Provo a fare alcune considerazioni sui risultati elettorali in Sicilia fuori dal coro dei tanti commentatori che indugiano sulle solite e ineffabili alchimie secondo cui i Partiti o hanno vinto o hanno “tenuto”.

E’ da sottolineare che hanno perso tutti, nessuno escluso, i “giovani” partiti nati nell’ultimo ventennio, ad eccezione del “giovanissimo” Movimento 5 Stelle. Di contro, ha vinto l’esigenza di un cambiamento radicale nel rapporto tra elettori ed eletti, un cambiamento che ha una parola chiave per comprendere quanto accaduto: “partecipazione”.

E’ di solare evidenza l’altissima percentuale di “non partecipazione” al voto. Il 53% del corpo elettorale che non partecipa al voto è un record. Quindi il “Partito di chi non partecipa” costituisce la maggioranza dei siciliani. Mai si è verificata una tale diserzione dalle urne. In pratica, per decidere le sorti politiche della più grande isola del Mediterraneo, hanno partecipato al voto meno della metà dei cittadini. Nessun commento voglio fare sul numero delle schede bianche e nulle la cui presenza dimostra, in ogni caso, il grado e l’intensità della legittimazione degli eletti.

Il secondo dato numerico, quindi non opinabile, è costituito dal fatto che, per quanto riguarda i cittadini partecipanti al voto, la maggioranza relativa si è espressa in favore del Movimento 5 Stelle di Grillo, il quale si propone come paladino di un radicale cambiamento del metodo di partecipazione dei cittadini alla vita politica. Le intenzioni più significative del Movimento 5 Stelle sono costituite da quanto Grillo recita come un mantra: “Quelli di fuori controlleranno quelli dentro e quelli dentro saranno a disposizione di quelli fuori, cioè i Cittadini fuori potranno esporre una loro legge e proposta che verrà messa dentro attraverso i parlamentari e discussa in Parlamento.”  Grillo e i suoi quadri dirigenti saranno in grado  di mantenere quanto vanno dichiarando e di esprimere una efficace cultura di governo?  Il Movimento 5 Stelle, nel porre l’accento sugli aspetti che attengono a nuove forme di partecipazione, al momento non appare velleitario e non si dichiara alternativo al sistema politico-istituzionale disegnato dalla nostra Costituzione. Ci sono molti aspetti problematici che riguardano il Movimento 5 Stelle, ma non è in questo contesto che vorrei sollevarli perché mi preme dimostrare quanta importanza abbia avuto  nell’opinione pubblica il trovarsi innanzi ad una forza politica che si dichiari essere aperta ad una forma di democrazia partecipata e rivolta ad affievolire lo strapotere della democrazia delegata.

Il terzo dato, del quale pochi commentatori parlano, riguarda il fatto che tutti gli altri Partiti presenti nella competizione elettorale hanno perso, chi più chi meno, la gran parte dei loro elettori rispetto ai precedenti appuntamenti elettorali.

Il quarto dato da tenere presente è che ci troviamo innanzi a Partiti fin troppo giovani, cioè nati nell’ultimo ventennio  e senza radici storico-culturali alle spalle. L’affidabilità di questi Partiti è scesa al minimo storico di gradimento a causa di scandali senza fine e di incapacità della classe dirigente di governare la cosa pubblica che, attualmente, è stata affidata a dei così detti  “tecnici” reclutati dal Capo dello Stato all’infuori del corpo degli eletti dal Popolo sovrano. Molti di questi giovani Partiti sono stati fondati da Persone dotate di una grandissima disponibilità di denaro con conseguente dominio sui media scarsamente liberi. La nascita di partiti personali ha inquinato anche la dialettica e il confronto politico fra idee e culture contrapposte.  E l’inquinamento si è anche esteso  alla capacità delle forze politiche di fare sintesi fra interessi contrapposti. E’ stato anche fallimentare il bipolarismo all’italiana concepito come il conseguimento della maggioranza allo scopo di impossessarsi, in termini proprietari ed egemonici, delle istituzioni. L’occupazione dello Stato si è verificata anche attraverso un disastroso spoil system all’italiana che ha portato ai vertici della Pubblica Amministrazione non il merito e la meritocrazia, ma la fedeltà al Partito di appartenenza. In questo contesto il senso dello Stato, l’etica pubblica, il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica amministrazione sono andati a farsi strabenedire mentre il cittadino si è visto schiacciato da prevaricazioni, ricatti e soprusi di ogni genere. La credibilità dell’intero Paese, giudicato all’estero come uno dei più corrotti al mondo, non ha giovato all’economia e alla possibilità di attirare investimenti stranieri. La questione del lavoro e della disoccupazione è diventata la prima questione da risolvere. L’istruzione e la ricerca sono oggetto di continui tagli che impediscono di guardare al futuro del Paese. D’altronde, l’informazione è stata fortemente condizionata dai teatrini politici svolti in televisione e dai media scarsamente impegnati nella libera informazione e nella effettuazione di serie inchieste giornalistiche. Sta di fatto che la carenza di una informazione vera e libera e la carenza di partecipazione democratica del cittadino, che viene chiamato una volta ogni 5 anni per rinnovare, con un voto, l’investitura dei soliti privilegiati annidati nei Palazzi del Potere, ha fatto rompere l’incanto. E i cittadini non più incantati si sono allontanati dalle urne. Il successo delle liste del Movimento 5 stelle può essere spiegato anche dal fatto che il Movimento si fonda sulla informazione (e formazione) che circola in rete al di fuori dei canali televisivi e dei media quasi interamente dominati dai giovani partiti italiani.

Il quinto dato riguarda il fatto che il Presidente eletto in Sicilia, Rosario Crocetta, dovrà “provare” a governare senza avere una maggioranza parlamentare e, quindi, dovrà cercare volta per volta in Parlamento il consenso  e il sostegno alle sue scelte. Sarà un compito difficile, ma non impossibile.

Crocetta e coloro che lo sosterranno in Parlamento saranno in grado di governare la Sicilia in queste condizioni? Questo nessuno lo può dire con certezza. Di certo c’è che governare in nome per conto della totalità dei cittadini con una delega (il voto) da parte di meno della metà del corpo elettorale pone l’esigenza di aprire le porte alla partecipazione reale dei cittadini in modo nuovo e del tutto inusitato.

Ognuno di questi cinque dati meriterebbe considerazioni lunghe e appropriate sul perché e sul per come si siano verificati. Tralascio, per ragioni di spazio,  le considerazioni del caso, ma mi soffermo su un aspetto che oso porre in evidenza: il sistema di democrazia delegata è entrato in crisi. La sovranità popolare, che si esercita una volta ogni 5 anni per delegare qualcuno a governare la cosa pubblica, non interessa più a quasi i 2/3 dei cittadini siciliani.

I siciliani sono estremamente pragmatici ed hanno una saggezza antica. Da molto tempo, quanto meno da quando è nata la Repubblica italiana, la Sicilia è il vero laboratorio politico di ciò che poi finisce col realizzarsi in Italia.

Bisogna porre grandissima attenzione a ciò che accade e che accadrà nei prossimi mesi in Sicilia.

Ecco perché oserei dire che il voto in Sicilia potrebbe (mi piacerebbe scrivere “dovrebbe”) diventare la pietra miliare della “partecipazione” come istanza di cittadini maturi che vogliono la democrazia partecipata e non vogliono più farsi prendere in giro dalla demagogia della così detta democrazia delegata. Questa esigenza di “partecipazione” potrebbe (dovrebbe)  essere un connotato nuovissimo e, per molti aspetti, rivoluzionario. C’è da aspettarsi, infatti, una svolta caratterizzata dall’accoglimento delle istanze di partecipazione attraverso una vera apertura e tantissima attenzione a ciò che va maturando fra i cittadini iscritti provocatoriamente e provvisoriamente al Partito della non partecipazione.

Vorrei concludere queste brevi note incentrate sulla questione della “partecipazione” sottolineando che ho trovato la ispirazione e la motivazione delle mie riflessioni, oltre che dai dati oggettivi costituiti dai risultati dell’appuntamento elettorale in Sicilia, da quanto ho appreso da 4 personaggi che voglio citare.

Il primo è Leoluca Orlando, il Sindaco di Palermo, che nel  suo commento post elettorale ha sommato algebricamente gli astensionisti e i votanti a favore del Movimento 5 Stelle per dare una sua spiegazione abbastanza originale della partecipazione e della non partecipazione.

Il secondo è il palermitano Stefano de Luca che, nella qualità di Segretario del piccolo ma antico Partito Liberale Italiano, ha scritto in uno dei suoi articoli pubblicati dal web magazine Rivoluzione Liberale, di far parte del “Partito” dei cittadini che avrebbero disertato le urne siciliane.

Il terzo personaggio è il premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka il quale, proprio a Palermo durante l’indimenticabile Congresso Mondiale di Civitas del 1999, il cui tema è stato “Per fare dell’educazione alla democrazia una priorità internazionale”, fece una splendida dissertazione sulle istanze di partecipazione del cittadino alla vita politica. E, denunciando che “l’idea di democrazia non prevale ancora nel governo universale, nemmeno nelle sedi delle Nazioni Unite”,  disse che la “partecipazione” avrebbe dovuto trovare posto nell’articolo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e in tutti i primi articoli delle Costituzioni di tutti i Paesi del Pianeta.

Il quarto, e non poteva mancare, è Piero Gobetti: “Le nostre sono antitesi integrali: restiamo storici, al di sopra della cronaca, anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per il futuro, per un’altra rivoluzione”.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Bell’articolo, Antonio, interessanti riflessioni sull’essenza vera della democrazia, che riportano alle pagine cruciali per la storia del liberalismo e del pensiero moderno di Alexis de Tocqueville. Nel suo capolavoro sulla “Democrazia in America”, egli, tracciando una linea di demarcazione tra democrazia e liberalismo, individuò la forza di quest’ultimo, come tu affermi, nella partecipazione. Tocquville ci ha insegnato che è possibile il paradosso di una tirannide in un regime democratico, come sarebbe possibile un tiranno liberale. Quindi coniò il concetto, divenuto oggi tratto distintivo del liberalismo moderno, di Democrazia liberale. Questa si distingue per la circostanza che, attraverso svariati strumenti (dalla divisione costituzionale dei poteri,al ruolo della stampa indipendente, all’attivismo di associazioni e vari gruppi di cittadini organizzati) gli elettori non si possono limitare a dare una delega in bianco a coloro cui assegnano la rappresentanza, ma devono controllarne quotidianamente l’operato. Quello che abbiamo avuto, e purtroppo tollerato, in Italia negli ultimi anni, è stata una democrazia delegata perniciosa e rafforzata da un sistema mediatico servile. Mi domando se Grillo possa essere realmente un interprete del concetto tocquevilliano di Democrazia Liberale, o se non sia mosso soltanto dal desiderio di assecondare un elettorato stanco di essere tradito, parlando di partecipazione, ma poi contraddicendosi quando impedisce qualsiasi manifestazione di pensiero degli aderenti verso l’esterno, ponendosi come unico interprete dell’opinione di M5S. Il pluralismo mi pare sia un’altra cosa! In ogni caso vedremo. Quello che è sicuro, come affermi nel tuo scritto, è che, vincendo il fatalismo e l’italica pigrizia, la democrazia partecipata deve essere un imperativo imprescindibile.

  2. Articolo coinvolgente e ben scritto. Forse andava un po’ accorciato per essere maggiormente fruibile da tutti, ma capisco che la sintesi si sarebbe tradotta in una perdita di qualità.
    A chi si interessa di questi temi (parlo in particolare del fenomeno dell’astensione elettorale in massa) consiglio la lettura de “La repubblica virtuosa”, di Umberto Vincenti, Mondadori.

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