La vicenda del Lazio e il caso Sallusti non hanno, è ovvio, niente in comune tra di loro, ma sono ambedue sintomi di una febbre sempre più alta, di una vera emergenza morale, che affligge la società italiana e contro la quale si levano, sì, voci quasi unanimi, anche al massimo livello, ma che impongono che si passi dalle parole ai fatti, con rimedi rapidi, efficaci e frutto di una volontà davvero condivisa di tutte le forze politiche.

Su ambedue le vicende il Segretario del PLI, on. De Luca, si é espresso su queste colonne con molto equilibrio e con spirito davvero liberale. Vediamo di approfondirle,  cercando di andare al di là, come ha fatto lui, delle sterili indignazioni e delle comode cortine di fumo, e cercando di  individuare in concreto le cure possibili.

Nella triste vicenda laziale, il volto ghignante della farsa é spuntato in aggiunta al dramma:  farsa, della specie peggiore,  quella del sig. Fiorito che dichiara di non ritenersi un ladro (mamma sua gli dà ragione) e pensa di ricandidarsi; farsa lo show della signora Polverini a Ballarò, farsa aver dichiarato che chiamarla a responsabile di quanto avvenuto sarebbe come chiamare Monti  a responsabile delle azioni di Lusi! Scusi, signora, ma che c’entra? A parte il fatto ovvio che Lusi ha fatto quello che ha fatto in gran parte quando Monti faceva il Presidente della Bocconi e non il Primo Ministro, che diavolo c’entra Palazzo Chigi con la gestione della Margherita? Forse la signora voleva dire Rutelli, non Monti, e se così fosse avrebbe ragione: Rutelli ha finora eluso la sua responsabilità penale, ma quella politica penso che la pagherà, ma questo non diminuisce in nulla le colpe della (ex?) Governatrice del Lazio, per azione o, come minimo, per omissione. E farsa aver annunciato pubblicamente le dimissioni, ritardandole però di fatto per avere il tempo di regolare i conti interni alla maggioranza, sistemando gli  amici e punendo i nemici.  Si potrebbe pensare che si tratti di atti inutili, che la prossima giunta, di qualsiasi segno sia, azzererà, ma non é purtroppo così. Gli atti stessi, formalmente legali se un’istanza superiore non interviene ad annullarli (credo che il Prefetto abbia questa potestà),  creano diritti acquisiti (in parole chiare: stipendi e vitalizi) che molto probabilmente il TAR difenderà. Chi pagherà? Si legge che il futuro politico della signora Polverini è all’esame: deputata, senatrice, candidata a sindaco di Roma? L’arroganza, l’insensibilità, la stoltezza, di cui l’interessata e i suoi sostenitori danno prova fanno rabbrividire: ma non hanno ancora capito che la gente non ne può più? Ma non leggono i commenti dei lettori di tutti i quotidiani, romani e nazionali? Non hanno capito che l’unico futuro adeguato perla signora Polverinié scomparire nel silenzio? Anche il ritorno all’UGL, preconizzato dalla signora Almirante, mi pare un premio immeritato: tra l’altro, circola il testo di un’intervista fatta quandola signora Polverininon era ancora Presidente della Giunta Regionale del Lazio, in cui affiorano varie questioni incomode e senza risposta sul tipo di gestione di quel sindacato. L’on.de Lucasi é chiesto chi ci sia dietro al Laziogate e ha ragione: in superficie, lo scandalo è nato per una denuncia dei radicali (un partito con mille difetti, ma non certo quello della disonestà) e poi dell’ex Capogruppo del PDL alla Regione, Battistoni, e la feroce lotta interna in corso nel PDL laziale (e oltre) può costituire una ragionevole spiegazione. Ma sospettare, al di là di questo, una mano ancor più oscura e poderosa, in questa Italia delle congiure, non é illogico. C’é dietro gli scandali un disegno volto a destabilizzare il sistema politico e favorire soluzioni diverse? É possibile, ma il solo modo di contrastarlo è fare giustizia rapidamente e senza tentennamenti o falsi formalismi, in modo che l’opinione pubblica disgustata veda che, se íl male c’é, in una società libera e democratica,  vi é anche la capacità di autocorrezione. Da Liberali, non ci piacciono le manette facili e non auguriamo il carcere a nessuno, neppure al signor Fiorito. Ma la Giustizia vada avanti e le Procure – che ci riserviamo di criticare liberamente quando eccedono – identifichino rapidamente i reati, se ci sono (e penso ci siano, se peculato non é una parola vuota) e i loro responsabili e seguano poi sentenze in tempi brevi, anche perché nelle prossime elezioni locali la gente possa sapere con certezza chi ha fatto cosa, se non altro per dirigere il proprio voto verso quelle forze, vecchie, nuove o rinnovate (e ve ne sono, a Roma e altrove) che hanno davvero mani pulite e capacità di gestione.

Ma fare giustizia nel Lazio sarebbe largamente insufficiente, se non si tagliasse alla radice un male che è diffuso in tutto il Paese. Un’inchiesta stampa mostra che fondi milionari ai gruppi politici sono comuni a tutte le regioni, con l’eccezione di poche (Toscana, Liguria ed Emilia-Romagna, dove pure esistono, ma con ammontare abbastanza ridotto) e generale è l’assenza di veri controlli sul loro uso. Stiamo parlando delle Regioni, ma sono convinto che lo stesso può applicarsi alle Province residue e alla grande maggioranza dei  Comuni e temo che assisteremo nei prossimi mesi ad altri scandali a catena. Sommate, si tratta di somme non milionarie ma miliardarie. Per non parlare della corruzione diffusa (il caso del Comune di Roma, se confermato, è emblematico e non depone bene per la conclamata voglia di pulizia del Sindaco Alemanno; ma anche nella Puglia di Vendola non è che manchino i sospetti).  Se la Politica, nella sua accezione più alta, non pone un argine a tutto questo, non ci si lamenti  poi se sono le Procure, con tutta la pesantezza dei loro metodi, a intervenire in supplenza.

Per chiarezza, consideriamo separatamente i due problemi:  corruzione e peculato (o malversazione). Sono fenomeni spesso interconnessi e facili da confondere, ma concettualmente e penalmente distinti, senza che tra di loro si possa stabilire una graduatoria di gravità. Chi commette peculato, o malversazione, si appropria direttamente dei soldi di tutti o li sperpera al di fuori dei fini d’istituto. Il  corrotto non se li mette direttamente in tasca, ma egualmente causa un  danno grave, perché altera il corretto sistema degli appalti pubblici impedendo la sana competizione che porta ad abbassare i costi, e perché l’onere delle tangenti  è normalmente scaricato sul prezzo del’opera e quindi sui cittadini.

Contro la corruzione, è augurabile che la legge all’esame del Parlamento sia subito approvata (a quanto pare, lo stesso Berlusconi si è reso conto dell’impossibilità  di un ulteriore ostruzionismo) e che sia poi prontamente e severamente applicata. Ma contro peculato e malversazione non bastano  il codice penale, né i vari livelli di controllo.  Affinare le prescrizioni di legge (in questo senso va l’ emendamento “anti-Fiorito” proposto dal PDL che, un po’ tardivamente, cerca di rifarsi una verginità)  è certo utile. Però, come si è visto, c’è una vasta area grigia  in cui è possibile malversare le risorse senza incorrere in reati ma, tutt’al più, in condotte eticamente e politicamente censurabili. È l’area che attiene ai costi, grandemente esorbitanti  in Italia rispetto alla media europea, della politica a livello soprattutto locale: proliferazione di incarichi inutili, stipendi e vitalizi d’oro, benefit di vario tipo, per cui è possibile sperperare i soldi dei cittadini restando entro un’apparente legalità. L’uso dei fondi pubblici a fini privati che,esso  si, è reato, costituisce in fondo il risvolto quasi inevitabile di un sistema di finanza allegra e senza controllo. Il solo rimedio possibile sta in una legge dello Stato (costituzionale ove occorra) che almeno dimezzi il numero delle cariche elettive e amministrative  a livello locale, stabilisca tetti ragionevoli per le retribuzioni e abolisca da ora in poi (se retroattivamente non fosse possibile) indebiti vitalizi  e altri privilegi, o li riduca in limiti accettabili; e che inoltre fissi parametri rigorosi per la dotazione finanziaria dei gruppi politici e li sottoponga a controllo stringente della Corte dei Conti. E magari, come gesto simbolico, restituisca le somme cosí risparmiate ai cittadini sotto forma di alleggerimenti  fiscali. Avevamo espresso un dubbio sulla possibilità che a farsene promotore fosse il Governo dei tecnici: ora parrebbe che, se non altro a seguito delle forti pressioni del Capo dello Stato, il Governo se ne voglia fare carico: speriamo che così sia e che i provvedimenti siano  rapidi, rigorosi ed efficaci, senza curarsi  delle possibili proteste di chi difende le autonomia locali per ragioni di puro e semplice interesse personale. Il terreno è ora favorevole: tutti  Partiti si dicono d’accordo, la Conferenza delle Regioni propone rimedi utili, ed è da pensare che la Conferenza dei Comuni  seguirà. Per carità, non lasciamo disperdere questo momento unico, non facciamo che tutto poco a poco si dimentichi e le cose restino immutate con una semplice spolverata di cambi cosmetici (in Italia siamo maestri in questo: basti pensare a come si sono aggirati i risultati del referendum contro il finanziamento dei partiti). Altrimenti la “politica”come la conosciamo sarà condannata a scomparire, lasciando un vuoto pericolosissimo in cui si inseriranno sole le forze più becere dell’antipolitca.

Il caso Sallusti ha importanza  minore, va da sé, ma è certamente delicato, perché in ballo sono stati chiamati principi come la libertà di opinione, la congruità della pena, la sua condizionalità, e la responsabilità dei direttori di testate. Andiamo al fondo:  Sallusti, nei vari quotidiani in cui ha lavorato o ha diretto non ha praticato, diciamolo in tutte lettere, un giornalismo all’altezza di una civiltà antica e colta come quella italiana, ma più al livello di certa stampa-spazzatura abituale altrove, e si è reso colpevole di ripetute, e quasi seriali, diffamazioni. La libertà di opinione, che da liberali difendiamo con tutte le forze, non c’entra proprio nulla. Ripetiamolo fino alla nausea (come abbiamo fatto nel caso delle pubblicazioni contro l’Islam). Esprimere un’opinione, anche in modo vigoroso e polemico, è un diritto assoluto e non sanzionabile;  insultare o diffamare è un reato, previsto come tale dal codice penale. Punto. Libero ha diffamato il giudice Cocilovo e questi ha difeso  la propria onorabilità; l’autore confesso dell’articolo incriminato il (poco) onorevole Farina, ha pubblicamente riconosciuto che gli elementi su cui si era basato erano falsi. E allora?

SI potrebbe pensare, un po’ maliziosamente che la vittima, essendo un giudice, la corporazione giudiziaria, sino al più alto livello, ha serrato le fila per proteggerlo e proteggere sé stessa, così come adesso la corporazione giornalistica serra le file per difendere uno dei suoi, anche se poco amato: possibile, umano, ma non certo commendevole. I punti importanti sono però altri. Il  primo riguarda la congruità della pena, un problema che attraversa da Beccaria in poi tutto il pensiero giuridico: nel mondo politico a tutti i livelli (persinoDi Pietro  e Travaglio sono d’accordo) pare si pensi ora che il carcere non sia una pena giusta per reati che, peraltro, ripetiamolo, non sono  di opinione ma di diffamazione e che una multa, magari  pesante, accanto alla riparazione del danno arrecato in sede civile, costituisca una risposta migliore. Può darsi che rubare la mia reputazione sia meno grave che rubare i miei beni o violare la mia integrità fisica, reati per i quali è previsto il carcere. Può darsi! Se dalla politica si pensa che occorra derubricare il reato, avanti tutta! Forse sarà un tassello di più a quella civiltà giuridica cui vogliamo avvicinarci. Ma pena ci sia, e seria, perché insultare e diffamare, coll’aggravante del mezzo stampa, non devono essere accettati in una società civile, chiunque ne siano autore e vittima.

La seconda questione riguarda la sospensione della pena, che la Giustizia, fino al livello della Cassazione, ha negato al direttore del Giornale, con un argomento davvero strano: perché altrimenti vi sarebbe la possibilità di ripetere il reato. Dico “strano” ma dovrei dire abbastanza pretestuoso e in fondo risibile: ricordiamo che l’istituto della sospensione è condizionato, appunto, al non ripetersi di condotte criminose: in altre parole, se Sallusti, rimanendo in libertà e in funzione come direttore, si rendesse colpevole di ulteriori diffamazioni, la sospensione decadrebbe  e, nell’ipotesi di nuova condanna, in carcere ci andrebbe a scontare la pena per ambedue i reati. Qui la corporazione giudiziaria si è lasciata scappare la mano e speriamo chela Procura Generaledi Milano corregga l’errore, perché sarebbe davvero ingiusto vedere ladri, e peggio, in libertà, e un giornalista in prigione.

La terza questione riguarda la responsabilità  del direttore per  tutto quanto pubblicato nel suo giornale. “De jure condito”, in verità, Sallusti era ben consapevole (perché, altrimenti, veniva indicato nella testata di Libero, come ora del Giornale, e, suppongo, pagato, come “Direttore responsabile”?) e quindi non cerchi di aureolarsi di un comodo vittimismo e, tra l’altro, non si spacci per il primo direttore di giornale ad andare in carcere: in tempi molto più seri in carcere ci andò un giornalista e direttore di ben altro calibro, Giovanni Guareschi, per aver diffamato De Gasperi sulla base di documenti risultati poi falsi. Poi “de jure condendo”, può darsi che una responsabilità di tipo oggettivo non sia più realistica, almeno  in un grande giornale con centinaia di notizie e note di commento (ma, francamente, non in un foglio del tipo di Libero). Stiamo però attenti a cambiare troppo facilmente la norma, quando in ballo ci sono fatti comela diffamazione. Unaresponsabilità almeno pecuniaria, dell’organo di stampa e del suo direttore mi sembra da preservare. Da preservare se vogliamo distinguere tra responsabilità e impunità generale e assoluta,  tra libertà di opinione e di espressione e insulto, diffamazione, calunnia, tra giornalismo vero, alla Montanelli, Scalfari, Sergio Romano, Ferruccio de Bortoli e tanti, tantissimi altri, e giornalismo (non definiamolo altrimenti) alla Sallusti e alla Feltri.

In conclusione, benvenuta sia la mobilitazione a difesa di Sallusti di quanti hanno dimostrato molta più solidarietà di quanto Libero o il Giornale dispensino ai loro avversari. Condivido con loro la speranza che Sallusti resti libero, almeno fino a nuovo reato. Ma, come ha ammonito su queste colonne il Segretario del PLI, guardiamoci dall’ondata delle emozioni del momento, giuste o false che siano; non confondiamo libertà di opinione e libertà di insulto e non commettiamo l’errore tipico di passare da un estremo all’altro, garantismo e giustizialismo, impunità o carcere duro, e di gettare, con l’acqua sporca, anche il proverbiale bambino.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Ogni giorno porta nuovi sviluppi nella tragicommedia del Lazio,, e nuovo fango ci sommerge. Ora risulta che il ciccione Fiorito percepiva complessivamente 300.000 euro l’anno oltre al suo stipendio di consigliere e per questo si serviva direttamente sui soldi del gruppo, versandoli sui propri conti correnti. La cosa è di un’enormità tale che occorre davvero molta faccia di tolla per enunciarla! E il suo avvocato (d’accordo, fa il suo mestiere, ma un po’ di decenza, almeno nelle dichiarazioni pubbliche, sarebbe apprezzabile anche da parte di un difensore) sostiene che non c’è peculato, perché, i soldi dati ai partiti, anche se escono dalla tasca dei i cittadini, diventano privati, e quindi ci sarebbe “solo” appropriazione indebita (come se questa non fosse un reato, e un reato non minore: in tutte lettere: furto). E naturalmente accusa chi? Non chi ha malversato, ma l’opinione pubblica che chiede pulizia e giustizia e avrebbe motivato, colle sue pressioni, un arresto indebito. Come sempre, col giochino delle tre carte, il colpevole non è il colpevole ma chi si indigna e lo accusa!
    È triste per un liberale stare per una volta dalla parte delle manette e constatare che l’unico argine al malcostume (l’unico “sceriffo” che castiga il male, come in un western dal finale liberatorio) sono le Procure della Repubblica. Però consoliamoci pensando di vivere in un Paese in cui la Giustizia può fare il suo corso senza intimidazioni politiche. Però il carcere preventivo non può essere la sola, e neppure la migliore soluzione: un po’ di tempo dietro le sbarre servirà, speriamo, a cancellare quella disgustosa risata dal faccione di Fiorito, ma poi la Giustizia sia rapida, non biblica, e chi ha sbagliato paghi, se pagare deve, ma sulla base di sentenze passate in giudicato.

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