Il candidato Repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney, ha denunciato lunedì, durante un suo intervento all’Istituto militare della Virginia, la “passività” di Barack Obama sulla scena internazionale, in Medioriente e soprattutto in Siria. Romney ha fatto un parallelo tra i recenti attacchi antiamericani nel Mondo arabo e l’assenza di “leadership” del Presidente democratico uscente, aprendo così un nuovo fronte, a poco meno di quattro settimane dal voto, in una campagna elettorale concentrata fino ad oggi sulla politica interna e l’economia.

Per quanto concerne la Siria, Romney ha rinnovato il suo appello ad “identificare e organizzare membri dell’opposizione che condividono i nostri valori”, promettendo di fare “in modo che ottengano le armi delle quali hanno bisogno”, cosa che rifiuta di prendere in considerazione l’Amministrazione Obama, giustificando questa presa di posizione con il fatto che la composizione di questa opposizione è ancora troppo indefinita. Per dimostrare come l’estremismo stia crescendo nella regione, il Repubblicano è tornato più volte sull’attacco dell’11 Settembre scorso contro il Consolato americano di Bengasi, nel quale hanno trovato la morte l’Ambasciatore Christopher Stevens e tre suoi compatrioti. “Gli attacchi del mese scorso contro gli Stati Uniti non devono essere presi come episodi isolati, perché dimostrano quanto vasta sia la lotta in tutto il Medioriente, una regione che vive il suo più grande sconvolgimento da un secolo a questa parte”, ha spiegato, facendo notare che “la bandiera nera dell’estremismo islamico” era stata eretta sulle ambasciate americane il giorno dell’anniversario dell’11 Settembre. Ma se il Repubblicano desidera che il suo Paese si impegni maggiormente in Siria, nessuno dei due candidati sostiene il principio di un intervento contro il Regime di Assad, per ora. Non dimentichiamo che Obama ad Agosto aveva affermato durante una conferenza stampa che la “linea rossa sarà superata se ci accorgiamo che vengono utilizzate o scambiate armi chimiche. Questo cambierebbe i termini della mia equazione”. Quattro giorni dopo il suo riuscitissimo intervento contro il Presidente Obama, Mitt Romney ha tentato di dimostrarsi all’altezza come futuro Capo di Stato in un campo dove la maggioranza degli americani dimostra avere più fiducia in Obama. Il sondaggio Gallup realizzato dopo il dibattito ha mostrato una rimonta significativa del repubblicano che ha raggiunto (e per qualcuno superato) il Presidente uscente. “Il rischio di conflitto nella regione è più grande oggi che quando il Presidente ha cominciato il suo mandato”, ha continuato il candidato, citando la crisi nucleare con l’Iran, la guerra in Siria, l’attentato di Bengasi e gli “estremisti violenti”. Il candidato Repubblicano intende quindi cambiare rotta facendo seguire alle parole i fatti e propone di aumentare il bilancio della Difesa. I portavoce di Obama hanno immediatamente replicato ricordando “l’inesperienza” di Romney in politica estera e il bilancio del Presidente, “uno dei migliori in campo di sicurezza nazionale dopo molte generazioni”: fine della guerra in Irak, ritiro dall’Afghanistan entro il 2014 e la morte di Bin Laden.

Mitt Romney ha anche promesso fermezza con la Russia e un riavvicinamento con Israele dopo le “forti tensioni” che si sono create, secondo lui, tra Barack Obama e il Primo Ministro israeliano Netanyahu, e che avrebbero permesso all’Iran di continuare il suo programma nucleare. Le accuse di Romney sono forti, secondo lui il suo rivale non avrebbe dovuto “allontanarsi da Israele per conquistarsi la fiducia dei Paesi arabi”. Per il Repubblicano “ ci potrà essere pace in Medioriente solo se Israele sa di essere in sicurezza”. Ritornare ad essere per Israele qualcosa di più che un “amico interessato”, ma ridurre anche il sostegno ai Palestinesi, se continuano ad associare Hamas nelle loro richieste di riconoscimento alle NU: queste sono le sue due priorità. Romney promette anche di subordinare gli aiuti finanziari all’Egitto al rispetto del Trattato di pace con Israele e se in un video filmato a sua insaputa (e più volte citato per creare “ostacoli” alla sua corsa), rivela  non credere alla creazione di uno Stato palestinese, quando si trova in pubblico difende sempre una soluzione a “due Stati”. Un’ambizione che difendeva anche Obama nel 2008, ma che sembra aver messo in stand by a causa della maratona elettorale, anche se ha ricordato questo impegno davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite il 25 Settembre scorso: “la strada è difficile, ma la destinazione è chiara: uno Stato d’Israele ebreo, in sicurezza, e una Palestina indipendente, fiorente.”

Bisogna ad ogni costo impedire che l’Iran si doti di armi nucleari, anche se questo implica il ricorso alla forza: su questo punto i due candidati son d’accordo. D’altro canto, hanno vedute molto diverse sulla linea rossa da non superare. Per Obama, per agire bisognerà aspettare che il Governo iraniano esca allo scoperto dando la prova concreta di volere dotarsi di un armamento nucleare. Per Romney, la prova del possesso di un know how nucleare da parte di Teheran, senza che questo serva necessariamente a costruire qualche bomba, sarebbe sufficiente a giustificare un attacco. Romney, tra l’altro, accusa Obama di aver “favorito” lo sviluppo del programma nucleare iraniano, perdendo tempo a “litigare” con Israele. Intende mostrare al Regime iraniano, non più con parole, ma con atti concreti, che l’opzione militare è sul tavolo, riportando forze aeree americane nel Golfo Persico e all’Est del Mediterraneo. Se il bilancio dell’operato di Obama viene criticato, Mitt Romney deve approfondire le grandi linee enunciate lunedì in politica estera. I dibattiti televisivi del 16 e 22 Ottobre, dedicati alla politica estera, offriranno un’occasione agli elettori per confrontare i due candidati su questi punti caldi.

E’ stato da poco concluso un accordo bilaterale tra Seoul e Washington che fa decadere quello del 2001 che limitava la gittata dei missili Sudcoreani a300 chilometri. Mentre tutti i proiettori sono puntati sul duello Obama-Romney, con come piatti forti l’Iran e il Medioriente, l’Amministrazione democratica gioca con il fuoco in Asia. Questo accordo crea un pericoloso precedente che rischia di incoraggiare la corsa agli armamenti nella Regione, Pyongyang per prima, Pechino a ruota. Una mossa azzardata di Obama. Bisogna vedere se il Repubblicano Romney la utilizzerà per contrastare il suo avversario Democratico.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Di nuovo grazie, cara Jacqueline. I tuoi articoli sono chiari, precisi e illuminant come la grande stampa ci ha disabituati ad avere. .Penso anch’io che una certa passivitá dell’Amminsitrazione Obama abbia contribuito ad aggravare i nodi mediorientali, ma temo che un rinnovato attivismo repubblicano metterebbe il fuoco alle polveri. Una certa presa di distanza da Israele, peraltro, doveva servire a rendere le posizioni statunitensi un pó piú impárziali e quindi ad accrescerne le possibilitá mediatrici,, ma probabilmente non ha raggiunto lo scopo, perché ha irrigidito le posizioni di Netamiahu (lo conosco bene, Bibi, eravamo insieme a New York negli anni ’80, seduti fianco a fiancoi per ragioni alfabetiche, e ti posso dire che era davvero il piú falco dei falchi). lQuanto ai misili di Sepul, dubito che Roomney possa attaccare con successo il suo rivale su qualcosa che serve a rafforzare la sicurezza dell’alleato sudcoreano e, si spera, a rendere piú ragionevoli i folli del Nord..

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