Il 16 ottobre ricorrerà il dodicesimo anniversario della morte di Antonio Russo, giornalista freelance di Radio Radicale che indagava sugli orrori russi nella guerra in Cecenia.
Il suo corpo torturato e straziato venne trovato ai bordi di una stradina di campagna a 25 Km da Tblisi, la capitale georgiana, torturato con tecniche riconducibili ai servizi segreti russi. Il materiale che aveva con sé – videocassette, articoli, appunti – non fu ritrovato, anche il suo alloggio fu ritrovato svaligiato da appunti e video (pur senza toccare oggetti di valore).

Le circostanze della morte non sono mai state chiarite, ma numerosi indizi conducono al governo di Vladimir Putin a Mosca: Antonio Russo aveva infatti cominciato a trasmettere in Italia notizie scottanti circa la guerra, e aveva parlato alla madre, solo due giorni prima della morte, di una videocassetta scioccante contenente torture e violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena. Secondo i suoi amici, Russo aveva raccolto prove dell’utilizzo di armi non convenzionali contro bambini ceceni.

Erano le 14:10 del 16 ottobre del 2000 quando dalla Farnesina giungeva la notizia del ritrovamento del corpo privo di vita di Antonio nelle vicinanze di Tblisi, capitale della Georgia. La porta della sua abitazione è stata trovata aperta. Russo era in procinto di rientrare in Italia per portare nuove testimonianze e documenti sull’atrocità della guerra in Cecenia.
Antonio Russo è stato un giornalista coraggioso, l’unico che è rimasto a Pristina, in Kossovo, per informare il mondo delle atrocità serbe contro i civili kossovari a rischio della sua stessa vita. Corrispondenti molto più blasonati di lui erano già lontani.

Questo il ritratto che “Free Lance International Press” fa di lui: «E’ un bambino silenzioso che quasi non parla, invaghito di miti classici della grecità, la futura voce che racconterà a tutto il mondo la deportazione dei kosovari albanesi nel marzo 1999. Nato nel 1961 a Chieti, è prelevato da un orfanotrofio abruzzese a circa 6 anni. Cercherà con disperazione, per tutta la vita, la sua vera origine. Ad un amico dirà che, forse, i suoi veri genitori sono dei kosovari. Già orientato alla prassi, lascia negli anni ’80 la Facoltà di Veterinaria di Pisa per iscriversi, nell’86, alla Facoltà di Filosofia de “La Sapienza” di Roma. Sempre nell’86 fonda con un gruppo di studenti la rivista “Philosophema”, cui dedicherà gran parte del suo impegno intellettuale. Spregiudicato, acuminato come gli illuministi che amava, all’Università approfondisce i problemi di filosofia del linguaggio e di filosofia della scienza. Da editore autogestito e autoprodotto, pubblica “Lineamenti di una teoria dell’etnocidio” del filosofo di teorica Rodolfo Calpini e “La storia infinita”, raccolta di profili storiografici sul tema del nazionalismo tragicamente risorto nel mondo post- bipolare. Il giornalismo si staglia come una scelta più lenta: lo attraggono la militanza politica nella Gioventù Federalista e gli assemblearismi degli ambienti radicali. Nel ’94, attraversa in chiave pedagogica la piccola rivista “ Specchio”, poi è ancora nei seminari internazionali di Ventotene della Gioventù Federalista. E’ qui che la vocazione cosmopolita sboccia conducendolo al giornalismo. Intellettuale che “ dice la verità” sempre e comunque, antiaccademico, che rifiuta, da outsider, di specializzarsi in funzione del potere, prima dell’arrivo a Radio Radicale matura una lunga serie di umiliazioni: le redazioni italiane gli chiudono decisamente le porte. Note le sue missioni per Radio Radicale: Cipro, Algeria, Kossovo, Ruanda, Cecenia. Il giornalismo di Antonio Russo intreccia nella scrittura motivi da classico hemingwayano, il freddo ragionamento sulle logiche della realpolitik, fino a notazioni da etnografo pratico. Ha scritto una pagina gloriosa della stampa mondiale semplicemente vivendo la guerra con gli occhi di chi, secondo lui, la subiva più degli altri. Muore fragorosamente in Cecenia urlando, con il suo corpo torturato, tutto il carico di angoscia di lucido intellettuale del suo tempo. Partigiano per poter dire il dolore della Storia, per ironia della stessa, sulla sua fine grava un silenzio di piombo: quel silenzio su cui si è appuntata attraverso una fervida passione filosofica, la sua stessa riflessione sulla guerra.»

Oggi nessuno ricorda quasi più Antonio Russo mentre si discute di diffamatori conclamati come martiri della libertà di stampa. Vogliamo continuare a ricordarlo e ringraziamo chi di voi ha dedicato qualche minuto per lettura di queste righe. Forse l’anno prossimo il ricordo di Antonio sarà meno solo.

© Rivoluzione Liberale

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