Il tessuto produttivo su cui si fonda l’intera economia italiana è indubbiamente costituito dalle piccole e medie imprese. In Italia esistono, stando ai più recenti dati della Commissione Europea, 3.762.921 imprese di cui solamente 3000 con più di 250 addetti. Il 99,8% dell’imprenditoria italiana è costituito da PMI, che sono responsabili dell’81% dell’occupazione totale, contro una media europea del 67%.

Una quota enorme del benessere e della ricchezza prodotti in Italia provengono quindi da questa categoria, che tuttavia si trova a dover fronteggiare quotidianamente una serie di ostacoli che scoraggerebbero anche le maggiori imprese multinazionali.

Una delle difficoltà principali, specie durante una recessione come quella che stiamo vivendo, è l’accesso al credito, fondamentale non solo per fronteggiare il calo della domanda, ma anche e soprattutto per rendere sostenibili quella serie di investimenti (tecnici e non, occupazionali, manageriali etc.) che permettono all’azienda di mantenere una prospettiva operativa di lungo termine.

Secondo i dati Bce di giugno 2012, le PMI italiane pagano circa quattro decimi di punto percentuale in più per contrarre un nuovo finanziamento bancario, rispetto alla media europea. Già questo costituisce uno svantaggio molto significativo in un mercato così altamente concorrenziale.

Ma non è l’unico dato preoccupante. Con il procedere della crisi la forza contrattuale delle PMI, di regola inferiore a quello dei grandi gruppi aziendali, si è ridotta ulteriormente: se nel 2010 il differenziale di tassi tra PMI e grandi imprese era in linea con i valori europei, nel 2012 è aumentato del 50%.

In sostanza, le aziende su cui è meno rischioso puntare sono quelle che già posseggono le risorse e gli strumenti per superare la crisi. Esattamente come succede ai privati.

Succede così che mentre da un lato aumenta la domanda di credito (21,7%, dal precedente 17,8%, dati Osservatorio nazionale sul credito delle PMI) per un fido, un finanziamento o la rinegoziazione di un credito esistente, dall’altro diminuisce il numero di aziende che lo ottiene (dal 42% al 31,5%).

Quanto vacui appaiono i grandi piani per la crescita, quando nella quotidianità il divario tra mondo bancario e produttivo si ingrandisce a questi ritmi. In un sistema connesso e complesso come quello in cui operano le PMI, che spesso si organizzano in forme di ecosistemi di reciproca dipendenza, il danno al singolo equivale ad un danno alla collettività.

Ed un danno alla collettività delle PMI, come abbiamo visto, significa un danno all’intero sistema economico italiano.

© Rivoluzione Liberale

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