Parigi – Anche la Francia ha avuto la sua âge d’or nel campo della settima arte. Non negli anni ’60, come noi, sebbene la Nouvelle Vague e autori indipendenti come Jacques Tati e Robert Bresson ci abbiano regalato alcune opere da annoverare senza riserve tra i capolavori della storia del cinema. Mio zio (1958) di Tati e Diario di un ladro (1959), tanto per citarne due. Ma alla fine la spinta creativa e (pseudo)-rivoluzionaria dei Godard, dei Truffaut, dei Chabrol e dei Rivette, ma anche appunto dei Tati e dei Bresson, si esaurì in brevissimo tempo, mostrando, al di là di un’estetica nettamente in collisione con i canoni classici imposti dalla grande Hollywood, la piattezza e la monotonia delle storie, unicamente e superficialmente incentrate sulle turbe e gli amorazzi della borghesia francese. Di cui Rohmer, maestro del tedio su celluloide, era l’icona incontrastata, nonché il cantore per antonomasia. Parole, parole e parole.

Immagini, sentimenti, ed intense passioni, invece, per quello che è il miglior movimento cinematografico made in France dall’inizio del XXesimo secolo: il realismo poetico, nato nel corso degli anni ’30, sulla scia delle esperienze dell’impressionismo di Jean Epstein e Marcel L’Herbier. E al quale, attualmente, alcune sale del Quartier Latin (Réflet Medicis, Champo e Filmothèque), stanno dedicando una parte della loro programmazione settimanale. Approfittando della riedizione in versione rimasterizzata del capolavoro di Marcel Carné, Il porto delle nebbie, sceneggiato da Jacques Prévert, al suo debutto cinematografico. Jean Gabin è indimenticabile, nei panni di un disincantato disertore dell’esercito coloniale francese, condannato fin dall’inizio ad un destino nefasto. Eroe tragico nelle mani del fato, come i personaggi che attorno a lui gravitano, (operai, cantastorie, ubriaconi e piccoli criminali di periferia), innamoratosi di una maliconica fanciulla, protetta da un burbero tutore, che ucciderà appena prima di morire a colpi di pistola, sconfitto esistenzialmente da una società amaramente ingiusta.

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