Contro il decreto legislativo sulle rinnovabili si sono sollevate voci di polemica da tutte le associazioni del settore, scese anche in piazza per protestare contro quello che, a loro avviso, segna la fine dello sviluppo delle rinnovabili in Italia, mentre sentimenti simili sono stati manifestati anche dall’opposizione e da gruppi di centro.

Dal punto di vista economico va ricordato che uno studio del Gestore Servizi Energetici appena del mese scorso evidenziava come l’Italia non avesse paragoni con gli altri paesi Europei in quanto ad incentivi alle rinnovabili : per il fotovoltaico l’incentivo italiano era maggiore di circa il 60% rispetto alla media europea e le agevolazioni per i parchi solari di oltre l’80% . Per l’eolico si superavano gli incentivi europei del 50% per le grandi pale e fino al 140% in più per le piccole pale; per l’idroelettrico i costi per MegaWatt superano del 60% la media europea.

Simili incentivi partivano dalla necessità di stimolare il settore e permettere un affiancamento ai livelli medi Europei nell’ambito delle energie rinnovabili, anche per porsi in linea con le Direttive Comunitarie (17% di energia da fonti rinnovabili entro il 2020) ed effettivamente hanno trainato la ripresa dell’Italia nella competizione internazionale del settore, che oggi produce circa il 2% del PIL.
Un taglio a così ampi incentivi in un periodo di simili ristrettezze economiche era quindi prevedibile e anche auspicabile, specie perché gli incentivi se non erogati correttamente portano a distorsioni dannose del mercato.

Il problema sorge però quando un Governo si “rimangia la parola” sulle certezze di investimento date agli imprenditori ed alle banche, rendendo i tagli retroattivi e mettendo a rischio tutti coloro che in questo periodo avessero deciso di puntare, non a torto, sull’unico settore che e’ riuscito ad espandersi anche durante la crisi.
Il testo finale firmato dal Presidente della Repubblica annulla il tetto di 8 GigaWatt posto nella prima bozza all’energia finanziabile con gli incentivi (che si sarebbe raggiunto entro l’anno) e riduce i tagli previsti per i certificati verdi dal 30% al 22% ma rimane la data del 31 maggio 2011 come termine del Conto Energia che era stato approvato un paio di mesi fa e che aveva garantito finanziamenti fino al 2013.

Se fossero stati stabiliti per tempo ed effettuati gradualmente, i tagli agli incentivi avrebbero potuto stimolare la competitività delle imprese, costrette all’utilizzo di tecnologie innovative per mantenere bassi i costi e con i risparmi (o parte di essi) si sarebbe potuto finanziare la ricerca nel settore, ma un simile drastico taglio invece riflette quantomeno una grande superficialità del Governo Italiano in un ambito cosi innovativo ed economicamente significativo, quasi come l’allineamento ai parametri Europei fosse visto alla strenua di un dovere più che un’opportunità’ economica e di sviluppo, specie quando i settori tradizionali faticano a riprendersi dalla crisi.

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