Che la nostra Repubblica sia malata, appare evidente e – se anche la Storia non si ripete mai negli stessi termini esatti – é  giusto  guardare alle analogie con situazioni del passato per capire quali pericoli ci minaccino se non reagiamo a tempo. Gli esempi di Weimar o dell’avvento del Fascismo in Italia, spesso evocati e che sicuramente  devono farci pensare, non sono tuttavia del tutto pertinenti. Rispetto a Weimar, non usciamo da una guerra catastrofica, non abbiamo porzioni di territorio occupati da truppe straniere, non abbiamo riparazioni schiaccianti da pagare (in cambio abbiamo un debito pubblico astronomico, ma il cui servizio, finché restiamo nell’euro, è gestibile), né abbiamo quell’inflazione vertiginosa che portò i prezzi nella Germania di allora a definirsi, da un mese all’altro, in trilioni di marchi; siamo, per PNB e reddito medio individuale, ai primi posti nel mondo, e i fondamentali della nostra economia sono solidi; politicamente, abbiamo qualche Stresemann, ma  nessun Hitler  all’orizzonte e il Paese mostra nel suo insieme una tenuta migliore del previsto, nonostante le derive grilliste o leghiste. Anche rispetto all’ottobre del 1922 non vi é perfetta analogia. Mancavano allora i gravi scandali di corruzione e sperpero del denaro pubblico (allora limitato) ma la miscela esplosiva che portò all’avvento del Fascismo era fatta di elementi altrettanto gravi che per fortuna non si riscontrano oggi: il trauma postbellico, con centinaia di migliaia di feriti e di reduci senza lavoro, la “vittoria tradita”, la minaccia molto concreta del bolscevismo che aveva vinto in Russia e si affermava in Germania e Ungheria, aspre lotte di classe, occupazioni di terre e di fabbriche, e un movimento squadrista armato e deciso; per fortuna, non si vede in giro nessun Benito Mussolini, col talento e il fiuto per approfittare della situazione, né un Sovrano  disposto, come Vittorio Emanuele III, a consegnargli il potere. Né penso sia esatta l’analogia con la crisi della IV Repubblica francese, che fu causata essenzialmente dalla tragedia dell’Algeria, e comunque sboccò nel ritorno del “demiurgo” De Gaulle, che riuscì a rimettere quel grande Paese in carreggiata rispettando forme e sostanza della democrazia. Noi non abbiamo l’Algeria e neppure De Gaulle.

L’esempio storico più pertinente mi sembra sia il 1992. Ricordiamo la situazione di allora: i partiti tradizionali in crisi terminale; scandali quotidiani e arresti o avvisi di garanzia a personaggi di primo piano della politica e dell’economia (ex Presidenti del Consiglio, Segretari di partito, Presidenti dell’IRI e dell’ENI, grandi industriali alla Gardini e così via). Ho vissuto quel periodo in diretta, come Direttore Generale degli Affari Economici della Farnesina, e ogni mattina mi svegliavo chiedendomi: quale sarà il nuovo scandalo? Per chi suonerà la campana? E in più, una mafia prepotente e aggressiva, che non esitava a uccidere o a mettere bombe per intimidire le istituzioni; tutto questo, ricordiamolo, sullo sfondo di una grave crisi economica e finanziaria. L’ha ricordato Piero Baruffi nel suo libro “L’Isola del Tesoro”: in quell’anno fummo a due dita dal default; e dovemmo svalutare la lira per porre un freno al crescente squilibrio della bilancia commerciale che stava azzerando le riserve della Banca d’Italia.  Eppure da quella crisi sapemmo uscire: i Governi  Amato e Ciampi – e più in là il Governo Dini – avviarono una forte azione di risanamento dei conti pubblici, esattamente come sta facendo Mario Monti, ma con manovre da far impallidire quelle dell’attuale Governo (solo con il Governo Amato, quasi centomila miliardi delle lire di allora). Amato mise in marcia la più grande privatizzazione della storia mondiale, e il Governo Prodi realizzò la convergenza con due dei criteri di Maastricht e l’ingresso nell’euro. Stiamo meglio o peggio di allora? Meglio, forse, se si considera che nell’euro ci stiamo ormai da dodici anni, con tutti i vantaggi che ne derivano; peggio, perchéla c.d. Seconda Repubblicaha profondamente deluso, o meglio è dire “tradito”, le speranze che aveva fatto sorgere e quasi vent’anni (soprattutto gli ultimi dieci) sono stati buttati al vento senza realizzare quella  rifondazione della Repubblica che sarebbe stata, e resta, necessaria; e peggio, perché agli scandali della corruzione si sono aggiunti quelli derivanti dalla malversazione e dallo sperpero (rivestiti di false apparenze di legalità) del denaro pubblico, in una generale degradazione del clima morale di cui è principale responsabile Silvio Berlusconi, e che ha una sua manifestazione, secondaria ma non meno irritante, nel linguaggio e nei modi del dibattito politico, scesi a un livello da bettola. Il rischio, in questa situazione, non mi sembra sia tanto quello dell’apparizione di un Uomo Forte in grado di imporre una dittatura più o meno mascherata (la società mi sembra abbia anticorpi sufficienti e mancano, per fortuna, anche i candidati al ruolo), ma piuttosto un rifugiarsi di parte rilevante dell’elettorato nell’astensione o, peggio, nella braccia di un populismo confuso e negativo, che i nostri problemi non farebbe che aggrovigliarli.

La domanda da porsi è dunque questa: è possibile uscire dalla crisi, come ne uscimmo nel ’92. E chi può aiutarci a farlo?

C’è, ovviamente, un problema di ricambio della classe al potere. Matteo Renzi ha sbagliato i toni e gli obiettivi personalizzati della sua campagna, centrandola su un generico “giovanilismo” che a lui evidentemente conviene, però ha posto all’attenzione un problema che esiste. Ed esiste soprattutto a sinistra, in quel PD la cui classe dirigente risale pressoché tutta al vecchio PCI e ne ha ereditato, se non le idee e i programmi, almeno l’atteggiamento mentale e i metodi da vecchia “nomenklatura” sovietica; e difatti si chiude a riccio contro ogni possibile minaccia al suo potere, anche con metodi francamente discutibili.  Non è che il PD non si sia posto il problema del ricambio generazionale, ma lo ha fatto con una buona dose di demagogia, dandosi regole di un automatismo astratto ed ingiusto, perché quello che serve alla funzione legislativa sono senatori e deputati dotati di competenza, esperienza e dedizione al bene pubblico, cose che non dipendono dall’età o dall’anzianità di servizio: e difatti nessun limite al numero di legislature esiste in altre grandi democrazie occidentali. La vera selezione non deve essere affidata a un criterio apodittico,  ma a un attento esame dell’attività legislativa svolta da ciascuno, della sua assiduità, dell’apporto di idee, della sua integrità personale e correttezza  politica (cioè la sua capacità ad accettare linee di partito ma senza portare il cervello all’ammasso e quindi riservandosi sufficiente libertà di coscienza). Questo dovrebbe curare ogni partito serio e poi saranno gli elettori a giudicare attraverso lo strumento delle preferenze o nella scelta tra candidati opposti in collegi uninominali. Darsi regole artificiali (e fuori delle norme e dello spirito della Costituzione) è quasi  sempre una trappola, perché nella pratica si presentano inevitabilmente situazioni che rendono la regola sconveniente e difficile da applicare, imponendo deroghe sempre  problematiche e spesso arbitrarie. Non riesco ad appassionarmi al dilemma D’Alema sì o D’Alema no, e non credo che ne dipenda l’avvenire della Patria.  Ma la questione è simbolica dell’errore di darsi sconsideratamente una regola del genere. Il necessario ricambio non deve affidarsi solo all’anagrafe o all’anzianità di servizio, che in certi casi possono non essere affatto rilevanti (De Gasperi, Adenuauer, Eiunaudi, li avremmo “rottamati” per anzianità?), ma deve avvenire quando una classe dirigente, o persone singole, hanno governato male e sbagliato tutto o quasi, e per questo devono esistere meccanismi di selezione affidati alla volontà generale. Le primarie che sono ormai pratica nel PD dovrebbero servire proprio a questo, ma si riducono a mero specchietto per le allodole se una classe dirigente  si arrocca sulle sue posizioni, cambia le regole del gioco per tentare di sbarrare la strada al nuovo e minaccia fuoco e fiamme se questo, democraticamente, dovesse vincere.

Al di là di false regole e primarie truccate, la vera domanda da porsi è questa: quale forza politica si presenta oggi con la credibilità sufficiente a portare il Paese fuori della crisi, a risanare la Repubblica malata? Sono convinto che questo compito spetti ora a quelle forze che coltivano ancora ideali che vanno al di là della mera gestione di un potere (spesso truffaldino, volto a proprio beneficio e autoconservazione, e sono prive  delle responsabilità di questi ultimi venti anni. Ai veri Liberali spetta oggi indicare al Paese la strada del rinnovamento e della redenzione, sulla scia del rigore e dell’onestà di Monti, di Giorgio Napolitano, di Einaudi, Martino, Malagodi. I liberali hanno fatto, con Cavour, l’Italia, ad essi spetta oggi rifarla.  Per questo non si può restare al chiuso dei club, tra gente che è già d’accordo, ma occorre andare sulle piazze, nella rete, dovunque sia possibile coi mezzi  oggi disponibili per diffondere un  programma chiaro, conciso, con pochi punti essenziali: serietà, moralità, riduzione della spesa pubblica e dei costi della politica, lotta senza tregua alla corruzione e agli sperperi, difesa della sicurezza dei cittadini, con un rafforzamento delle forze dell’ordine, con processi rapidi e giusti e certezza della pena, e con un maggior controllo dell’immigrazione, completamento organico della riforma federale dello Stato, definendo compiti e funzioni rispettive tra lo Stato e gli enti locali, e tra le due Camere, in modo da evitare confusioni, sovrapposizioni, proliferazione di organi e di spesa, ed equilibrando il federalismo con norme atte a favorire l’esistenza di un Governo centrale autorevole, e la imprescindibile solidarietà tra Nord, Centro e Sud d’Italia; integrazione europea portata oltre i limiti attuali.

Sembra il libro dei sogni, eppure è pratica corrente nella maggior parte delle democrazie a noi affini, Paesi ai quali dobbiamo ispirarci – non al Venezuela di Chavez – e con i quali dobbiamo quotidianamente confrontarci e collaborare, in quelle istituzioni che sempre di più devono costituire la nostra casa comune.

© Rivoluzione Liberale

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5 COMMENTI

  1. Condivido e sottoscrivo questa analisi e queste proposte dell’Ambasciatore Jannuzzi. Sottolineo che sul versante dell’etica pubblica c’è (ci sarebbe) tantissimo da fare anche perché in questi ultimi anni di selvaggio spoil system all’italiana, nella Pubblica Amministrazione e negli enti pubblici hanno fatto il nido personaggi e comportamenti generati (o clonati) dalla “mala politica”. Sarebbero innumerevoli gli esempi da fare.
    Sta di fatto che in Italia la mala amministrazione non è contenuta nei limiti patologici, che sono presenti in altri Paesi, ma è diventata fisiologica e connotata, in spregio ai principi e ai valori della meritocrazia, da una ineffabile occupazione dei Palazzi del Potere dove regnano l’ignoranza, l’arroganza e le sopraffazioni di vario genere. Abbiamo notizie preoccupanti di atti di imperio che teorizzano l’introduzione del verbo “comandare” con arroganza in sostituzione del verbo “dirigere” con professionalità . Circolano personaggi che nemmeno conoscono cosa siano l’atto dovuto, il senso dello Stato, la lealtà nei confronti delle istituzioni, i principi correlati al buon andamento e all’imparzialità di cui all’art. 97 della Costituzione.

  2. Cominciamo almeno a ristabilire una certa proprietà di linguaggio.La sedicente “seconda repubblica” non è mai esistita.Esiste e perdura tuttora la Repubblica nata il 2 Giugno 1946.Ed esiste una sola Costituzione, quella andata in vigore il 1° Gennaio 1948, ed è una Costituzione scritta.La sedicente “costituzione materiale” non esiste.Potrei continuare a lungo con la dilagante improprietà di linguaggio politico-mediatico.Le parole inappropriate riflettono e (nascondono) ignoranza e idee truffaldine.Cerchiamo di non cascare in queste trappole.

  3. La ringrazio per il suo commento e sono d’accordissimo con lei. In quarantatre anni di servizio pubblico, ho conosciuto gente competente e seria come Mario Draghi, ma anche tanti, troppi, la cui incoompetenza e irresponsabilitá mettevano i brividi. Tanto tempo fa, in epoca DC, uscí un libro sulla “razza padrona”, dedicato ai grandi manager pubblica di estrazione o filiazione politica, che dirigevano colossi come l’IRI o l’ENI in modo poi rivelatosi disastroso. Da allora, le privatizzazioni dei grandi enti hanno portato la casta a perdere quelle posizioni, ma ne ha conquistate moltissime altre, infiltrandosi a tutti i livelli, soprattutto quelli meno visibili: dalla aziende municipalizzate alle ASL (assurdo completo) I risultati si vedono; é di ieri la notizia di una signora che, chiedendo una mammografia, si é vista fissare un turno….nel gennaio 2015! Ma quando Renzi parla di “meritocrazia” i suoi colleghi del PD lo sbranano vivo! E dunque liberare l’Italia dall’onnipresenza soffocante dei partiti (tutti, senza eccezione) e mandare a casa i tanti inefficienti ricicclati, deve essere una delle prioritá dei Liberali. Se non lo facciamo noi, la gente chiederá di farlño a Grillo, e saranno dolori!

  4. Nonostante l’ordine in cui appaiono i commenti, é chiaro che il mio si riferiva all’intervento di Antonio Pileggi. Sono peró d’accordo anche con l’intervento di Michele Rinaldi. Anche l’improprietá di linguaggio contribuisce al fastidio che sentiamo di fronte allo spettacolo della politica italiana.. E ha del tutto ragione: una Seconda Repubblica non é mai esistita (io infatti premetto sempre il termine “cosiddetta”); si tratta di una semplificazione di comodo, a imitazione di un uso corrente in Francia, dove i passaggi da un Repubblica all’altra sono frutto e segno di forti rotture storiche e istituzionali, che giustificano la numerazione successiva..
    . Quanto alla Costituzione materiale, d’accordissimo: la sola Costituzione é quella scritta, promulgata nel 1948, colle successive modifiche, e quindi é essa che va applicata e difesa (come hanno fatto di regola la Consulta e i nostri migliori Presidenti della Repubblica).. Chi ha parlato di Costitutizione materiale ha voluto far passare un’interpretazione della nostra Magna Carta nata dall’insofferenza verso vincoli e limiti che la Costituzione per fortuna contiene, a cominciare dalla non identitá tra Capo dello Stato e Capo del Governo e dall’equilibrio tra i poteri, con una Magistratrura, a tutti i livelli, dalla Consulta in giú, veramente indipendente, garanzia ultima, non solo contro il malcostume, ma contro i tentativi di abuso di una maggioranza insofferente di limiti e ostacoli .al proprio strapotere. Ció non toglie che qualche tentativo di introdurre elementi spuri rispetto a lettera e spirito della nostra Magna Carta é riuscito, per esempio con l’indicazione del nome del candidato a Presidente del Consiglio nelle liste di partito, forzando il nostro sistema istituzionale verso forme che sono aliene alla lettera e allo spirito della Costituzione. .E questo in nome di una conclamata chiarezza di propositi rispetto all’elettorato, giusta in se ma che esiste senza alcun bisogno di norme del genere in altre grandi democrazie, dalla Germania all’Inghilterra, dalla Spagna alla Svezia, dove tutti sanno a priori, che al governo andrá il leader del partito vincitore delle elezioni.. Ma l’innovazione non ha portato fortuna né a Prodi nel 2006 né e Berlusconi nel 2008, nessuno dei due avendo potuto terminare un mandato che si suppoponeva conferito “dal popolo”.. Detto questo, non sono tra quelli che santificano le costituzioni fino a considerarle immutabil, ma ritengo che aggiornamenti e modifiche che il mutare dei tempi e il variare delle condizioni economico-sociali consiglino, debbano nascere da un vero e ampio consenso nel Parlamento e nel Paese, in corrispondenza con reali esigenze funzionali, e non per la convenienza di questo o quel partito o personaggio del momento, e neppure per la pressione di una zona specifica del Paese.E comunque devono erssere introdotti in forma organica, e, non fatti a pezzi e bocconi, in modo da risultare in un sistema.armonico ed equilibrato nelle sue parti, come é, nonostante le critiche che circolano, la Costituzione del 1948.a nelle sue parti: come é, appunto, la Costituzione del 1948. E credo fortemente che ogni modifica deve lasciare intatti la diviisione e l’equilibrio tra i poteri dello Stato, fondamento di ogni democrazia possibile.
    Mi scusi Rinaldi per questa lunga digressione, che spero lo trovi d’accordo.

  5. Caro Ambasciatore, come siamo d’accordo! Se è vero che non si vede all’orizzonte alcun uomo del destino, e questa è una grande fortuna, purtroppo non mi pare di scorgere spiragli per essere ottimisti. Come nel 1922 la pavidità e lo statalismo antiliberale di popolari e socialisti ebbe una parte non indifferente, insieme alla viltà del Re, oggi il problema vero è sempre la vocazione statalista dei postcomunisti e dei cattolici, che li rende ostili alle ricette liberali, fondate sul merito, l’etica del lavoro, il rispetto per le Istrituzioni, la laicità dello Stato.
    Anch’io, a costo di apparire consevatore, penso che sia meglio difendere la nostra vecchia e cara Costituzione del 1948, con i compromessi che la generarono e le rughe del tempo, piuttosto che correre il rischio di farla cambiare ad avventurieri, come coloro che ci hanno rappresentato durante la cosiddetta “Seconda Repubblica”. La prova è data dalla modifica del titolo quinto e dai disastri che ha comportato.
    Non ho bisogno di sottolineare quanto concordi con Lei che il problema della qualità della rappresentanza politica non è anagrafico, come scrivo in un mio pezzo odierno su questo stesso giornale, ma culturale e morale. Senza un abbandono della deriva leaderista per tornare ad una politica fondata sulle differenze ideali e valoriali, non potremo aspettarci un miglioramento della complessiva qualità della nostra rappresentanza parlamentare. Soltanto se torneremo a marcare le differenze tra statalisti, sostenitori della spesa pubblica e della burocrazia e liberali, che invece difendono il merito, la concorrenza, lo Stato minimo, non potremo realizzare l’auspicato rinnovamento della classe dirigente. In sostanza, ecco perché la fase attuale ha una analogia, oltre che col ’92 anche col ’22, gli italiani debbono raggiungere la consapevolezza che lo Stato non è una mammella da mungere, ma un regolatore per assegnare a tutti l’uguaglianza dei punti di partenza e poi lasciare la libertà che si sviluppi una società di uomini liberamente diseguali in relazione alle qualità ed all’impegno di ciascuno. Allo stesso tempo il welfare non deve essere, come nella concezione cattolica, un’elemosina da dispensare alle clientele politiche o, come in quella comunista, un fattore di appiattimento, ma il riconoscimento di un diritto sacrosanto dei cittadini più disagiati o disabili.
    Ci riusciremo? Voglio augurarmi che le difficoltà finiranno con l’agevolare una reazione non rassegnata o qualunquistica ad un Paese, che talvolta ha avuto degli scatti di orgoglio.

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