Il giorno dopo il terzo dibattito tra Barack Obama e Mitt Romney, quattro candidati indipendenti si sono confrontati a loro volta. Poco mediatizzati, potrebbero tuttavia, in alcuni Stati chiave, scompigliare i risultati dello scrutinio.

All’ombra dei tre faccia a faccia ultra pubblicizzati tra Obama e Romney, un altro dibattito si è tenuto il 23 Ottobre  a Chicago, tra quattro candidati indipendenti. Organizzato da una fondazione poco conosciuta, la Free and Equal Elections (Elezioni Libere e imparziali), vedeva riuniti Virgil Goode del Partito della Costituzione, l’ex sindaco democratico di Salt Lake City Rocky Anderson ora membro del Partito della Giustizia, l’ex Governatore del Nuovo Messico Gary Johnson del Partito Libertario e Jill Stein, etichettata come “Verde”. Malgrado l’assenza del Presidente Democratico e del candidato Repubblicano, che hanno declinato l’invito, i candidati hanno passato molto del loro tempo a criticare i programmi di Obama e di Romney. Si sono anche confrontati sulla politica estera e sull’economia. Tutti hanno perorato la causa che vede la riduzione delle spese militari, soprattutto Gary Johnson che si è impegnato per alleggerire il bilancio del Pentagono del 43%. L’ex Governatore, che è stato molto applaudito quando è arrivato sul palco, ha anche criticato le lungaggini della guerra in Afghanistan e si è espresso in favore della legalizzazione della marijuana. Da Parte sua, Jill Stein, candidata Governatore del Massachusetts nel 2002 di fronte a Romney, ha difeso, così come Rocky Anderson, la sua idea di un istruzione pubblica gratuita. Virgil Goode ha proposto una moratoria sulla carta verde, che permette agli stranieri di lavorare sul territorio americano, fin tanto che la disoccupazione non scende sotto il 5%. La sua proposta è stata accolta tiepidamente dal pubblico. I quattro candidati si dovranno confrontare nuovamente a Washington DC il 30 Ottobre prossimo.

Il dibattito dei candidati indipendenti esiste dal 1996, ma George Farah, autore del libro “Come i Partiti Repubblicano e democratico controllano i dibattiti presidenziali”, non si ricorda di avere mai assistito ad un confronto così interessante, frutto sicuramente  della stimolante presenza di un moderatore d’eccezione come Larry King, famoso animatore di faccia a faccia televisivi della CNN. L’evento è stato comunque molto lontano dal suscitare lo stesso coinvolgimento emozionale dello scontro tra Barack Obama e Mitt Romney che ha, nella sua terza fase, ipnotizzato davanti agli schermi televisivi quasi 53 milioni di americani. Martedì sera solo qualche centinaia di persone ha assistito a questo programma, ritrasmesso da reti televisive straniere come Al Jazeera e Russia Today, ma non dalle grandi reti locali. Negli Stati Uniti, l’elezione del Presidente si gioca generalmente tra i due campi principali: i Democratici e i Repubblicani. Gli altri Partiti hanno raramente voce in capitolo. Dal 1988, solo i candidati che ottengono più del 15% delle intenzioni di voto nei sondaggi hanno diritto di partecipare ai tre confronti pubblici organizzata dalla Commissione dei dibattiti presidenziali. Solo Ross Perot, è riuscito come candidato indipendente a confrontarsi nel 1992 con i due maggiori contendenti, Bill Clinton e George Bush padre, per aver ottenuto quasi IL 19% delle preferenze. Nello scrutinio del 6 Novembre, nessuno di questi candidati otterrà un risultato eclatante. Come ha detto Larry King: “Non vinceranno le elezioni, ma non è neanche mai stato scritto nella Costituzione americana che il vincitore debba essere un Repubblicano o un Democratico. La nozione bipartitismo non viene mai citata.” Solamente Obama e Romney sono candidati nei 50 Stati. Johnson si avvicina a loro presentandosi in 48 Stati, Anderson solo in 15. Malgrado ciò, diversi studi indicano che le presidenziali potrebbero giocarsi per una manciata di voti negli Stati chiave, come fu il caso della Florida nelle elezioni del 2000. I Democratici ritengono il candidato indipendente Ralph Nader responsabile della disfatta del loro “campione”, Al Gore, in questo “Swing State”. Per le elezioni del 2012, questo stesso Stato conta 18 candidati, tra i quali Johnson, Stein, Goode e Anderson, che soffieranno voti utili ai due principali avversari. Lo stesso vale per la Virginia, dove i sondaggi mostrano un debole scarto tra Obama e Romney. Johnson e Goode sono i due soli candidati a presentarsi in questo Stato dell’Est del Paese oltre ai più “famosi” contendenti. Goode, ex membro del Congresso della Virginia, a destra della destra, potrebbe mettere i bastoni tra le ruote a Romney, rubandogli simpatizzanti e voti.

Cosa possono ancora fare Obama e Romney per vincere le presidenziali? Dopo il loro ultimo incontro-scontro, che non dovrebbe avere che un impatto marginale sulla scelta definitiva degli elettori, i due candidati porteranno nei prossimi giorni la battaglia per la Casa Bianca sul terreno, in una decina di Stati decisivi. Ora tutto dipende dalla mobilitazione degli elettori e della capacità di ciascun campo di andare a bussare ad ogni porta. Il risultato sarà determinato dalle operazioni sul terreno, ancor più che dalla pubblicità, che continuerà però ad avere il suo peso, sia economico che mediatico. L’elettorato femminile sarà sicuramente quello più conteso. Secondo i sondaggi la corsa è così serrata che si può immaginare che tutto finirà per dipendere da uno Stato. Ricordiamoci che nel 2004, si è dovuto aspettare il giorno dopo delle elezioni per conoscere i risultati definitivi in Ohio, e quindi la vittoria di George W. Bush.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI