Parigi – È virtuosa abitudine, in Francia, la riedizione, accanto alle uscite settimanali, di capolavori autoriali della settima arte. Rimasterizzati e restaurati per i giovani cinefili, ma anche per chi, oggigiorno più attempato, desidera rimembrare quei pomeriggi spensierati di fine anni ’70, quando, con garbo, varcava la porta d’entrata del suo cinematografo preferito.

È di quel periodo L’important c’est d’aimer (1975) di Andrzej Zulawski, corretto e deterso qualitativamente da un eccellente lavoro di “rammodernamento”, e fruibile in svariate sale parigine da due settimane a questa parte. È la prima opera del regista polacco oltre i confini del proprio paese, che lo aveva censurato per il crudo realismo e la feroce critica antiborghese de Il diavolo (1972).

In Francia, ebbe più fortuna. Vinse il César nel 1976, grazie all’interpretazione della bella e dannata Romy Schneider, e alla presenza di un Jacques Dutronc da antologia. Struggente è il suo ritratto di attore decaduto, dal sorriso disperato, nel vedersi sfilare l’unico affetto rimastogli, da un Fabio Testi, nei panni di un piacente reporter, non ancora contaminato dalle logiche televisive italiane. Ma è Romy, la splendida principessa Sissi, la vera luce, in una Parigi cupa e decadente, malinconica e crepuscolare, sei anni dopo l’indimenticabile duetto con Alain Delon ne La Piscina (1969). 

Ne nacque una splendida storia d’amore, mai terminata, nonostante Romy, in quel tragico 29 maggio del 1982, decise di togliersi la vita. Stanca e sfiorita, fragilissima e toccante come in una delle sue ultime opere, Fantasma d’amore (1980) di Dino Risi, al quale, durante il set, aveva amaramente confessato: “Giovinezza e bellezza sono regali che dobbiamo restituire”.

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