Da più di vent’anni il Sudan vive un dramma umanitario e politico gravissimo, senza che i media gli diano la “giusta” importanza. Le violenze in Sudan hanno fatto 400.000 vittime, e più di un milione e mezzo di profughi. Paradossalmente, contemporaneamente a questa tragedia, le compagnie petrolifere di una ventina di paesi partecipano allo sfruttamento del petrolio, principalmente la cinese CNCP (China National Petroleum Company), senza “accorgersi” di quel che accade. Subito dopo l’indipendenza, nel 1956, l’elite nordista prende in mano l’amministrazione del paese e impone la sua politica in nome “dell’unità nazionale”, che non è in realtà mai esistita (i conflitti tra Arabi del nord e Negro-africani del sud esistevano già da parecchio ). In virtù di questa ideologia unitaria il nord asseriva che l’integrazione doveva andare di pari passo con l’islamizzazione e l’arabizzazione di tutta la società sudanese. Il sud sosteneva invece il pluralismo culturale federale, in uno stato laico. Non si poteva che arrivare alla guerra civile. Ventidue anni di lotta hanno fatto 10 milioni di vittime al sud, distrutto strade, scuole, ospedali, e lasciato mine anti-uomo ovunque.

Parallelamente a questa opposizione fratricida, il Sudan combatte dal 2003 un conflitto nella regione del Darfur, ad ovest del paese. In realtà le schermaglie tra i popoli di frontiera per via dell’acqua e dei pascoli, tra contadini africani e nomadi arabi, avvenivano da generazioni. La situazione ha cominciato a degenerare quando nel 1980, le tribù di colore del Darfur sono state allontanate dalle cariche governative a beneficio degli arabi. Le schermaglie sono diventate guerra. Applicando la stessa tattica utilizzata durante la guerra civile, il governo ha allora creato un corpo speciale di guerriglieri, i “janjawid”. Da parte dei ribelli, le armi provenivano dal conflitto cha aveva coinvolto Ciad e Libia. Preoccupata, Kartoum diede carta bianca ai “Janjawid”, con un risultato disastroso per i neri: rapine, violenze carnali, incendi, assassinii di massa. I “janjawid” arrivarono a marcare le donne violentate con il ferro incandescente perché mantenessero i segni a vita. Da sempre insanguinato dai conflitti, il Sudan cerca oggi di uscire dall’inferno.

Da marzo esiste un nuovo stato, il Sud Sudan, che si è forse liberato da Kartoum, ma sicuramente non dagli sfruttatori in cerca di petrolio. Il presidente del Sudan, El- Bachir, ha riconosciuto pubblicamente la sua piena responsabilità nel conflitto del Darfur, è sotto mandato d’arresto da parte della Corte internazionale di giustizia dal 2009 per crimini contro l’umanità, ma continua tranquillamente a prendere unilateralmente decisioni, come quella per il referendum sullo statuto amministrativo del Darfur, che si terrà a Luglio. Il problema non è indifferente perché i ribelli del Darfur (l’Esercito per la Liberazione del Sudan e Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza) vi si oppongono fortemente, visto che la decisione è stata presa da El-Bachir, senza le consultazioni previste dal trattato di pace di Abuja del 2006. Il Sud Sudan a sua volta ha visto una recrudescenza del conflitto sul suo territorio, soprattutto nello stato di Unity, ricco di petrolio e in mano a guerriglieri che si battono per  “una trasformazione democratica”, ma probabilmente armati dal governo del nord. Una triste storia senza fine, come molte tristi storie senza fine che coinvolgono troppi paesi del nostro Mondo.

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