Quelle attuali sono settimane fortunate per gli analisti politici “di professione”. Dopo un quasi un ventennio di cristallizzazione e piattume sugli aliti e le abitudini di Berlusconi e sulla peristalsi del centro-sinistra, assistiamo ad un periodo di disgregazione politica delle forze e degli schieramenti che mai si era visto in Italia. Oddio, non che fosse difficile capire che un sistema politico basato su partiti padronali o condominiali senza uno straccio di ancoraggio ideale ed identitario prima o poi sarebbe esploso tra le mille contraddizioni che ne stanno alla base; noi del PLI, con la nostra solita modestia, lo avevamo capito e profetizzato già da diversi anni, scambiati, more solito, per i soliti pazzi nostalgici e visionari. Tuttavia noi, nonostante i soloni della politica abbiano più volte scritto il nostro epitaffio, siamo ancora qui a discutere del futuro e delle prospettive del Paese, mente i Colossi di Rodi che illuminavano il mare periglioso della politica stanno franando miserevolmente, vittime della presunzione di volersi mettere sulle gibbose spalle uno spessore politico che i loro piedi di argilla mai avrebbero potuto reggere.

E così mentre 240 milioni di europei hanno continuato a fare politica con i partiti identitari e legati ad una visione ideale della società e del mondo, in Italia abbiamo pensato, come sempre, di essere i più scaltri, i più furbi, i migliori profeti ed abbiamo varato la politica delle querce, degli asinelli, dei gabbiani, degli slogan da stadio, dei “vaffanculo”. Salvo poi, quando si usciva dalle cinta daziarie del Paese, trovarsi di fronte ai grandi rassemblement politici europei ed entrare nella confusione più totale. La verità è che questo paese ha perso vent’anni di storia e di progressi e non cresce più almeno da quindici, mentre tutti canarini della Prima Repubblica, auto-nominatisi aquile della Seconda, spolpavano quel poco che era rimasto da spolpare ed il popolo votava ciecamente tutto il ciarpame possibile in nome di un rinnovamento falso e da fustino del detersivo. Oggi i “cattivi banchieri” dell’Europa e del mondo presentano il conto alle cicale italiane (però…ci si potrebbe fare una lista civica!) ed il commissario liquidatore Monti è costretto a fare a pezzi la società ed i già massacrati quarantenni a forza di tasse e tagli lineari. Chi oggi urla contro Monti, ed in primis l’elettorato di ogni dove, farebbe bene a guardarsi nello specchio la mattina e chiedersi dove è stato negli ultimi vent’anni: se ha partecipato al banchetto del futuro del paese o, peggio, ha fatto si, tifando piuttosto che votando, che altri vi partecipassero.

E mentre l’avvenire che non venne del nuovo “Eldorado” del bipolarismo che doveva superare le idee e le identità, ci presenta il suo macabro rendiconto assistiamo, impietriti, al nuovo bluff che questa miserabile e corrotta classe dirigente sta mettendo in atto con quella coppia di jack che si ritrova in mano. Piuttosto che tornare ai ragionamenti ed alle idee per portare fuori dalla crisi questo paese, stanno rilanciando su un’esasperazione ancor più totale dell’antipolitica che ha ridotto al baratro l’Italia. Rottamatori, questioni personali, veleni, mazzette, veline di questura, ladrocinio e programmi da Playstation stanno caratterizzando la definizione del nuovo che verrà. Ebbi, con mio grande rammarico, a scriverlo qualche mese fa da queste “colonne” quando temevo, ahinoi, che la Terza Repubblica in realtà sarebbe stata il Terzo Impero. Quello che si sta profilando è un nuovo periodo di Berlusconismo ancor più esasperato che indebolirà il potere politico in modo ancor più consistente, come è stato fino ad oggi, a favore delle grandi oligarchie finanziarie; sia quelle nostrane di periferia sia quelle mondiali che le eterodirigono.

Chi oggi pensa che votando qualche pupazzetto ululante su un palco, il paese si possa risanare, non fa altro che alimentare la sua rovina di domani (ammesso che si possa essere più in rovina di oggi); come quando, vent’anni fa, abbiamo deciso che il nuovo sarebbe stato: un tycoon barzellettiere sull’orlo del fallimento, un gruppo di vaccari padani, uomini di curia e di parrocchia sparsi ogni dove, post bolscevichi che trafficano con banche, assicurazioni e reti telematiche e ominicchi di varia estrazione pronti a mettersi al soldo di qualsiasi cricca che potesse garantire un po’ di bella vita, privilegi e qualche puttana fresca di tanto in tanto; il tutto con i soldi del contribuente beota drogato dall’informazione di regime.

Ebbene l’Italia, lo diciamo ancora una volta, ha bisogno di una rivoluzione vera, Liberale, gobettianamente intransigente, ma soprattutto politica. In queste ore si assiste alla scomposizione dell’offerta politica per catturare il voto dei “moderati”, cioè vale a dire quella stragrande parte dell’Italia che Giovanni Malagodi definiva, e con quanta ragione, anarchica; la quale cerca soltanto di vivere facendosi i fatti propri votando l’Uomo della Provvidenza di turno (ovviamente benedetto dal reggente di turno in Vaticano) per poi rimettere in piedi, periodicamente, la Piazzale Loreto del momento. Questi “moderati” hanno sempre scaricato il debito della propria ignavia sulle generazioni future, ma ora non c’è più nessun futuro su cui scaricare, se si continua così ci sarà solo la guerra civile e generazionale tra chi ha un diritto e chi non può sopravvivere. Spero di sbagliarmi ma non mi pare di vedere, dalla pancia del Paese, che questa Italia “moderata” e paurosa dell’Inferno minacciato dai preti, abbia il coraggio di cambiare per i propri figli.

E’ per questa ragione che, personalmente, ritengo che l’auspicata “Rivoluzione Liberale” non possa partire, ne definirsi, su basi “moderate”. Benedetto Croce diceva che un Liberale guarda ai propri principi e si declina conservatore o progressista a seconda delle circostanze che il momento impone al confronto con il proprio pensiero. E sfido chiunque voglia portare in questo paese una vera rivoluzione di metodo e di pensiero a sostenere che questo sia il momento dei moderati e dei conservatori. I moderati ed i conservatori di questo sistema di caste, categorie, privilegi siedono a destra, a sinistra, al centro ed in ogni dove di questo Parlamento delegittimato dalla morale, dalla storia e dalla logica politica universale. E’ tempo di avere il coraggio di fare i Liberali fino in fondo; non importa con quale nome, importa con quali intenzioni. Per queste ragioni non bisogna avere paura del riformismo e del progresso, chi vuole un paese fondato sul merito, sull’equità fiscale, sulle pari opportunità, sul progresso tecnologico, sulla laicità dello Stato e sul primato della legge, contro ogni monopolio, ogni casta, ogni ladro di futuro deve avere il coraggio di smetterla con i tatticismi e con la ricerca di sponsor tra i carnefici di oggi che si apprestano a riciclarsi come i salvatori (del loro status quo) di domani.

Solo chi avrà il coraggio di metterci sul serio la faccia, rischiando anche del proprio, ed aderendo alla grande famiglia dei Liberali europei avrà fatto il proprio dovere fino in fondo. Se si vuole essere classe dirigente del paese liberale di domani che vogliamo, occorre fare dei passi concreti oggi. Passi coraggiosi e senza compromessi, passi che noi del PLI abbiamo fatto e facciamo tutti i giorni senza paura (e senza vergogna) di sognare un domani stando nelle carceri dell’antipolitica becera dell’oggi.

Per ascoltare i venditori di sogni basta frequentare i mercanti del tempio. La politica è un’altra cosa, è l’interesse per la nostra casa ed il nostro futuro. Crediamo nel coraggio di chi non ha, e non avrà, paura di andare sopra ed al di là dei luoghi comuni di una società liquida ed oligarchica per raggiungere la società aperta che veramente vogliamo. Sono un Liberale che fa il Liberale e non ne ho vergogna, così come, per il mio Paese, non ho paura di cadere guardando al futuro se è per una causa giusta. Perché chi ha paura di cadere avrà sempre paura di volare.

© Rivoluzione Liberale

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