Dategli un palcoscenico in una piazza con una nutrita folla acclamatrice e Beppe Grillo comincerà a sparare a zero su tutto e su tutti, alternando anche qualche pesante insulto. Però non chiedetegli di presentarsi da Vespa o da Floris perché in questo caso la risposta sarebbe picche.

Già, perché il leader del Movimento 5 Stelle ha sempre rifiutato il confronto televisivo con gli esponenti degli altri partiti. Sostanzialmente le scuse apposte da Grillo sono due. La prima è che egli afferma di non essere il capo del movimento, ma solo un promotore visto nella sua idea vi è un sistema di potere totalmente orizzontale. La seconda (e più comica) riguarda la diffidenza verso gli organi televisivi. Infatti egli ha sempre sostenuto che il complottismo e il partitismo televisivo avrebbero di certo danneggiato il movimento. “Gli esperti marpioni della politica” – come li ha definiti sul suo blog – farebbero di tutto per oscurare lui e il suo movimento.

In quest’ottica, alle scorse elezioni amministrative – è tendenzialmente un diktat perpetuo – ha imposto a tutti i membri del movimento di non partecipare ai talk show.

Oggi il dibattito televisivo, per ragioni storiche, è uno dei principali strumenti di formazione politica in Italia, nonché il primo diffusore di democrazia e partecipazione. Probabilmente la grande paura di Grillo sta nella sua evidente incapacità di sostenere un dibattito. Il comico, per formazione professionale, è abituato e ampiamente rodato, sul format del monologo. Metterlo in uno studio televisivo, insieme ad altri esponenti politici a discutere di programmi elettorali o politiche di governo, per la sua violenza verbale, gli procurerebbe solo una perdita esorbitante di voti. Inoltre non essendo lui il capo (anche se detiene l’uso esclusivo del marchio come da “non Statuto”) è incomprensibile il perché debba obbligare i vari esponenti del partito a non partecipare ai dibattiti televisivi.

In questi comportamenti si mostra tutta l’autoritarismo e tutto l’assolutismo esercitato da Grillo sui militanti e sul movimento stesso.

Il dibattito e il confronto sono il sale della democrazia, sia che si svolga in piazza che negli studi televisivi. Grillo ha studiato con astuzia le sue strategie, costruendo un movimento 2.0, fondato sulla diffusione digitale, ha così di fatto escluso dalla formazione/informazione una fetta importante dell’elettorato italiano (siamo i meno connessi d’Europa), lasciando ai meno tecnologici la possibilità di ascoltare esclusivamente i suoi monologhi senza contraddittorio politico. Pare ovvio che le paure grilline siano quelle di mostrare l’inconsistenza e l’impreparazione degli attivisti e del loro stesso capo, incapaci di sostenere un dibattito con tutte le forze politiche.

Tutto questo non fa altro che confermare il forte personalismo di un movimento che, più avrà esperienze amministrative e più perderà consenso.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. secondo me il discorso è un altro. Beppe Grillo non vuole confrontarsi con chi ha messo il proprio interesse personale prima del bene comune. Faccio un esempio: la legge elettorale. Tutti i partiti presenti in parlamento (e non solamente loro) concordano sul fatto che occorra cambiarla, però ognuno vuole farlo inprimis per un proprio tornaconto personale. Proprio un bell’esempio, vero? Inoltre, io non amo questi confronti che spesso sfociano in accuse e liti varie. Non mi interessano. Sarebbe meglio una sana tribuna politica con un numero x di domande, cui gli invitati debbono rispondere, e non le pagliacciate che chiamiamo “talk show!” Per un movimento che è cresciuto grazie alla rete, forse la tivù è veramente superata.

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