L’anno che si avvicina alla sua fine ha visto la caduta di non pochi (falsi) idoli: dapprima Bossi, poi la Polverini e i capetti del PDL nel Lazio, di seguito Formigoni, a ruota Berlusconi – con la condanna in primo grado e lo spettacolo di fatale irresponsabilità che continua a dare – e ora Di Pietro. Non ho avuto mai simpatia per questo ex poliziotto ed ex PM, che ha costruito la sua carriera sulle manette facili e le lacrime altrui, e rappresenta a mio avviso l’essenza dell’antiliberalismo. E diffidavo di una posizione politica tutta giocata su un moralismo fin troppo urlato: ma “chi di coltel  ferisce, di coltel perisce” e il moralismo di convenienza e di professione, che è cosa diversa dalla genuina moralità, che non ha bisogno di autoproclamarsi ai quattro venti,  finisce il più delle volte col ritorcersi contro chi lo pratica, anche perché a costui non si perdona neppure il più semplice scivolone.  Già ai tempi di Mani Pulite, la figura dell’allora PM non uscì proprio del tutto limpida dai sospetti sorti in ragione di certi prestiti milionari, su  cui indagò la Procura di Monza (ricordate il famoso “poker d’assi” che diceva di avere in mano Bettino Craxi contro di lui?). A quell’epoca, tuttavia,Di Pietro, che dai banchi della Procura intimoriva mezzo mondo, era praticamente inattaccabile e l’indagine finì in niente (del resto, l’episodio rivelava più leggerezza che colpa criminale). Ma da quando è entrato in politica,Di Pietro  deve  rendere conto di ognuno dei suoi atti, non ai suoi ex colleghi, ma all’opinione pubblica e ai suoi elettori.

Come politico, Di Pietro è stato un Ministro dei Lavori Pubblici senza infamia e senza lode, e come leader di IDV si è reso colpevole di molte cose: discutibili scelte di collaboratori e di eletti nel  suo  partito,  gestione autoritaria e personalistica, non chiaro maneggio dei fondi pubblici, come è emerso nell’ormai famosissimo Report; ma il tocco finale l’ha dato col suo avvicinamento a Grillo: avvicinamento forzoso, visto che, coi suoi inconsulti attacchi a un Capo dello Stato della statura politica e morale di Giorgio Napolitano (un gigante, rispetto a lui) Di Pietro è riuscito a tagliarsi fuori  dall’alleanza col PD, spingendo IDV in un completo isolamento; avvicinamento, peraltro,  rivelatore della vera natura dell’ex PM, del  suo senso di responsabilità, del suo rispetto per le istituzioni e per le regole basiche della convivenza democratica. E infatti  mezza IDV si è rivoltata contro di lui, con accuse, anche dai livelli più alti, davvero pesanti e con un evidente rischio di sbriciolamento. Ma “de hoc satis”! Non spenderemo una lacrima per le disavventure di un personaggio minore (minore, anche se la TV di stato ci ammannisce quasi ogni sera il suo faccione convulso).

Le macerie nella politica italiana sono ben altre, e le elezioni in Sicilia le hanno rivelate  in modo impietoso.  Quando più  della metà della gente non va a votare, ma per sfiducia e rigetto della classe politica in blocco, è davvero brutto segno per la democrazia, che si fonda su una adesione popolare quanto più ampia possibile.  E francamente non capisco l’euforia del Presidente eletto e del PD. Facciamo un po’ i conti: Crocetta ha avuto il 30% del 47% dei voti,  cioè solo il 13% dei siciliani lo ha votato. Anche contando solo i voti espressi (prescindendo quindi dall’astensione),  70% dei siciliani hanno votato contro di lui, e se il sistema elettorale nell’Isola fosse stato a doppio turno, Crocetta avrebbe dovuto confrontarsi col candidato secondo votato e non è detto che ce l’avrebbe fatta. Il PD, poi,come partito  ha raggiunto a malapena il 16%.  Dunque, on. Bersani, meno trionfalismi e più serietà ( e a proposito, on. Bersani: un mese fa circa ho inviato al suo indirizzo di posta elettronica indicato dal sito web del PD una garbata missiva, chiedendole di spiegare  come siano compatibili il suo proclamato, e credo sincero, rigore, il suo europeismo convinto, con la demagogia di Nicki Vendola; le ho spiegato che le scrivevo, non da oppositore e critico pregiudiziale, ma da persona che in passato l’aveva conosciuta e stimata ed era sinceramente interessata a capire i suoi programmi; a tutt’oggi non mi ha risposto: grazie per la bella lezione di civiltà e di democrazia).

Quanto al PDL, che si è letteralmente liquefatto, è inutile commentare. Se Berlusconi continuerà con le sue capriole, la discesa  in picchiata di quel partito non potrà che accentuarsi. L’UDC può forse ritenersi il meno malconcio tra i partiti tradizionali, ma è lungi dal poter proclamare trionfi, che l’esiguità dei numeri non giustifica. Resta il Movimento 5 Stelle, riuscito addirittura primo partito. Anche per lui, tuttavia, non vedo proprio ragioni di giubilo a medio e lungo termine: il suo candidato alla presidenza è giunto buon terzo e i suoi eletti (vediamo come si comporteranno nei fatti, dopo tanto strepito) restano tagliati fuori da qualsiasi possibile alleanza: in parole povere, inutili. Perché il dramma di Grillo – e di chiunque costruisca le sue fortune sulla pura e volgare denuncia – è che può  raccogliere successi, per solito temporanei, ma non può raggiungere la soglia in cui si ha accesso al governo del Paese e la sua forza è condannata  a restare sterile (come accade di elezione in elezione col  Fronte Nazionale in Francia). E, anche per la gestione autoritaria del suo movimento, è destinato prima o poi a stancare i suoi sostenitori e a sbriciolarsi. Non è strano che i paria della politica italiana, Grillo eDi Pietro, si cerchino a tentoni nel buio, veri “strangers in the night”, in vista di un innaturale e perverso accoppiamento. E che addirittura ipotizzino un’accoppiata Grillo a Palazzo Chigi e Di Pietro al Quirinale, risibile ma che fa rabbrividire all’assurda ipotesi che potesse realizzarsi, ci spingerebbe ad emigrare tutti in Svezia.

È difficile dire quanto le elezioni in Sicilia siano anticipatrici di quelle nazionali. Differenze, certo, ci saranno. Ma se le tendenze apparse nell’isola si confermassero, almeno nelle linee generali, non sarebbe difficile trarne alcune previsioni. La prima è che l’astensionismo, magari non a quel livello, si confermerà come “primo partito”. È un peccato, e chi sceglie di non votare dovrebbe dirsi che il dispetto lo fa a sé stesso, come l’Origene di fausta memoria, non alla classe politica, che comunque il potere lo conquista e se lo divide, come è giusto in democrazia, sulla base dei voti validamente espressi, anche se pochi. La seconda è che il Movimento di Grillo, altra faccia della stessa medaglia di rigetto della politica canonica, si attesterà vicino al 20%. Ambedue le tendenze potrebbero essere, in parte, invertite se i partiti principali si svegliassero e dessero prova di qualche resipiscenza, se non altro per spirito di autoconservazione. Ma possiamo crederci? Quello che vediamo per ora è che, quando non sono costretti col coltello della fiducia alla gola a votare le riforme proposte dal Governo Monti, si perdono nel labirinto di una legge elettorale introvabile, delle polemichette insulse e, peggio di tutto, in una serie di “chicane” contro iniziative governative, che pure hanno una larghissima dose di consenso nel Paese, dirette a tagliare i costi della politica: così, della riduzione dei parlamentari non si parla più, la riduzione delle province incontra più mugugni che consensi, e quanto alla  norma che tenta di limitare dimensioni e spese delle rappresentanze politiche regionali, tutto quello che hanno saputo fare finora le Commissioni parlamentari, dopo tante virtuose dichiarazioni di intenzioni, è stato di bloccarla con pretesti di incostituzionalità.  Tanto da obbligare il Presidente della Camera a  confessarsi desolato per tante solenni promesse non mantenuto e il Capo dello Stato a ripetere un giorno sì e un giorno no i suoi ammonimenti, tanto severi quanto poco ascoltati. Con questi esempi, come vogliamo che la gente torni a votare per gli stessi partiti, le stesse facce, gli stessi esperti in meline?

Diamo dunque per scontato che, tra astensione e Grillo, più le liste  che non raggiungeranno la soglia di sbarramento, almeno metà dei voti andrà perduta. Quel che resta, dovranno spartirselo l’alleanza PD-SEL, il PDL (che per ipotesi di lavoro immaginiamo alleato con la Lega) e l’UDC. Prendendo per buono il voto siciliano (per carità, non quello ai partiti ma quello ai candidati) viene fuori che il PD-SEL, anche se dovessero arrivare in testa, resterebbero lontani dalle percentuali che permettono di governare. Ciò si applica, a più forte ragione, al PDL, anche se alleato alla Lega (cosa non proprio certa).Quanto all’UDC,  da sola non ce la farebbe ad arrivare al 10% e, quel che è peggio, in queste condizioni non potrebbe fare neppure da ago della bilancia perché la sua forza, sommata a quella del PDL o a quella del PD-SEL, non basterebbe a fare maggioranza.

Se queste proiezioni sono esatte, la sola conclusione possibile è che per formare un governo occorrerà un accordo che riunisca, come è attualmente, i tre partiti dell’arco costituzionale, questa volta, però, su basi programmatiche chiare e vincolanti. È una soluzione che fa torcere il naso ai cultori del bipolarismo, ma che potrebbe ben rivelarsi la sola possibile per dare stabilità al Paese e farlo uscire da una crisi durata ormai troppo tempo.

È certo che tale soluzione sarà tanto più percorribile quanto più sarà forte il Centro: un Centro al quale tutti i Liberali, in qualsiasi gruppo o gruppetto militino, dovrebbero lavorare di conserva e con tutte le loro forze, accordandosi su  un programma genuinamente e credibilmente di rinnovamento (anzi, di rivoluzione) liberale.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI