Siamo, come è naturale, immersi fino al collo nelle dispute domestiche, ma il vasto mondo continua a girare attorno a noi e le sue vicende sono altrettanto in grado di influire sul nostro futuro quanto quelle interne. Prendiamo tre eventi, in diversa misura rilevanti: il primo, senza dubbio, è costituito dalla rielezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti. È troppo presto per misurare l’impatto che essa avrà sull’economia e sulle finanze di quel grande Paese ma, dal punto di vista della politica estera,  il sospiro di sollievo che ha percorso il mondo intero mi sembra più che giustificato. La politica estera di Obama può forse essere criticata per la percezione di debolezza che essa ha potuto talvolta creare, ma non certo per il suo avventurismo. Obama ha ereditato due guerre, ne ha di fatto chiuso una e si avvia, speriamo, a chiudere la seconda nel corso del suo mandato (con che risultati sul medio e lungo termine è impossibile prevedere; ma c’è un momento – Vietnam insegna – in cui bisogna avere il coraggio di chiudere le imprese militari onerose anche senza certezza di vittoria, e questo vale anche per noi, che non possiamo pensare di restare in Afghanistan oltre il dovuto). Delle sfide che si sono venute frapponendo dal2008 inpoi nel mondo arabo, il Presidente ha superato con una certa intelligenza quella tunisina ed egiziana e contribuito a risolvere quella libica; rimangono aperti due fronti di forte pericolo: la Siria e, soprattutto, l’Iran. Non sappiamo come il rieletto Presidente – e il Segretario di Stato che molto probabilmente sostituirà Hillary Clinton – potranno affrontarle, ma c’è da aspettarsi dall’Amministrazione democratica una saggia cautela e la convinzione che gli Stati Uniti non possano operare da soli, ma all’interno di una coesione internazionale la più ampia possibile. E questo tocca direttamente i rapporti di Washington con due grandi Paesi che possono essere di volta in volta partner necessari e avversari incomodi, Russia e Cina, ma coi quali è inevitabile convivere, e cercare consensi, con pazienza ed evitando finché possibile le provocazioni gratuite.

Il secondo evento importante sta accadendo sotto i nostri occhi proprio in Cina, dove i vertici del Partito e del Paese stanno attraversando un profondo e in parte inedito processo di rinnovamento. I sinologi sviscereranno certamente il significato di questa o quella nomina, ma una cosa è certa: la Cina conferma il ferreo controllo politico del PC, ma consolida l’apertura all’economia di mercato. Dalla misura in cui svilupperà i consumi interni e quindi le importazioni, e dal livello di miglioramenti salariali  e sociali che la nuova dirigenza dovrà pur accettare, dipenderà in parte il futuro dell’economia in Occidente e quindi anche in Italia.

Il terzo evento, meno clamoroso, è costituito dal discorso di Angela Merkel al Parlamento Europeo (di cui Rivoluzione Liberale ha dato notizia). In sostanza, la Cancelliera ha detto con forza quello che da queste colonne veniamo ripetendo da tempo, e cioè che l’euro, più ancora che una moneta , è il simbolo dell’unità europea ed è quindi intoccabile, e ha invocato, non meno ma più Europa: Europa delle banche, delle finanze, della conduzione economica, che possa esprimere al meglio il proprio enorme potenziale e parlare e agire con autorità nel mondo. Per chi, mesi fa, discettava sul disamore della Germania e del suo Governo verso l’Europa (un c.d. esperto economico mi sussurrava all’orecchio lo scorso luglio che i tedeschi stavano già stampando marchi per uscire dall’euro), e per chi speculava su un possibile distanziamento preelettorale della Merkel dall’Europa, le parole della Cancelliera suonano come una smentita solenne e un grande auspicio per l’avvenire, ma anche come l’espressione di un vero leader, che non esita a esprimere le proprie convinzioni anche se non sono condivise da tutto il Paese. Da noi, la piena collocazione dell’Italia in Europa trova nel PD, nel Centro e nella parte più seria del PDL, un consenso che dovrebbe rassicurare. Ma non si è mai del tutto al sicuro dall’irresponsabile demagogia di chi è pronto a rincorrere gli umori di un’opinione pubblica spesso disinformata, invece di contribuire a indirizzarla e guidarla.

Assieme alla collocazione europea, è sempre aperta la questione dell’appartenenza all’Alleanza Atlantica.  Su questo tema ha scritto di recente Sergio Romano, con l’autorità che gli deriva, non solo dalla sua qualità di grande opinionista liberale, ma dal suo passato di Ambasciatore presso la NATO negli anni ’80, anni culminanti e poi finali della Guerra Fredda (una decina d’anni prima che lo fossi io stesso). Egli ritiene che la NATO sia invecchiata e che serva ora soprattutto, se non soltanto, agli Stati Uniti: in sostanza, che vada ripensata, se non addirittura accantonata, anche perché la sua esistenza porta a mantenere l’Europa della politica estera e della sicurezza in uno stato di pratica minorità. Con tutto il rispetto che merita un’opinione così autorevole, dissento da essa completamente.

Non stiamo qui a ricordare l’enorme importanza storica della NATO che, dal 1949 al1989, hagarantito la presenza americana in Europa e quindi la sicurezza di un Continente che si trovava direttamente esposto alla minaccia sovietica. È facile scordarlo ora, quando il mondo è fatto di persone che per lo più non hanno conosciuto né la tragica debolezza dell’Europa post-bellica, né la torva minaccia di una URSS che col blocco di Berlino tentò di soffocare la libertà di quella grande città e di asservire l’intero Continente. Ma i meriti passati di per sé non basterebbero: la Storia va avanti, le  situazioni cambiano e niente (neppure le istituzioni più consolidate) è eterno. Pensiamo invece alla fase apertasi colla fine della Guerra Fredda e che in sostanza dura ancora.

Dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione del Patto di Varsavia, fu facile sostenere che la NATO entrava nella categoria dei ferrivecchi della Storia. Ricordo che il mio predecessore presso l’Alleanza, nominato nel1991, micommentò tra rassegnato e divertito che finalmente avrebbe potuto dedicarsi alla sua passione, il golf. Quando, nel 1993, il  Ministro degli Esteri di allora,Emilio Colombo, mi destinò a mia volta alla NATO, il Presidente Amato, e poi il nuovo Ministro degli Esteri nel Governo Ciampi, il mio indimenticato e indimenticabile Nino Andreatta, cercarono di persuadermi a rinunciare “a un posto ormai inutile”. Cito questi ricordi personali, e me ne scuso, solo per illustrare quale fosse l’atmosfera che circondava in quegli anni l’Alleanza. Ci volli andare lo stesso, e lì ho vissuto i cinque anni  più intensi, interessanti e a volte appassionanti della mia vita. La NATO, fenice rinata dalle sue presunte ceneri, permise alla Russia di Gorbaciov e al resto d’Europa di accettare la transizione dalla Germania divisa a una Germania unita tenendo a bada  i vecchi spettri di militarismo prussiano. Si aprì poi ai Paesi dell’Est che uscivano dal socialismo reale, molto prima della stessa Unione Europea, garantendo così la loro sicurezza rispetto a una Russia indebolita, ma sempre temuta. Ricordo un incontro nella sede NATO di Bruxelles con Lech Walesa, nel 1995. Il Presidente polacco disse a noi Rappresentanti Permanenti, in una riunione riservata, due cose che non posso dimenticare. La prima: la Russia è come un orso ferito, che si è per il momento chiuso nella sua tana, ma prima o poi tornerà ad azzannare, e la Polonia sarà la più esposta; la seconda: se mai avesse dovuto scegliere, come governante responsabile, tra l’adesione all’Unione Europea o alla NATO, lui avrebbe scelto quest’ultima, perché la sicurezza viene prima dell’economia; ciò che, venendo da un polacco, suonava del tutto comprensibile. Ma quel che più caratterizzò la rinnovata vitalità dell’Alleanza negli anni ’90 fu la decisa e risolutiva azione nei Balcani: in Bosnia dapprima, che fu pacificata grazie alla presenza di 65.000 soldati alleati, nel Kossovo poi. Senza la NATO, i conflitti balcanici sarebbero andati avanti senza fine, causando sempre maggiori perdite e e minacciando a ogni momento di estendersi.

Veniamo a questo secolo. La NATO ha traversato un momento di grave tensione al momento della guerra in Irak, che ha visto contrapposti, pro e contro l’azione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, rispettivamente quattro Paesi (tra cui Francia e Germania) e otto Paesi (tra cui l’Italia e l’Olanda). Tale conflitto paralizzò l’Alleanza, impedendole di svolgere qualsiasi ruolo (se non marginale, a protezione aerea della Turchia) in quella guerra e nella fase postbellica. È tuttavia significativo che nessuno pensò  per un solo momento di chiamare in causa il vincolo transatlantico: non la Germania, e  meno che mai la Francia, che rispetto alla NATO ha sempre avuto, da De Gaulle in poi, un atteggiamento che uno psicologo chiamerebbe bipolare: di freddezza, alle volte di (irritante) opposizione interna, ma anche di intima convinzione che la presenza calmieratrice della forza americana in Europa è una garanzia importante (anche se non l’unica) contro un ipotetico ritorno di fiamma del militarismo tedesco. Tanto vero che, dopo decenni di estraneità all’organizzazione militare integrata della NATO, la Francia ha finito col ritornarvi, rinunciando anche a quei premi, o contropartite, che a suo tempo un pò troppo orgogliosamente aveva reclamato Chirac. E che tra gli stessi oppositori della guerra in Irak prevalesse la decisione di non mettere in pericolo l’Alleanza, fu subito dimostrato quando gli Alleati decisero unanimemente, nel 2003, di affidare alla NATO il comando e la gestione del “peace-keeping” (o meglio “peace-enforcing”) in Afghanistan.  Decisione non so quanto prudente, che ha esteso oltre i limiti ragionevoli le competenze dell’Alleanza fuori della zona coperta dal Trattato di Washington, ma questo è un altro discorso. Poi c’è stata la Libia, e il ricorso alla NATO è stato il solo che ha permesso a Paesi come l’Italia e l’Inghilterra di partecipare a un’azione che, sciovinisticamente, Sarkozy tendeva a porre sotto il segno della Francia. E solo grazie alle grandi capacità di pianificazione e condotta delle operazione militari, aeree in  questo caso,  dei comandi NATO,  Gheddafi e il suo regime hanno potuto essere piegati.

Perché quello che è importante notare è che la NATO non è solo il luogo d’incontro principale tra Stati Uniti ed Europa, ma è una straordinaria organizzazione militare, con capacità di pianificazione, comando, controllo, di supporto logistico e di spiegamento rapido, che ne hanno fatto in questi ultimi venti anni un vero e proprio braccio armato dell’ONU in situazioni complesse.

Detto questo, sarebbe puerile negare che l’Alleanza serve il proposito strategico statunitense di mantenere presenza militare e influenza politica in Europa; bisogna peraltro chiedersi se essa serva tuttora anche agli interessi europei. La risposta, a mio avviso, è sì. Il mondo ha visto la fine della contrapposizione brutale tra due blocchi, ma non la sparizione di tutti i pericoli: un possibile ritorno nazionalistico della Russia, una possibilità volontà di dominio mondiale del colosso cinese, i terremoti politici nel Mediterraneo, il terrorismo di matrice araba e islamica, con lo spettro sempre presente della proliferazione di armi di distruzione massiccia. Sono sfide alle quali l’Europa, da sola, non è in grado di far fronte, e che richiedono invece l’azione solidale e congiunta di tutto l’Occidente, un Occidente che trova nella NATO il suo foro naturale e il suo focus. Attraverso la NATO, gli europei possono contare sull’alleanza con la più grande forza militare che il mondo abbia conosciuto, una forza che costa agli Stati Uniti più del 4% del PIL e che si avvale dell’effetto accumulativo di decenni di investimenti che hanno portato l’America a livelli militari irraggiungibili. In comparazione, gli europei non spendono in media più del 2%  (e anche meno in tempi di crisi) e per di più  con gigantesche diseconomie di scala, malgrado i tentativi fin qui messi in atto di unificare, o coordinare, la produzione di armamenti e le strutture militari a livello divisionale. Se, per ipotesi, gli Stati Uniti dovessero ritirarsi dall’Europa e disinteressarsi della sua sorte (magari seguendo il richiamo del Pacifico), per mantenere il livello di sicurezza oggi garantito dalla NATO i Paesi europei, se anche arrivassero a fondere completamente le loro Forze Armate, dovrebbero spendere almeno l’1,5% in più del PIL (da noi, in soldoni, una trentina di miliardi di euro). È anche lontanamente possibile ipotizzarlo in tempi di pace?

Sento venire, naturalmente, l’obiezione: ma se continuiamo a rimanere sotto l’ombrello atlantico, l’Europa non si emanciperà mai, né militarmente né politicamente. Ed è questa un’obiezione che non lascia indifferente chi, come me, è stato per cinque anni a Bruxelles il responsabile del Segretariato della Cooperazione Politica Europea e ha lavorato con tutte le sue forze per sviluppare azioni comuni. Ma è un’obiezione che ha una risposta ovvia: se i Paesi dell’Unione Europea, o almeno dell’Eurozona (così si evita il comodo alibi della resistenza inglese) vogliono avere una politica estera davvero comune (diciamo le cose come stanno: una politica estera unica) si diano finalmente gli strumenti e le regole necessarie, comprese quelle sulla formazione delle decisioni a maggioranza e non più all’unanimità. E trovino il coraggio di superare le diplomazie nazionali. E poi realizzino quella Comunità Europea di Difesa che da oltre mezzo secolo continua ad eluderci, senza nascondersi dietro a una presunta incompatibilità con la NATO, che non esiste da quando gli Stati Uniti, con Clinton, hanno smesso di opporsi all’integrazione politica e militare europea (e non è con la presidenza Obama che ricominceranno a farlo). Certo, politica estera e di sicurezza non sono la premessa, ma la conseguenza, di una vera unione politica: un’unione che, a parole, molti dicono di volere ma pochi, pochissimi, sono disposti davvero ad accettare. E Sergio Romano, che è un profondo e intelligente conoscitore del mondo francese, sa bene che non è certo la Francia il Paese più disposto a cedere all’Unione la sua sovranità.

In conclusione: è vero che la NATO, come ogni istituzione nella Storia, è invecchiata, e va quindi  aggiornata. Ma rinunciare alla sicurezza che essa ci fornisce, in tempi di crisi economica diffusa e profonda, sarebbe davvero un’ingiustificabile avventura. 

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. [Riportiamo lo stralcio di una mail che il Ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi ha inviato all’autore dell’articolo. N.d.R.]

    «Caro Gianni, […] condivido pienamente le valutazioni di fondo e soprattutto la convinzione che ispira [l’articolo]: la crisi finanziaria che stiamo vivendo ha rafforzato i motivi di urgenza che richiedono all’Europa di fare un salto di qualità e che impongono all’UE di esprimere una politica estera di sicurezza degna di tale nome. Nonostante le resistenza, che ben conosci, stiamo lavorando in questa direzione con un gruppo non troppo ristretto di partners. Abbiamo colto l’occasione di dare un impulso in tale direzione durante i lavori del Gruppo Westerwelle nei quali 11 Ministri degli Affari Esteri hanno inteso esprimere “una visione dell’Europa in linea ma più ambiziosa del rapporto Van Rompuy”. […]
    Un saluto affettuoso, Giulio»

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