Diversi studi di storia economica dimostrano che l’economia di un Paese smette di crescere se la sua spesa pubblica supera il 40% del Pil. In Italia siamo al 60%, con un debito pubblico che ammonta a circa il 120% del PIL.

Ma non è tutta colpa degli sprechi e dei privilegi della casta. L’elevato livello di spesa va ascritto anche al modello di Stato Sociale che abbiamo costruito negli anni.

I traguardi raggiunti dal nostro modello di welfare devono ovviamente considerarsi come importanti conquiste piuttosto che un ostacolo alla crescita. Resta però da chiedersi se la crescita esponenziale della Spesa derivante da questi “traguardi” abbia contribuito all’incremento del benessere sociale ed economico della maggioranza dei cittadini.

Indicatori quali il tasso di mortalità, il livello educativo o il reddito pro-capite non descrivono una situazione particolarmente idilliaca. I valori registrati in Italia, infatti, non sono significativamente migliori rispetto a quei Paesi in cui l’intervento dello Stato è più circoscritto, ma più efficiente.

Questo perché – come nota il Prof. Paolo Moretti sulle pagine del Sole 24 Ore  – “livelli elevati di spesa pubblica, finanziati con alti livelli di tassazione, riducono il reddito a disposizione dei contribuenti, limitando la loro libertà economica con conseguenze negative sulla crescita economica del Paese e quindi del benessere collettivo”.

Occorrerà dunque interrogarsi sulla sostenibilità dello Stato Sociale e ripensare profondamente quella struttura che era stata pensata per un Paese in forte crescita demografica. Oggi l’invecchiamento della popolazione e l’incremento dell’aspettativa di vita hanno comportato un enorme aumento della spesa pensionistica e sanitaria che non può né deve essere sostenuto da una maggiore pressione fiscale.

Una tassazione reale che supera il 55% del reddito non può essere accettata, ma per contenere il peso delle imposte bisognerà necessariamente ridurre il perimetro d’azione dello Stato (magari in favore del mercato libero e concorrenziale).

Si potrebbe iniziare, per esempio, seguendo quanto suggerito da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi dalla colonne del Corriere: interrompere l’erogazione di servizi sanitari gratuiti a tutti senza distinzione di reddito.

Piuttosto che pagare tasse elevatissime e godere di servizi gratuiti potrebbe aver senso pagare quei servizi (quando richiesti) e beneficiare della riduzioni delle aliquote fiscali.

Ci auguriamo che, invece delle solite promesse, i cittadini sia pronti ad ascoltare chi avrà il coraggio di discutere di questi temi cruciali per il futuro del Paese nell’imminente campagna elettorale.

© Rivoluzione Liberale

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3 COMMENTI

  1. Scusate, ma considerata la gran massa di spesa pubblica destinata a sprechi assolutamente inutili, giusto l’assistenza sanitaria dobbiamo colpire?

    • Caro lettore,
      certamente gli sprechi costituiscono un componente inaccettabile della Spesa pubblica che va aggredito in via prioritaria e auspicabilmente azzerato.
      L’articolo, invece, voleva essere uno strumento di riflessione sulla “filosofia” che sottostà alla costruzione dello Stato così come lo conosciamo nel nostro Paese.
      Via gli sprechi (come giusto e doveroso) non è infatti detto che la Spesa si attesti su livelli sostenibili…
      Con i migliori saluti,
      Giorgio Re

  2. E’ ormai dall’uscita del PLI dai governi fanfaniani che la strada imboccata dai partiti della spesa pubblica non soltanto non viene bloccata al traffico (di denaro dei contribuenti) . Come diceva Malagodi bisogna che i cittadini facciano con forza sentire la loro voce: non uno Stato delle partecipazioni sociali, che ingrassa la macchina clientelare, non un Leviatano etico che pretende di stabilire cosa sia giusto e cosa no della vita e della condotta “morale” delle persone. Bisogna dirlo a fronte alta: che ci sia uno stato che con Istituzioni autorevoli garantisca il massimo spazio di libertà per tutti nel rispetto di quella altrui, che apra spazio alla competizione, che impari da Bastiat quanto sia mortificante per la libera competizione il protezionismo o il collettivismo. Ma dal ’62 ad oggi gli italiani sono stati martellati da una propaganda pro sussidi che ne ha depauperato l’enorme potenziale produttivo. E’ arduo risalire la china dopo 60 anni di partitocrazia, anzi per usare le parole di Panfilo Gentile di democrazia mafiosa.

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