Questa e la prossima dovrebbero essere le settimane decisive a proposito di grandi riforme. Ecco quindi riemergere anche la nuova legge elettorale il cui iter, soprattutto da un mese a questa parte, assomiglia all’intreccio di un terribile e nello stesso tempo comico romanzo a sorpresa. L’ultimo colpo di scena è il lodo Calderoli, proprio lui, l’autore del Porcellum, di recente ironicamente soprannominato “collaboratore di giustizia”.

Appare singolare, in effetti, che proprio l’autore del Porcellum voglia stringere a proposito di legge elettorale lanciando un “ultimatum” alle altri parti politiche. “È sorprendente che il senatore Calderoli lanci l’ultimatum al Pd”, ha sottolineato il vicepresidente dei senatori democratici Luigi Zanda che ha aggiunto: “Il tempo massimo per la riforma della legge elettorale è stato già ampiamente superato ma suggerisco a Calderoli di non dimenticarsi d’essere proprio lui l’autore di quel Porcellum che ha ferito la democrazia italiana e che adesso l’intero Parlamento dice di voler abrogare”.

Infatti il nocciolo della questione è proprio questo. Tutti, a parole, dicono di voler cambiare le carte in tavola a proposito del sistema di voto ma, con i fatti, la riforma della legge elettorale sembra essersi ridotta ad una ridicola diatriba tra le diverse parti politiche che ancora non riescono a sciogliere i nodi critici: preferenze, premio di maggioranza e premio di governabilità. Ad ogni nuovo voto si dà al Paese l’illusione di raggiungere un accordo e invece, alla fine, salta tutto.

Dietro l’ennesimo rinvio (a mercoledì 10 ottobre) dello scorso 4 ottobre in Senato sembra nascondersi l’ennesima trattativa tra Pdl, Pd e Udc e le parti in causa mirano a mettere a punto proprio il modello Calderoli, i cui elementi fondamentali sono: il premio di maggioranza del 12%; preferenze per i due terzi in luogo dei collegi, modalità che trova d’accordo Pdl e Udc; un terzo di listini bloccati, quota condivisa da tutti i partiti; una ripartizione dei seggi, alla Camera, a livello nazionale e non più circoscrizionale (metodo definito “Share”) e una ripartizione su base regionale al Senato. Infine sbarramento al 5% e un premio di governabilità pari al 15% per il partito o la coalizione che supera il 45% dei seggi, idea che piace ai democratici.

Dalle aule del Senato proviene comunque un certo ottimismo: Anna Finocchiaro parla di “spirito nuovo” ma richiede “più tempo” per riflettere; Gasparri e Quagliarello intravedono la possibilità di “una sintesi con un consenso più ampio”. Proprio in queste ore è in corso l’ennesima seduta della Commissione Affari costituzionali che entro questa settimana dovrebbe condurre all’approvazione del testo definito della riforma di legge, un testo unico che sia largamente condiviso come auspicato più volte anche dal Colle.

Giunti a questo punto, comunque, ciò che ci si augura è l’avverarsi di un miracolo. La riforma elettorale farebbe di certo bene al Paese e alla nostra politica ma come tutte le riforme tese a mettere ordine ha incontrato non poche resistenze durante il suo percorso. Come ci ricorda il Presidente Giorgio Napolitano “mai come in questo momento c’è un acuto bisogno di morale” nel nostro Paese, parole pronunciate con un certo sdegno e con una certa amarezza oltre che da Presidente anche da cittadino. “Se non ci ancoriamo ai grandi valori e attorno a quelli troviamo la forza della nostra comunità – ha incalzato Napolitano di fronte alla platea plaudente di Assisi – saremmo costretti sempre a logiche di contrapposizione sterile e di reciproca delegittimazione. Un clima questo che sta diventando soffocante per il nostro Paese e per la nostra società”. Napolitano ha ricordato come “ai tempi dell’Assemblea costituente si attinse tutti insieme a una comune antropologia di base che fu quella che aiutò a costruire l’Italia democratica”. Di fronte ad un quadro politico inadeguato e incerto, “attraversato da spinte centrifughe e da una forte frammentazione”, è necessario recuperare uno “slancio ideale” e, nel contempo, applicare un doveroso “rilancio dell’etica”, azioni che possono però concretizzarsi solo attraverso uno “sforzo congiunto” di tutte le forze politiche, ha ammonito il Capo dello Stato. Uno sforzo che deve mirare a riscoprire un fondamentale “ancoraggio antropologico che si chiama bene comune”, ciò che corrisponde all’esatto contrario del “rimpicciolirsi degli orizzonti dei singoli e dei gruppi”. Derive individualistiche ed egoistiche che stanno alla base di un mancato rispetto della legalità e di un diffuso “degrado del costume” all’interno di una parte della classe politica– fattori tra l’altro responsabili di un “fuorviante rifiuto della politica” da parte dei cittadini – e che, nel contempo, sembrano bloccare l’iter delle riforme. “All’Italia serve dialogo – ha sottolineato Napolitano – serve mettere ponti e non avere paura di attraversarli”.

All’Italia serve ricostruire una sana cultura del bene comune, ciò che si rispecchia anche in una sana legge elettorale.

© Rivoluzione Liberale

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