«Non posso fare a meno di pensare come cambiano le cose. Una volta dire “sono un deputato, sono un senatore” era un vanto. Chi lo era camminava a un metro da terra nei confronti di noi gente comune.

Mi ricordo il  giornalaio che condividevo con un grande vecchio della politica e che quando parlava di lui usava tutte maiuscole. Ora c’è di che vergognarsi. Non si sbandiera più per legge, grazie al cielo, il tanto famigerato “lei non sa chi sono io!”.

Perché ormai, lo sappiamo bene chi sono quasi tutti loro. Anche quelli che lo sono a loro insaputa. Nel degrado cosmico della nostra era, non c’è rimasto nulla di cui aver rispetto. Forse qualche cardinale – e ho detto tutto! – ma proprio ci esce di fianco. Ci siamo abituati a ogni tipo di governante in questo ventennio: il satrapo protettore di povere sottoculturate che hanno solo la quarta ma di misura; il finocchio che parla solo a sé stesso, il vecchio caro comunista mangia bambini che ancora non ha assimilato la caduta del muro di Berlino.

Abbiamo visto feste e festini, imbecilli in gessato e dementi vestiti da antichi romani. Abbiamo ogni tanto letto le scempiaggini di quei poveri nostalgici di casa Pound. E comunque signori miei, io al peggio non mi sono ancora abituata. Ho letto che la Minetti ha dichiarato di voler fare un calendario: immagino ci siano molti che la vorrebbero “attaccare al muro”; ho letto che a Roma anche sul sale pare abbiano lucrato.

Ho letto le dichiarazioni di pasionarie botulino dipendenti che ti fanno venir voglia di invocare forze oscure che vengano a incenerirle.

Eppure al peggio ancora non mi sono abituata. Ho ascoltato molte parole messe giù senza un filo conduttore italiano ma con filo e basta. Mi ha fatto attorcigliare i pollici leggere i motivi per i quali un tale senatore pro ponte sullo stretto abbia cambiato opinione dopo un rogito sospetto.

Forse quella strana voglia di sperare in un mondo migliore, una cosa che ormai non viene scritta nemmeno nei testi delle canzoni  più mielose, forse è quella voglia che mi fa non abituare al peggio.

E poi, abbiamo appena cominciato ad accorpare le province, voglio vedere che fine fa tutta la carta intestata, i timbri e tutti quei gadget: li ricicleranno? Costringeranno quei portatori sani di fotocopie e fare le correzioni con pennarello rosso?  Immagino pagine e pagine di: Provincia di Viterbo e sotto in rosso “ce sta puro quela de Rieti”.

Non so voi, io mi dichiaro prigioniero politico e chiedo asilo all’autonomia di Trento.»

© Rivoluzione Liberale

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