L’assegnazione del Premio Nobel per la pace 2012 all’Unione Europea è venuta a riconoscere nel modo più alto una delle più straordinarie imprese politiche e umane della Storia, l’integrazione di un Continente che nei secoli era stato teatro di  guerre fratricide colle quali aveva insanguinato se stesso e il mondo,  e costituisce per questo  un evento di eccezionale valore ideale e politico, come ha ricordato con parole nobili e opportune  il Presidente Napolitano. Chi  contesta la decisione della Reale Accademia di Svezia in base ad argomenti contingenti e in genere fallaci, fa mostra di una meschinità di spirito, di una grettezza di visione e di una ignoranza storica, che mettono i brividi. E non è strano che in questo gruppetto spicchino i soliti, impenitenti nanerottoli nostrani, dal Grillo parlante a Maroni, da Vendola a Di Pietro.

Però le popolazioni europee, italiana inclusa, sono oggi fatte in gran parte da donne e uomini che non hanno vissuto gli orrori della guerra né la tensione ideale che ha generato e accompagnato gli inizi e gli sviluppi dell’integrazione. Per loro fortuna, si sono trovati senza alcun loro sforzo un continente in pace, democratico, rispettoso dei diritti di tutti, e unito, e spesso sono portati a vederne più le difficoltà e i difetti, che certo esistono, che i successi e i meriti, che sono incommensurabili. E allora è forse bene ripercorrere per loro brevemente il cammino europeo e comprenderne l’eccezionale importanza e il valore per tutti.

L’Europa uscita dalla Seconda Guerra Mondiale era un continente semidistrutto, lacerato nel suo tessuto economico e sociale, e diviso da odi generati dall’occupazione tedesca. Un continente un tempo militarmente forte, culturalmente ed economicamente al centro del mondo, e con una vasta rete di colonie, era divenuto la Cenerentola affamata di un mondo in cui il potere economico e militare era passato ad altre mani, una zona di fame e disoccupazione che dipendeva pesantemente dagli aiuti esterni (degli Stati Uniti coll’UNRWA e poi col Piano Marshall) per la propria sopravivenza e, poi, per il ritorno alla normalità. La preoccupazione più angosciosa era peraltro politico-militare: la paura che, una volta sanate le ferite più sanguinanti del conflitto, i protagonisti della contesa, Germania e Francia in primo luogo, tornassero ad affrontarsi in una nuova guerra fratricida che, questa volta, avrebbe definitivamente distrutto la nostra civiltá. Ció del resto era già accaduto dopola Prima Guerra Mondiale, quando appena vent’anni di incerta e difficoltosa tregua avevano portato, per la forza perversa dei nazionalismi, a un conflitto ancora più distruttivo e sanguinoso.  Il primo a comprendere quali fossero i mezzi appropriati per scongiurare questo fu uno spirito lucidissimo, un semplice funzionario senza ruolo politico, al quale andrebbero dedicati davvero monumenti, strade e piazze in tutta l’Europa: il francese Jean Monnet. Egli intuì che per scongiurare nuovi conflitti occorreva renderli impraticabili mettendo in comune le risorse economiche fondamentali per fare la guerra, carbone e acciaio, e – elemento importantissimo – occorreva  porle sotto il controllo di un’Autorità centrale non intergovernativa ma sopranazionale, svincolata cioè dalla volontà e dai possibili diktat e veti dei governi. La mia generazione ricorda bene le resistenze e le opposizioni, di destra e di sinistra, che Monnet dovette superare (e che sarebbero state in realtà decisive se nel 1946 il Gen. De Gaulle non avesse abbandonato il governo della Francia, a favore di una coalizione socialdemocratica-liberale-popolare, di formazione e vocazione europeista e atlantica). Per sua e nostra fortuna, egli trovò comprensione e appoggio  in un gruppo di statisti europei di una dimensione che oggi si è perduta: Schumann in Francia, Adenauer in Germania, Spaak in Belgio e De Gasperi, coi liberali Einaud e Martino, in Italia.  La mia generazione ricorda con gratitudine il primo grande passo  in avanti costituito dalla fondazione della CECA e dell’EURATOM, ma anche, con tristezza, il fallimento della Comunità di Difesa ad opera di un’inedita convergenza tra gaullisti e comunisti nel Parlamento di Parigi. Quell’insuccesso avrebbe potuto segnare il funerale del’idea  europea (e certo creò grande sconforto in Alcide De Gasperi, contribuendo ad accelerarne la morte), ma la tenacia e la visione di quegli statisti, liberali in primissimo luogo (giacché una  parte della Dc nutriva forti dubbi, incoraggiati anche dalla posizione protezionistica di tanta parte delle nostre imprese, e preoccupata della violenta opposizione social-comunista all’unificazione europea)  fecero sì che si andasse avanti, mettendo da parte l’approccio politico-militare bocciato in Francia,  per privilegiare quello eonomico-commerciale che suscitava meno resistenze nei dervisci urlanti della sovranità nazionale.

Ricordiamoci che il passo decisivo  fu compiuto per iniziativa del Ministro degli Esteri Martino, con la conferenza dei Ministri  tenutasi sotto la sua presidenza, e nella sua Messina,  e che  sfociò  in meno di un anno (pare di sognare!) nel Trattato istitutivo della CEE, firmato – significativamente – a Roma nel 1957 e i cui lineamenti riprendevano e ampliavano quelli  che ispiravanola CECA. Quellosuccessivo  è  un cammino sempre ascendente, anche se con pause, deviazioni e parziali arretramenti (dovuti per lo più al gretto nazionalismo gaullista). Di  trattato in trattato, dall’Atto Unico del 1986 all’ultimo, quello di Lisbona, passando per Maastricht e Amsterdam, il Mercato Comune è diventato Comunità Europea, poi Unione, ha esteso le sue competenze, sviluppato la solidarietà al suo interno, rafforzato i suoi mezzi d’azione, lanciato straordinari programmi di integrazione culturale, introdotto la libera circolazione di merci, capitali e persone, dandosi  in parallelo forme crescenti di partecipazione e controllo democratico, per esempio attraverso il contato diretto con le autonomie locali e le corporazioni professionali, ma soprattutto con un continuo incremento delle funzioni del Parlamento Europeo, eletto, dagli anni ’70 in poi, a suffragio universale e diretto.

Altro aspetto importante ha costituito  la messa in opera di una Politica Estera e di Sicurezza comune, peraltro ancora incompleta per le resistenze delle burocrazie nazionali e l’opposizione degli ultimi, tenaci cultori di un’intransigente sovranità nazionale. Nel  frattempo, il gruppo dei sei Paesi originari (Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo) si è progressivamente ampliato fino a comprendere la maggior parte dei Paesi europei (mentre altri sono in lista d’attesa). Avversari accaniti, come l’Inghilterra, l’Austria, la Svezia, l’Irlanda (che avevano persino costituito un gruppo alternativo e potenzialmente in opposizione) sono stati costretti, uno dopo l’altro, a unirvisi.

È difficile immaginare nella storia del mondo un esempio di pari successo in un’integrazione continentale che, per la prima volta, non avveniva sotto la bacchetta di un impero dominante, ma per libero consenso dei Governi, dei Parlamenti e dei popoli interessati.

È diventata facile moda accusare l’UE di tutti i mali (tra cui quel rigore fiscale che invece  ci siamo tirati addosso con decenni di spensierata e colpevole leggerezza), dimenticando gli enormi vantaggi che essa ha portato ai suoi membri, a cominciare da quei fondi strutturali per cui i Paesi più ricchi e avanzati hanno per più di 50 anni aiutato i meno favoriti, con una trasferimento di risorse che non ha precedenti nella Storia. È facile dimenticare che è grazie all’Europa se il nostro sistema industriale ha dovuto abbandonare il comodo protezionismo, adeguandosi alle condizioni di un mondo globale, ed è grazie all’euro se paghiamo per il nostro ingente debito interessi ragionevoli, e non quelli che pagavamo negli anni ’80 e ’90  e che, oggi, ci porterebbero diritti alla catastrofe finanziaria. È comodo criticare l’UE, la BCE (ela signora Merkel) per le condizioni che chiedono alla Grecia, dimenticando che, senza l’Unione, la Grecia abbandonata a sé stessa sarebbe andata a un’inevitabile default (e così probabilmente il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna) e la sua economia sarebbe ora in un coma profondo, nulla a che vedere con la crisi che l’ha colpita finora. E’ un Paese che conosco e che amo, anche per averci vissuto per tre anni, e so benissimo che è la “madre dell’Europa” e l’origine del pensiero occidentale e di tanta parte della nostra civiltà, come ci ricordano in continuazione da tutte le parti. Ma qui stiamo parlando, non di Pericle, Platone, Aristotele o Fidia, ma, molto concretamente, dei debiti di un Paese che ha vissuto per lunghi  anni, irresponsabilmente, al di sopra dei suoi mezzi, indebitandosi fino al collo, e che si rivolge all’Europa per essere aiutato, con soldi contanti e sonanti, ad uscire dal pasticcio. A me sembra ragionevole che chi deve pagare i cocci rotti chieda il rispetto di condizioni ragionevoli, senza di cui il denaro investito nel salvataggio sarebbe buttato al vento. O pensiamo chela signora Merkel(ma non solo, in linea tra i prestatori di fondi ci siamo anche noi) possa dare via i soldi dei propri cittadini a fondo perduto? Se lo facessimo, suppongo che la gente scenderebbe in piazza a protestare, e con tutte le ragioni!

Ma, al di là della (magari sofferta) solidarietà in seno all’Unione, soffermiamoci sull’aspetto che ha motivato la decisione del’Accademia svedese: l’opera perla pace. Un’opera compiuta non solo superando gli aspetti più sinistri e devastanti dei contrapposti nazionalismi e mantenendo per sessant’anni la pace in Europa, ma offrendo (assieme alla NATO) un sicuro porto d’approdo e una casa comune ai popoli europei usciti dal “socialismo reale”, e contribuendo con i suoi uomini e  donne in armi e con le sue ONG e i suoi tantissimi volontari, a tante  missioni di pace in Africa,  nei Balcani e altrove.

Nobel, dunque, del tutto meritato e che ci deve rendere orgogliosi di quella che deve essere, sempre di più, la casa comune di tutti gli europei. 

© Rivoluzione Liberale

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