Il continente africano ancora oggi richiama, alla memoria dei più, immagini contrastanti di splendore paesaggistico, povertà estrema, profondo senso di collettività e violenza, animale e umana. Sicuramente sono aspetti che in quelle terre tuttora coesistono, ma l’Africa offre molto di più, a chi la osserva più attentamente.

La rapida crescita di alcune Nazioni africane ha attirato l’interesse di diversi fondi d’investimento europei (e italiani), per i quali ci troviamo di fronte “alla nuova Asia”. Inizialmente ad attrarre era la possibilità di acquisto di enormi terreni a prezzi risibili (fino a 3$ all’ettaro in Etiopia e Sudan), una forma d’investimento in particolar modo prediletta dalla Cina, che dal2006 haspinto fortemente sull’acquisizione di zone minerarie ed esplorazioni petrolifere, per un totale stimato in 15-20 milioni di ettari. Una forma d’investimento dai risvolti etici quantomeno dubbi e che da alcuni analisti è stata definita come “il colonialismo del terzo millennio”.

Ma oggi ad attirare sono le aziende africane, molte delle quali già quotate in borsa: uno dei 17 fondi italiani oggi disponibili per investimenti nel continente include 50 aziende con una capitalizzazione media superiore ai 200 miliardi di euro, che l’anno scorso hanno fornito una remunerazione incredibile per gli standard europei.  Primo fra tutti spicca il Fulcrum Asset Management, un fondo inglese, che ha ottenuto picchi di ritorno fino al 30% del capitale investito. Valori che hanno risvegliato l’interesse anche di colossi come JP Morgan, che nella sola Italia offre quattro diversi fondi per investire in Africa.

Se poi si allarga l’orizzonte temporale ai prossimi 20 anni, si stima che ben 71 città africane supereranno il milione di abitanti – un’urbanizzazione maggiore di quella indiana – con 570 milioni di abitanti in età lavorativa (dati World Population Prospect delle Nazioni Unite).

Certamente, non bastano i tradizionali report macroeconomici per fare le giuste scelte d’investimento, perché il mercato è e rimane altamente volabile. Basti considerare l’esempio dell’Egitto, una delle Nazioni più promettenti e più “occidentali”, che ha dovuto improvvisamente congelare il mercato azionario per due mesi a causa delle rivoluzioni connesse alla primavera araba.

Tuttavia, con il procedere delle stabilizzazioni – economiche e soprattutto politiche – sembra indubbio che anche il “continente dimenticato” tornerà a reclamare il suo posto nell’economia mondiale.

Dopo le Tigri asiatiche, giungerà l’ora del Leone africano. Consideratevi avvertiti.

© Rivoluzione Liberale

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