Il carrozzone della legge elettorale continua il suo percorso. L’11 ottobre la Commissione Affari costituzionali del Senato ha deciso di adottare come testo base per la prosecuzione dell’esame dei disegni di legge in materia elettorale un testo presentato dal senatore piediellino Lucio Malan – testo sottoposto ad eventuali emendamenti dalle ore 18 di mercoledì 17 ottobre – dichiarando quindi decaduta la proposta del democratico Enzo Bianco che prevedeva i collegi. Il testo di Malan è stato adottato con i voti favorevoli di Pdl, Udc, Lega, Fli, Mpa; contrari Pd, Idv, Api e il presidente della Commissione Carlo Vizzini, in particolare rispetto al nodo storico preferenze/collegi.

La proposta di Malan prefigura un sistema proporzionale corretto con un premio di maggioranza del 12,5% dei seggi alla coalizione o partito vincente. I due terzi dei parlamentari dovrebbero essere eletti con la preferenza. Si potranno dare due preferenze votando un uomo e una donna. Il terzo restante dei parlamentari dovrebbe essere eletto attraverso listini bloccati come avviene nel Porcellum. È previsto infine uno sbarramento nazionale del 5% ma per i partiti coalizzati il limite si riduce al 4%.

Esprimendosi contro il sistema delle preferenze Anna Finocchiaro ha commentato così l’approvazione del testo Malan: “La cronaca di questi giorni ci consegna una quadro così drammatico del livello di corruzione legato al sistema di scelta della rappresentanza da prefigurare una nuova questione morale italiana, diffusa, gravissima, direi tragica. Questa è la ragione essenziale per cui noi crediamo che il sistema delle preferenze non debba, in nessun modo, essere reintrodotto nel modello di legge elettorale”. Per il Pd il ‘no’ alle preferenze rappresenta, in pratica, un limite invalicabile.

Critico anche il giudizio di Arturo Parisi che definendo ‘pericoloso’ il ritorno alle preferenze ne trae un’interpretazione politica: “Si prospetta come la prevedibile sconfitta inferta a Bersani dal suo principale alleato Casini a seguito di divergenze sempre più note. Ma il ritorno ad un impianto proporzionale e la difesa di una parte eccessiva di parlamentari nominati corrisponde invece all’obiettivo tenacemente perseguito nel tempo dal gruppo dirigente del Pd con l’aiuto di Casini e Berlusconi”.

In pratica il Pdl ha ceduto sul premio di maggioranza ma sembra aver ottenuto ciò che voleva in termini di preferenze. “Eleggere i parlamentari con le preferenze apre discussioni, ma gli altri sistemi sono migliori?”, si chiede Maurizio Gasparri. “Difetti ce ne sono in ogni tipo di meccanismo che si proporrebbe, ma per mesi e mesi tanti hanno invocato la libertà di scelta degli elettori, ed il sistema che più risponde a questa esigenza è appunto il voto di preferenza”, ha affermato il capogruppo del Pdl al Senato.

“Il fatto che la bozza sia stata varata dall’unione dei moderati è un segno che ha un significato politico”, ha rimarcato Quagliariello. Il presidente di Palazzo Madama, Renato Schifani, ha invece sottolineato il “grosso passo in avanti sulla nuova legge elettorale” e nel contempo ha ribadito: “Farò di tutto perché entro fine mese questo testo possa approdare in Aula”. Tempi ancora lunghi quindi, anche se per Schifani “l’adozione del testo base costituisce una svolta”. “Confido adesso nella collaborazione tra i gruppi e i partiti per il massimo della convergenza che già sui 2/3 si è realizzata”, ha aggiunto Schifani.

Come sottolineato dal Capo dello Stato in una lettera al presidente Schifani, ci si augura “che stia per esprimersi, con realismo e senso di responsabilità, un ampio consenso parlamentare, al di là di ogni persistente diversità di punti di vista. Occorre dare finalmente esito a lunghe e travagliate polemiche così da offrire al Paese l’indispensabile certezza di un nuovo quadro di riferimento per l’esercizio del diritto di voto alla scadenza della legislatura nella prossima primavera”.

Parole incisive quelle di Napolitano, forse un po’ ruvide, che provengono dall’alto di una carica la cui sede naturale non è il Parlamento. Tali parole rimarcano però la necessità di agire, di porre il Paese in uno stato di sicurezza, ciò che corrisponderebbe ad un certo grado di stabilità politica e quindi ad una condizione di equilibrata governabilità, in pratica la materia prima di cui è costituito uno Stato democratico liberale in salute, ciò che è quasi sempre mancato alla tanto sofferta Seconda Repubblica, nata sulle ceneri (ancora accese) di Tangentopoli. In definitiva l’invito del Colle mira a non creare coalizioni che non siano in grado di governare, e quindi instabili, evitando “il ricorso a incentivi e vincoli tali da indurre a vasti raggruppamenti di dubbia idoneità”. Schifani accoglie le parole del Colle e afferma: “Bisogna restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari e poi si deve cercare di evitare la polpetta avvelenata delle grandi coalizioni che si mettono assieme, non risolvono i problemi, ma sono solo finalizzate ad essere contro qualcuno e non per qualcosa”. È dello stesso avviso il leader Udc che rimarca però una certa nostalgia per schemi ormai desueti, rivelatesi inefficienti: “La strada di coalizioni eterogenee, l’abbiamo già vissuta, già percorsa e l’Italia ha avuto solo disastri. Però vedo che c’è molta nostalgia del passato, sia a sinistra che a destra, nostalgia di strade percorse che si sono rivelate fallimentari”.

Secondo il parere del costituzionalista Stefano Ceccanti “è ragionevole pensare che il Quirinale, con il suo invito a evitare incentivi eccessivi a coalizioni eterogenee capaci di vincere ma non di governare, stia dicendo di fatto no al premio di coalizione come si configura nel testo Malan”. Secondo il costituzionalista Michele Ainis, invece, “il ddl Malan non è dissimile dal Porcellum, un proporzionale drogato dal premio di maggioranza”. In questo contesto occorre ricordare che i rischi del Porcellum ritenuti più pericolosi, e quindi da correggere necessariamente, sono sempre stati il premio di maggioranza alla coalizione e le liste bloccate.

Ciò che il nuovo testo base Malan prefigura sembra, alla fin fine, riassumere le sorti di un compromesso propriamente italiano, ben riassunto dal premio portato al 12,5%, stranamente esattamente a metà strada tra quello che voleva il Pdl (non più del 10%) e quello che voleva il Pd (non meno del 15%); premio che il democratico Ceccanti ha già definito “un premio alla greca” che porta ingovernabilità. Per ora, come tutti i compromessi, la partita della riforma elettorale sembra quindi tamponare ma non correggere pienamente le storture del Porcellum. Il nuovo sistema di voto deve ancora rivelare la sua coerenza.

Il successo del testo base alla Camera non è comunque assicurato. Il fatto che solo a fine ottobre il Senato approverà il testo definitivo lascia inoltre prevedere giorni di dura e confusa lotta parlamentare. In materia elettorale i cosiddetti particolari tecnici possono, molto spesso, stravolgere un testo e, per di più, il testo Malan arriva alla Camera con una maggioranza risicata, rischiando così di inabissarsi, soprattutto a causa delle resistenze di coloro che le preferenze non vogliono proprio mandarle giù. Tra questi ultimi non ci sono solo i democrat ma anche una fronda copiosa di pidiellini che hanno già avviato una raccolta firme  per sostenere la causa dei collegi. Altri pro-collegi ipotizzano inoltre un sit-in di protesta davanti al Senato quando la legge andrà in Aula. Morale della favola, i giochi non sono ancora fatti. Non ci resta che continuare a leggere il racconto sperando in un finale ‘liberale’ che, al di là della percentuale del premio di maggioranza, sia in grado di valorizzare le diverse maggioranze – pur evitando eccessive frammentazioni – favorendo nel contempo il dialogo tra le stesse.

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