In un Paese che ha un debito pubblico che sfiora i 1.980 miliardi di euro occorre rivolgere una attenzione particolare ad una delle voci di spesa maggiori per lo Stato, ovvero il Servizio Sanitario Nazionale; e facendolo è piuttosto facile notare come in questo settore la spesa pubblica sia finita totalmente fuori controllo, specie negli ultimi anni. La sanità costa all’Italia circa 114 miliardi di euro l’anno, con un incremento (tra il 2002 ed il 2011) di ben 33 miliardi l’anno, con una incidenza sul PIL nazionale di circa il 7,2%. C’è poi da osservare come in questi anni il deficit medio, ovvero la differenza tra i costi e le entrate, della sanità nazionale si è aggirato sui 36 miliardi di euro l’anno.

C’è da chiedersi quindi se sia possibile ridurre questa spesa o quantomeno frenarne l’incremento galoppante, perché è chiaro che, coi bilanci pubblici attuali, ritmi di spesa simili non sono più sostenibili e soprattutto impediscano di ridurre la pressione fiscale su cittadini e aziende.

Di sicuro è necessario rivedere in modo radicale tutta l’organizzazione della sanità nel nostro Paese, dato che la aziendalizzazione delle unità sanitarie locali è stata evidentemente un fallimento da molti punti di vista. Vorrei però soffermarmi su un aspetto abbastanza evidente di questa organizzazione che, a mio avviso, andrebbe da subito ridimensionato drasticamente, con un evidente risparmio di spesa.

Le aziende sanitarie, lungi dall’essere divenute simili ad aziende private, si sono invece trasformate in centri di potere a servizio delle forze politiche che governano le regioni e che usano tali aziende come serbatoio di voto clientelare quando non addirittura come fonte di finanziamento occulto.

Per farmi capire, faccio solo un piccolo esempio locale. Sappiamo, ad esempio, che una piccola azienda come quella della mia città, Cesena, un centro di circa 92 mila abitanti,  annovera oltre 580 dirigenti, uno ogni cinque dipendenti, e ne vede almeno una quarantina di primo livello con stipendi annui oltre i 100mila euro. Tali dirigenti inoltre godono normalmente di ingenti indennizzi ed incentivi a pioggia che vanno a sommarsi ai loro stipendi e che spesso sono erogati con motivazioni assai diverse dall’efficienza del servizio. Moltiplicando tali numeri per le aziende del territorio nazionale si può facilmente comprendere come questa proliferazione di figure dirigenziali abbia gravato le aziende sanitarie di costi enormi che nulla hanno a che vedere coi servizi al cittadino e con la funzionalità dell’apparato pubblico, anzi lo ha reso pletorico, prolisso e spesso inefficace.

L’esempio che porto viene poi da una regione, l’Emilia Romagna, che è considerata abbastanza virtuosa nella spesa sanitaria; le situazioni di regioni come la Sicilia, il Lazio o la Campania sono senz’altro assai peggiori.

Occorre quindi da subito costringere le regioni, che ne hanno la responsabilità, a ridurre drasticamente gli apparati dirigenziali, magari accorpando le aziende sanitarie più piccole, il che consentirebbe di ridimensionare anche tutti gli apparati amministrativi e burocratici che ugualmente pesano in modo eccessivo sul reale costo dei servizi erogati.

La sanità quindi è uno dei primi settori ad aver bisogno di una immediata Spending Review, che riduca al minimo tutti quei costi che non sono legati direttamente alle prestazioni sanitarie al cittadino. Questo libererebbe risorse per realizzare l’altra emergenza immediata che è la riforma fiscale volta a ridurre la pressione su famiglie e imprese, unica via per rilanciare l’economia nazionale.

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