“Stiamo un tutt’uno. E’ così che abbiamo fatto campagna ed è questo che siamo. Grazie – bo”. Barack Obama era il preferito di Twitter, ed è logico che martedì sera abbia riservato al social network la sua prima reazione: “Tutto questo è successo grazie a voi”. Questo è il tweet che ha mandato, firmandolo con le sue iniziali.

In un altro messaggio, il candidato democratico ha scritto “ancora quattro anni”, con una foto di lui che abbraccia Michelle Obama nel momento in cui la televisione annunciava la sua vittoria. In sole tre ore il messaggio era stato ri-tweettato più di 470mila volte. La stessa foto e lo stesso messaggio sono stati postati simultaneamente su Facebook. Anche qui, tre ore dopo due milioni di persone avevano cliccato “mi piace” e più di 200mila l’avevano condiviso.

Ma gli americani martedì non hanno scelto soltanto il loro Presidente, ma anche i Rappresentanti e i Senatori che dovranno sedere al Congresso (che riunisce le due Camere del Parlamento). E come ogni due anni, sono stati rinnovati, un terzo dei 100 seggi del Senato (camera alta) e la totalità dei 435 seggi della Camera dei Rappresentanti (camera bassa). La posta in gioco di questa tornata elettorale è grande: il Presidente democratico appena rieletto ha bisogno del sostegno delle due camere per far passare le riforme urgenti, soprattutto quelle che riguardano il bilancio. Ora, con una debole maggioranza di Democratici al Senato e una maggioranza di Repubblicani alla Camera dei Rappresentanti, Barack Obama dovrà accontentarsi di una fragile convivenza, che rischia, come in un passato non tanto remoto, di creare un pesante ostruzionismo.

Al Senato, i Democratici hanno ottenuto una esigua maggioranza, con 51 seggi, contro i 44 dei Repubblicani. Non dispongono dunque della maggioranza di 60 seggi, che permette di difendersi dall’ostruzionismo parlamentare. Ma il partito di Obama, che partiva perdente secondo i media americani, può vantarsi di aver guadagnato 21 seggi rispetto alle elezioni di midterm del 2010. Così in Massachussets, il seggio lasciato da Ted Kennedy dopo la sua morte avvenuta nel 2009 e riconquistato dal Repubblicano Scott Brown nel 2010, è stato a sua volta vinto dalla popolarissima Democratica Elisabeth Warren, Professore ad Harvard. Nell’Indiana, dove i Repubblicani erano sicuri di vincere, il Senatore Richard Mourdock, che aveva suscitato grande clamore dichiarando che quando una donna rimaneva incinta dopo una violenza, era “per volontà di Dio”, si è fatto battere da Joe Donelly. E in Virginia, il Democratico Timothy M. Kaine ha sostituito George Allen.

Per contro, la Camera dei Rappresentanti rimane nelle mani dei Repubblicani (il “Grand Old Party”), che ne hanno preso il “controllo” dal 2010. Secondo i primi risultati, avrebbero guadagnato 213 seggi, contro i 158 dei Democratici. Il candidato vice-Presidente di Romney, l’ultra-conservatore Paul Ryan, mantiene il suo posto in Wisconsin, cosa che gli potrebbe servire come futuro trampolino di lancio versola Casa Bianca. Trannel’arrivo illustre di un membro della dinastia Kennedy in Massachussets (Joseph Kennedy III, nipote di JFK), la composizione della camera rimane identica alla precedente. Ora, chi dice stessa composizione, presuppone stesso ostruzionismo. Il presidente della Camera, il Repubblicano Jonh Boener, ha già avvisato: gli eletti del suo partito faranno di tutto per impedire al Presidente di far votare un aumento delle imposte sul reddito.

Questa impasse politica potrebbe portare alla catastrofe economica. I membri della Camera dei Rappresentanti hanno fino al 31 dicembre per raccogliere la sfida del “precipizio fiscale” ( “fiscal cliff”), e cioè trovare un accordo bipartisan sulle riforme di bilancio che permettano di ridurre il deficit e sollevare il debito pubblico (16.209 miliardi di dollari, il 107% del  PIL), che secondo il Tesoro americano, raggiungerà il massimo da qui alla fine dell’anno, cosa che metterebbe il Paese a rischio default. Se non viene trovato nessun accordo, verranno applicati automaticamente tagli del bilancio, mettendo in pericolo la fragile ripresa economica USA, che ha avuto quest’anno una crescitadel 2%. L’urgenza è tale che Mitt Romney ha fatto appello all’unità durante il suo discorso pronunciato a Boston dopo la sua sconfitta. L’unione bipartisan è vitale oggi, ha affermato l’ormai ex contendente di Obama: “In un momento come questo, non possiamo permetterci  le prese di posizione e gli attacchi”.

Intanto sul fronte diplomatico qualcuno invia segnali di “riavvicinamento”, come Vladimir Putin che saluta la vittoria del candidato Democratico e lo inviata in Russia, esprimendo “la speranza che un lavoro costruttivo sia portato avanti sulle questioni bilaterali come sul regolamento dei delicati e gravi contenziosi internazionali e regionali”. Mentre Medvedev si rallegra del fatto “che il Presidente di un grande Paese non sia un uomo che considera la Russia come il nemico numero uno”. Romney aveva  in effetti definito così la Russia, dichiarando apertamente che se fosse stato eletto avrebbe dato prova di maggior fermezza nei suoi confronti.

Anche se non è il “nemico numero uno” , la questione tra Putin e gli USA è un’altra delle situazioni “delicate” che Obama, dopo la grande festa e la tanto desiderata vittoria, dovrà affrontare. E’ ora che il gioco si fa duro. 

© Rivoluzione Liberale

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