiste ormai da mesi senza rassegnarsi allo stallo. Ha inoltre premuto sul grande tema dell’integrazione europea, tanto caro anche all’amico Dahrendorf, sottolineandone l’“ineluttabilità” soprattutto oggi, in balìa della crisi economica. “Ho fiducia nel futuro di un’Europa sempre più unita, anche perché quel che non possiamo certamente rassegnarci a condividere è un futuro di comune declino”. Se l’intensità delle riforme si mantenesse costante l’“affidabilità” evocata da Dahrendorf non sarebbe più un obiettivo da raggiungere ma una certezza per l’Italia che, in questo modo, rafforzerebbe ulteriormente la sua credibilità sia in campo europeo sia in campo internazionale dimostrando serietà, coerenza e saldezza rispetto ad un cammino che ormai si perpetua da diversi mesi e che non deve, per l’appunto, interrompersi.

Come ha sottolineato José Angel Gurrìa lunedì 24 settembre, “proseguire lungo la via tracciata permetterebbe di ottenere risultati ancora migliori”. “L’Italia ha fatto passi importanti negli ultimi mesi sulla via delle riforme. Sono state prese decisioni coraggiose per rimuovere ostacoli alla crescita. Bisogna riconoscere che gli italiani stanno facendo importanti sacrifici per costruire un futuro migliore per le nuove generazioni. Le riforme fatte fin qui creeranno nuovi posti di lavoro e accresceranno la fiducia nel futuro”.

“Bisogna combattere l’evasione fiscale e la corruzione – ha continuato Gurrìa. Occorre “restituire competitività al Paese puntando sul lavoro, l’istruzione e la crescita. Occorre aumentare la produttività”. Con sano ottimismo il presidente dell’Ocse ha affermato: “Ho grande fiducia negli italiani che sapranno riprendersi da questo momento di crisi economica”, e sarebbe il caso di aggiungere non solo economica ma anche etica, morale, politica, istituzionale.

L’ottimismo di Gurria prefigura comunque un futuro migliore come del resto il premier Mario Monti per il quale “il 2013 sarà un  anno in crescita”. Con riforme approvate l’Ocse prevede inoltre un +4%  del Pil in dieci anni ma è ancora presto per “abbandonare il  rigore. Quello va sempre mantenuto”, ha ammonito il presidente del Consiglio. “Se vogliamo uscire dalla crisi – ha aggiunto Monti – bisogna guardare all’andamento della competitività delle imprese e aumentare la produttività”.

Un futuro migliore, di pace e di prosperità sia economica sia politica, è costantemente invocato anche dai liberali e dallo stesso Dahrendorf che nelle sue Riflessioni sul futuro dell’Europa aspirava ad un’Europa unita che fosse in grado di superare la questione del diritto all’autodeterminazione dei popoli. “Come principio di diritto internazionale – scrive Dahrendorf – l’autodeterminazione nazionale è uno dei principi più infelici. Attribuisce un diritto ai popoli, quando i diritti dovrebbero essere sempre quelli degli individui”.

Dahrendorf concepiva però istituzioni europee che funzionassero in modo da rafforzare e potenziare le capacità  degli Stati nazionali di compiere il loro dovere nei confronti dei cittadini, e che non assumessero quindi il carattere di istituzioni sovranazionali ‘sostitutive’ dell’autorità degli Stati nazionali. In quest’ottica Dahrendorf rilanciava i parlamenti degli Stati nazionali perché, in fondo, è quello il terreno sul quale hanno trovato attuazione autentica la democrazia e l’ordinamento liberale nel corso dei secoli. L’obiettivo più alto è promuovere quanto più largamente possibile la “politica della libertà” fondata sull’ordine liberale, il dominio del diritto e la piena espressione ed espansione della società civile.

Sulla scia di Popper, per Dahrendorf tutto ciò si concretizza in una “società aperta”, per realizzare la quale “non c’è una strada maestra”. “La libertà non cade dal cielo – scrive Dahrendorf – va creata. La sua creazione è piena di trabocchetti […]. Ma nel riflettere sulle umane vicende non possiamo visualizzare solo un sinistro procedere verso la schiavitù; c’è anche la prospettiva di una via verso la libertà”.

La fiducia di Dahrendorf nel cammino sicuro e inarrestabile della libertà, in un’Europa unita in cui convivono pacificamente le diverse identità nazionali, richiama il tema di fondo che serpeggia la Storia d’Europa (1932) di Benedetto Croce. “Per intanto – scrive Croce – già in ogni parte d’Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità; e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico Regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’essere loro anteriore ma innalzando e risolvendo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate”.

Un’Europa unita che ancora oggi è in costruzione e della quale Benedetto Croce e Ralph Dahrendorf possono essere considerati tra i primissimi promotori.

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