Il Laziogate ha offerto un ulteriore esempio di come si sia immiserita la politica in Italia ed ha rafforzato la convinzione di molti elettori a tenersene lontani. Una politica senza valori unificanti e respiro elevato, produce personaggi mediocri e corrotti e finisce col delegittimare agli occhi dei cittadini le stesse Istituzioni.

Come sempre, riteniamo di  dover allungare lo sguardo oltre il miserabile palcoscenico del Consiglio Regionale del Lazio per capire se c’è, e chi eventualmente possa essere, il regista di uno scandalo, che ha tutta l’aria di essere stato montato per fini ben diversi da quelli che appaiono e che non possono che riguardare la ulteriore delegittimazione della politica.

In primo luogo va rilevato il ruolo ambiguo delle due Procure, che, in concorrenza tra loro, si stanno muovendo, alla ricerca di reati che, secondo quanto appare, non sono tali, salvo che non si dimostri, fatto difficile e comunque nel relativo contesto marginale, che qualche documento sia stato falsificato.

In realtà il caso non sembra evidenziare profili penali, ma appare come un enorme scandalo trasversale, che investe il costume politico dell’intero Consiglio Regionale e che non differisce da quanto avviene nella gran parte delle Regioni italiane, dalla Lombardia alla Sicilia. E’ infatti secondario sapere se le esorbitanti cifre messe a disposizione dei Gruppi o dei singoli consiglieri, fossero destinate a finanziare impropriamente e surrettiziamente, le varie famiglie politiche, a coltivare l’ elettorato dei consiglieri, o a pagare i lussi e gli sprechi delle singole persone. Quello che conta è l’abuso del pubblico denaro, come in genere per ogni altro livello di finanziamento diretto od indiretto dei partiti, principalmente in tempo di crisi e di una conseguente, necessaria, maggiore austerità nelle spese degli organi istituzionali.

E’ fuori discussione che, al di là del merito della squallida vicenda, l’enfasi mediatica che le è stata attribuita, dimostra come lo scandalo non possa non avere qualche regista occulto, che ha un obiettivo ben diverso da quello, già conseguito con le dimissioni della Polverini.

Lo dimostrano le modalità con cui si è giunti all’epilogo. Il centro destra tentava di resistere, i consiglieri del PD facevano finta di volere presentare le dimissioni, la Presidente a sua volta le minacciava, ma sostanzialmente la situazione è rimasta in stallo, finché l’UDC, che non ne aveva inizialmente alcuna intenzione, non ha deciso di abbandonarela maggioranza. Cosavuol dire? Anche un bambino si renderebbe conto che a tale partito è stato fatto pervenire un consiglio di quelli che non si possono rifiutare, perché altrimenti il rischio avrebbe potuto comportare il coinvolgimento dei massimi vertici laziali e nazionali.

Sarebbe interessante sapere chi sia il manovratore, perché è stato scelto il Lazio e non qualunque altro Consiglio regionale, se, dietro le parole minacciose con cui la Presidente si è dimessa, vi sia soltanto rabbia o se essa stessa non sia parte del disegno, che ha affondatola sua Giuntaed, in tal caso, per quali motivi.

Non abbiamo alcun elemento per avanzare ipotesi. Siamo tuttavia convinti di poter affermare che la vicenda va ben oltre quello che appare e che probabilmente, avvicinandosi le elezioni politiche, non rappresenta altro che l’anticipazione di una nuova catena di vicende, destinate a travolgerela Seconda Repubblica. Taleevento non ci turba assolutamente, perché lo auspichiamo da molto tempo, forse dal giorno stesso in cui è nata. Ci preoccupa il modo, perché un susseguirsi di scandali, peraltro sempre più meschini, allontanerà ulteriormente gli elettori da una politica impresentabile, ma non a favore di una nuova, animata da tensione ideale e morale; piuttosto finirà per produrre una ulteriore ondata di antipolitica. Forse, chi tesse la perversa tela di cui abbiamo parlato, tende soltanto ad ottenere il risultato di costringere i partiti che, pur ridimensionati, rientreranno in Parlamento, ad invocarela Grande Coalizioneper evitare di consegnare il Paese a Grillo e Di Pietro.

Siamo troppo abituati a prediligere la strada maestra per accettare la logica del tanto peggio, tanto meglio. Non possiamo quindi, di fronte allo spettacolo che le Regioni, tutte, stanno offrendo che dare ancora una volta atto che Malagodi aveva ragione da vendere quando, con tutte le sue forze, si oppose tenacemente alla creazione di tale livello istituzionale. Sarebbe quindi venuto il momento di proporne una profonda riforma, rivedendone i poteri ed uniformando il sistema di elezione, come quello relativo alla ampiezza della relativa burocrazia e, soprattutto, disciplinandone i poteri legislativi e la relativa facoltà di spesa.

Tuttavia, prima di ogni cosa, si tratta di restituire alla politica un’anima, che non può non essere quella di una rinnovata vocazione ideale, che porti eventualmente anche a scontri feroci, ma vivaddio, per un’utopia, per una visione, non per il miserabile affarismo di una classe dirigente inadeguata, indifferentemente costituita da cooptati o da eletti attraverso insopportabili ludi cartacei e baccanali.

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