Il “D” day si avvicina. Il 6 Novembre, milioni di elettori americani saranno invitati a rendersi nei seggi per designare colui che sarà il loro Presidente per i prossimi 4 anni. Un voto indiretto, che passa attraverso un collegio elettorale. A poche ore dal voto, un piccolo chiarimento è d’obbligo per capire a fondo questo modo di votare un po’ particolare.

Chi vota per chi? 215 milioni di elettori americani che hanno compiuto 18 anni potranno votare per eleggere il loro Presidente e il loro vice-presidente. Devono anche rinnovare la Camera dei rappresentanti, così come un terzo del Senato. Altre votazioni locali sono organizzate per lo stesso giorno. Nell’elezione presidenziale, gli americani non votano direttamente per i loro candidati, ma per dei Grandi elettori, una carica onorifica, che sono incaricati di rappresentarli nell’elezione del Presidente. Il loro numero varia a secondo degli Stati, da 3 in Delaware à 55 in California. In tutto sono 538. Per vincere la corsa alla Casa Bianca, un candidato deve ottenere la fiducia di almeno 270 tra loro.

Come votano gli americani? Il voto varia a secondo delle circoscrizioni. Gli elettori possono votare con carte perforate, attraverso lettori di schede a fibre ottiche, o ancora, attraverso sofisticate macchine dotate di touch screen. Da diversi anni la tendenza è il voto anticipato, le cui modalità variano anche qui, da circoscrizione a circoscrizione. Gli osservatori hanno stimato che quest’anno dovrebbe aver votato già il 35% degli aventi diritto. Barack Obama ha dato lui stesso l’esempio votando a Chicago a fine Ottobre. Lo scrutinio dei voti è una delle particolarità di questo sistema: un Presidente può essere eletto anche se non ha ottenuto la maggioranza dei voti. In ogni Stato, è il ticket che arriva in testa che porta con sé tutti i Grandi elettori di quello Stato. Nel 2000, George W. Bush aveva ottenuto 537 voti in più del suo rivale Al Gore in Florida, e cioè il 48,9% contro il 48,8% dei voti. George W. Bush aveva così conquistato tutti i Grandi elettori di questo Stato importantissimo, vincendo il suo posto alla Casa Bianca. A livello nazionale fu però Al Gore ad aver ottenuto 500mila voti in più del suo rivale.

La posta in gioco non è la stessa ovunque. Gli Stati non hanno tutti lo stesso peso nell’elezione del Presidente, per prima cosa perché, come abbiamo visto, non hanno tutti lo stesso numero di Grandi elettori, ma anche perché qualcuno vota sempre per lo stesso campo. La California e i suoi 55 Grandi elettori sono fedeli da sempre ai Democratici, così come il Texas, che conta 38 Grandi elettori, propende per i Repubblicani. D’altro canto, diversi Stati, chiamati swing States, o Stati viola (chiamati così perché non identificabili con il colore rosso o blu caratteristici dei Democratici e dei Repubblicani), sono eterni “indecisi” e votano in modo diverso ad ogni elezione. Per tradizione non sono legati a nessun campo politico. Il Michigan, per esempio, propende per i Democratici, nonostante vi sia nato Romney. Gli elettori lì sono particolarmente coccolati, come è il caso quest’anno dell’Ohio, della Florida e della Virginia, Stati che faranno senz’altro vacillare e ribaltare i risultati delle elezioni. I voti si guadagnano passo a passo, anche perché molti di questi vengono “strappati” ai candidati dei partiti minori.

Secondo il “Presidential election act” del 1845, l’elezione è fissata per il primo martedì che segue il primo lunedì di Novembre. Per il 2012, il 6 Novembre. Ma una volta superata questa data e saputo il risultato, bisognerà pazientare fino al 17 Dicembre, data in cui si riunisce il collegio elettorale durante il quale i Grandi elettori eleggeranno  ufficialmente il Presidente e il vice-presidente. Questi  non entreranno in carica che il 20 Gennaio 2013.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI