Le ultime sedie sono state riposte al Centro dei congressi di Chicago, trasformato temporaneamente in tempio della vittoria di Barack Obama. Gli striscioni tricolori staccati dai muri della sala da ballo del Westin  Boston Waterfront Hotel, dove Mitt Romney non ha potuto che riconoscere la sua sconfitta la notte di martedì 6 Novembre. Ora, la questione del senso storico di queste elezioni riaffiora, portando ad alcune riflessioni.

Appena entrato alla Casa Bianca, nel 2008, ad Obama era stata attribuita l’immagine di nuovo Franklin Delano Roosvelt. Una sconfitta nel 2012 ne avrebbe fatto un Herbert Hoover, Presidente che aveva dovuto gestire una crisi ereditata in precedenza. Uno sguardo al passato riduttivo. Il paragone della situazione di oggi agli anni trenta è un po’ tirato per i capelli. Non solo a causa dell’ampiezza della crisi, totalmente differente. La Grande Depressione che portò al potere Roosvelt nel 1933, era di una gravità tale che incise sul comportamento degli uomini politici americani per decenni. Parliamo di un’America minata da una disoccupazione superiore al 20%. Nel pieno della recessione del 2009, la proporzione dei senza-lavoro era meno della metà. Ciò spiega solo parte della differenziazione. All’epoca l’elettorato era totalmente diverso. Votare Repubblicano o Democratico non aveva lo stesso significato di oggi. Se andiamo indietro nel tempo, tra le due guerre i partigiani Democratici di oggi non si riconoscerebbero affatto. Ricordiamoci che il “Deep South” – nel quale gli Afroamericani non avevano diritto di voto – era una roccaforte Democratica. E fu così fino agli anni ’60. Fino a quando il sostegno di Lyndon Johnson – un Texano; perché è così, il Texas aveva una maggioranza Democratica negli anni ’60 – al Movimento per i diritti civili privò il Partito del voto unico dei Bianchi in quegli Stati. Il quid dei Repubblicani? Il “Grand Old Party”, quello di Abraham Lincoln, affondava le sue radici nei vecchi Stati della Nuova Inghilterra. Soprattutto in Mssachussetts, che oggi riflette un’immagine politica radicalmente diversa. Era un partito rivolto verso l’estero, mentre Woodrow Wilson – Democratico, eletto nel 1913 –  si era speso per una politica isolazionista. Allo stesso modo, furono i Repubblicani che sostenevano un altro Roosvelt – Theodore, eletto nel 1901 – ad ottenere il primato come riformisti, in virtù della lotta alle “trusts”, quelle che chiameremmo oggi il “grande business”.

La vittoria di Romney avrebbe certamente aperto la porta a dibattiti infiniti, discorsi senza fine per capire se non aveva fatto altro che raccogliere i frutti del lavoro di Obama per far uscire il Paese dalla crisi. Una disputa simile a quella che è aleggiata a lungo sui ruoli di Hoover e Roosvelt: il primo aveva eretto le fondamenta di una politica che il secondo chiamerà “New Deal”? Ma anche una discussione analoga a quella che seguì la vittoria di Bill Clinton di fronte a Bush padre. Ci si chiede se l’economia abbia veramente giocato un ruolo chiave in queste elezioni. Sicuramente, senza la flessione (anche se minima) del tasso di disoccupazione, la partita sarebbe stata gestita con molta difficoltà da Barack Obama. Rimane il fatto che, nella realtà, la popolazione ha delle difficoltà ad avere il polso esatto della situazione. Sono state soprattutto le questioni sociali – pensiamo al matrimonio omosessuale, la posizione nei confronti del multiculturalismo che rappresenta Obama – che hanno modellato maggiormente il comportamento di coloro tentennavano. Molto più che sapere se il candidato avrà il controllo sul deficit. In realtà, sul fronte dell’economia, il 70% degli elettori assicurati ad uno dei due campi, non si aspettano grandi sorprese. In casa dei Repubblicani, gli attivisti sono convinti che il loro “prescelto” abbasserà le tasse, ridurrà la spesa sociale, farà tagli sul bilancio, Difesa esclusa. Il 20-30% degli indecisi sono meno concentrati sull’economia, dando loro Obama l’impressione di  “gestire”, “amministrare”, senza perdere mai il suo sangue freddo. La differenza si è fatta sulle questioni sociali, sul quadro corrente e immediato del Paese. Non dimentichiamo la lunga invettiva di Mitt Romney sul fatto che il 47% degli Americani erano degli assistiti che dovevano votare Obama per necessità. Il vero problema dei Repubblicani è la base di elettori sulla quale si appoggia Romney che aumenta in proporzione alla loro età. Lo zoccolo duro dei militanti invecchia. Forse è ingiusto e sbagliato, ma Romney è stato percepito come una reminiscenza del passato certamente glorioso – Reagan, gli anni ’50 – ma la cui pagina è stata girata. Questo ricorda un po’ il “ponte verso il futuro” al quale si era affidato Bill Clinton nel 1996, spazzando via un Bob Dole che si poneva come “legame con il passato” di un’America idealizzata. Questo Partito poi non echeggia assolutamente nelle orecchie di popolazioni in piena crescita, come gli Ispanici. Sicuramente ora tenteranno di toccare le classi meno privilegiate, di adottare un’attitudine più accondiscendente per ciò che riguarda la società. Dovranno poi trovare un candidato capace di galvanizzare la massa. Viene da chiedersi, come reagiranno quelli del Tea Party, frangia più a destra del Partito. Alle primarie hanno “imposto” il loro ritmo è vero, ma tante “idee” vengono lanciate alle primarie dove “bisognava” essere il più anti-Obama, anti-immigrazione, anti-Stato, anti-aborto. Questo modo di fare non è appannaggio di un solo campo. Alle primarie democratiche di 4 anni fa, ci furono violentissimi attacchi a Bush e alle “sue” guerre. In fin dei conti dove possono andare questi voti ultraconservatori, se non verso il candidato Repubblicano? Non possono imporsi come terza forza. Ross Perrot insegna.

Romney ora scomparirà nel limbo della storia? Forse, come accadde a Walter Mondale, sfortunato candidato che perse contro Reagan nel 1984. Nessuno si ricorda che è stato il primo a volere una donna come candidata vice nella sua corsa alla Casa Bianca. Ma altri esempi della storia insegnano che grandi perdenti  hanno contribuito a fare la Storia degli Stati Uniti. Ne è un esempio William Jennings Bryan, che si è battuto ben tre volte per la Presidenza, nel 1896, 1900 e 1908, un vero “perdente professionista”, ma che è stato comunque il motore di grandi riforme nei 30 anni di carriera politica, facendo introdurre l’imposta progressiva sul reddito, concedendo il diritto di voto alle donne e l’elezione diretta dei senatori. Così come Al Gore, che dopo aver perso contro George W. Bush (per volontà della Corte Suprema), non accettando la sconfitta  ha guardato oltre diventando promotore dell’Ambiente negli USA, e Premio Nobel nel 2007. Lascerà in eredità il suo nome che lo identificherà come “colui che ha contribuito a inserire l’Ambiente nell’Agenda della Casa Bianca”. Tra Repubblicani e Democratici il confine è sottile, come insegna la Storia, alla fine sono gli uomini ad indirizzare il destino.

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