Essere liberali oggi può apparire un’impresa non facile ma combattere per la piena affermazione della libertà, oltre che essere un dovere civile di primaria importanza, è un ‘dovere liberale’ al quale i liberali – di tutti i tempi – non possono sottrarsi.

“Essere liberale oggi significa saper essere conservatore, quando si tratta di difendere libertà già acquisite, e radicale, quando si tratta di conquistare spazi di libertà ancora negati. Reazionario per recuperare libertà che sono andate smarrite, rivoluzionario quando la conquista della libertà non lascia spazio ad altrettante alternative. E progressista sempre, perché senza libertà non c’è progresso” (A. Martino).

Senza libertà non c’è progresso. Di questo ne sono convinti gli uomini liberali di tutti i tempi, coloro i quali sanno, come insegna Montesquieu, che “il potere corrompe ma il potere assoluto corrompe assolutamente” e quindi, invece di porsi il problema di chi deve comandare, cercano di capire come controllare chi comanda. Contro lo statalismo e la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, inoltre, il liberale è liberista perché difende l’economia di mercato come massima espressione del merito e delle capacità individuali, come il luogo di compensazione e di premiazione del singolo che, in virtù dei suoi talenti, produce benessere per sé stesso e per la società. Il mercato, come sostiene Friedrich von Hayek è il luogo dove avviene la migliore selezione naturale; senza economia di mercato, per di più, non si afferma nessuno Stato di diritto dato che “chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini”.

“Il liberalismo – aggiunge Einaudi – è quella politica che concepisce l’uomo come fine. Si oppone al socialismo il quale concepisce l’uomo come un mezzo per raggiungere fini voluti da qualcuno che sta al di sopra dell’uomo stesso, sia esso la società, lo Stato, il governo, il capo”. Nel distinguere il liberalismo dal socialismo Einaudi sottolinea inoltre che “la diversità tra le due parti è di temperamento; i liberali più attenti ai meriti e agli sforzi della persona sono propensi a tenersi stretti nell’ammontare dei sussidi, laddove i socialisti, meglio misericordiosi verso gli incolpevoli, sono pronti a maggiori larghezze”. Il contrasto, comunque, “non è dannoso, perché giova alla scoperta del punto critico, per il quale si opera il trapasso dal bene al male sociale”.

Nemici della libertà, della persona  e della cooperazione tra gli uomini sarebbero invece gli integralisti, coloro che, sicuri della loro verità, rifiutano qualsiasi tipo di confronto o forma di dialogo, opponendosi così al progresso e quindi non favorendo, in alcun modo, lo sviluppo e l’incremento della libertà. “Anche quando il punto critico sia stato toccato – ammonisce Einaudi – la lotta tra gli uomini devoti ai due ideali liberale e socialistico non è destinata ad attenuarsi, ed è lotta necessaria e feconda; ché, se fa d’uopo che l’individuo sia libero di raggiungere massimi di elevazione individuale, è necessario anche che la gara si compia non coll’abbassare tutti al livello comune, ma coll’elevare i minori a livelli sempre più alti”.

“Solo nella lotta – aggiunge Einaudi – solo in un perenne tentare e sperimentare, solo attraverso a vittorie ed insuccessi, una società, una nazione prospera. Quando la lotta ha fine si ha la morte sociale e gli uomini viventi hanno perduto la ragione medesima del vivere”. È questo il significato più concreto della Rivoluzione Liberale, una lotta tesa ad un costante, e sempre possibile, miglioramento delle condizioni di libertà.

L’atteggiamento liberale – scrive Karl Popper – è quello di chi è disposto ad ammettere: “Io posso avere torto e tu puoi avere ragione, ma per mezzo di uno sforzo comune possiamo avvicinarci alla verità”. Ed ancora John Stuart Mill: “Le nostre convinzioni più salde non hanno altra garanzia sui cui riposare che un fermo invito a tutto il mondo a dimostrarle infondate”, perché “il panico dell’errore è la morte del progresso”, afferma il filosofo e matematico britannico Alfred North Whitehead. Ma, come sottolinea il fisico quantistico Robert Oppenheimer, “la fisica va avanti perché non sbaglia mai due volte allo stesso modo” e, pragmaticamente, in politica si dovrebbe procedere seguendo lo stesso approccio, la politica liberale in particolar modo.

Il liberali di oggi sono chiamati a svolgere un’importante opera di restaurazione della libertà soffocata da innumerevoli forme di rivendicazione collettiviste, e resa sempre più distante dalla difesa di un’autentica solidarietà liberale, che nulla ha a che fare con il contenimento e i drastici tagli alla spesa pubblica.

Negli ultimi anni, inoltre, la microeconomia – fatta di bilanci e conti economici, di costi e di ricavi, di utili e di perdite – ha finito per prevalere sulle intangibili teorie macro-economiche, intese a stabilizzare l’economia e a legittimare la sottrazione di risorse agli individui impotenti per consegnarle agli Stati onnipotenti. I danni inferti alla politica e alle istituzioni da quelle stesse forze politiche che oggi, con sconcertante disinvoltura, pretendono di accreditarsi come paladine di una politica liberale sono sotto gli occhi di tutti. Come afferma il filosofo e storico francese Michel Foucault nel saggio “Che cos’è il liberalismo” (1979), nel seno stesso della pratica liberale “si instaura un rapporto problematico, in costante variazione, in perenne movimento, tra la produzione di libertà e coloro stessi che, producendola, rischiano di limitarla e distruggerla”.

La libertà è stata strumentalizzata, per troppo tempo ormai, e il liberalismo è stato svuotato dei suoi valori fondamentali, metodo e prassi, pratiche entrambe fondate sull’individuo che è l’unico fine della politica liberale. Occorre restituire al pensiero liberale la sua dignità così come accade in Europa, dove i liberali ci sono e si vedono, dove i liberali hanno una loro piattaforma di azione e di espressione e discutono di diritti, affrontano il grave problema della disoccupazione giovanile, si preoccupano di esportare la libertà e la democrazia in quei paesi dove tali valori civili sono ancora tabù (come in Russia). In Europa le forze liberali affrontano inoltre il grave problema della violazione dei diritti umani, della guerra in Siria; cercano di prevenire i danni di un protezionismo economico e politico esasperato.

I liberali sono per loro natura proiettati verso l’esterno, aperti al nuovo, al dialogo e al confronto; lo stesso principio di libera concorrenza corrisponde ad un procedimento di scoperta del nuovo. Metodo e prassi sono inoltre compagni di viaggio costanti: non si è liberali se ci si rifugia in sterili ideologie e ci si rifiuta di affrontare la realtà concreta con i suoi innumerevoli problemi da risolvere.

Per il liberale le libertà civili sono inscindibili dalla libertà economica per una ragione estremamente pragmatica, ad ampio raggio, che investe l’intero patrimonio umano, economico e spirituale dell’individuo. Come afferma Wilhelm Röpke, l’autore dell’Umanesimo liberale, “venendo meno la libertà economica, la quale si sostanzia non solo nella libertà dei mercati, ma anche nella proprietà privata, la libertà spirituale e politica perde le sue basi. L’uomo che soggiace alla costrizione da parte dello Stato e della sua burocrazia nelle sue attività quotidiane e nelle condizioni della sua esistenza materiale, rimanendo alle dipendenze di un monopolista onnipotente cioè dello Stato, quell’uomo perde la sua libertà sotto tutti i punti di vista”.

Il grado di riformismo liberale oggi si valuta e si giudica in base a fattori molto tangibili quali l’efficienza della spesa pubblica; un più fluido decentramento amministrativo che vuol dire anche abolizione delle provincie e accorpamento dei comuni; il federalismo fiscale e la concorrenza fiscale, fattori fondamentali per lo sviluppo economico (innumerevoli sarebbero i benefici che deriverebbero a tutti i cittadini, in Italia e in Europa, se ogni comunità locale amministrasse le proprie risorse e fosse costretta a competere, nella gestione del bilancio e nella definizione delle imposte, con ogni altra giurisdizione); la lotta alla corruzione; una legge elettorale più equa; la depoliticizzazione della società e il conseguente divorzio tra politica ed economia; ed infine, tasse più oneste che permettano a famiglie e imprese di prosperare e non semplicemente sopravvivere.

È necessaria una politica liberale che sappia coniugare libertà e solidarietà per le fasce più deboli ma che, nel contempo, abbia la volontà e la capacità di combattere e smantellare tutte le incrostazioni burocratiche e corporative del nostro Paese, eliminando i privilegi di tante categorie protette, perché non è solidarietà liberale sostenere finanziariamente ampie fette di popolazione con elargizioni che, per un’incontrastabile legge sociale, vengono sparse a pioggia, premiando inevitabilmente i cosiddetti ‘furbi’e lasciando molto spesso immutata la condizione di coloro che hanno davvero bisogno di un sostegno. Il sistema dei ‘furbi’ ha messo in crisi lo Stato sociale, che più che uno strumento di giustizia e di sollievo per i meno avvantaggiati, alla lunga si è rivelato, piuttosto,un enorme peso per la burocrazia preposta alla produzione di beni pubblici, oggi drasticamente (e magari eccessivamente) ‘tagliati’, scuola e sanità prima di tutti gli altri.

Finora il mantello della solidarietà illiberale ha coperto troppe ingiustizie. Una sana società liberale è invece quella che garantisce, o almeno cerca di garantire, a ciascuno condizioni di vita dignitose, prima di tutto un lavoro produttivo e dignitoso che permetta ad ogni cittadino di essere autosufficiente. Liberare l’individuo dal bisogno e garantirgli la sicurezza della vita materiale è, come sottolinea Luigi Einaudi, la condizione affinché egli sia “veramente libero nella vita civile e politica, perché egli si senta davvero uguale agli altri uomini e libero dall’obbligo di ubbidire ad essi nella scelta dei governanti, nella manifestazione del pensiero e delle credenze”. È per questo che “la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica”. Contrapponendo il voto espresso dal consumatore quando acquista una merce al voto dato dall’elettore al momento della scelta elettorale si afferma, inoltre, la superiorità del mercato rispetto al sistema elettorale, in questo momento storico in particolar modo.

Il problema non è tanto lottare per una società più solidale ma quello di costruire una società in grado di creare lavoro produttivo e per far ciò è necessaria una condizione: diminuire le spese pubbliche e parallelamente diminuire le imposte che ormai sono diventate un onere fiscale insostenibile per tutte le imprese. In questo modo, molto probabilmente, gli investimenti produttivi torneranno a crescere e con essi anche l’occupazione.

Per uscire dalla crisi sarebbe sufficiente essere ‘semplicemente liberali’. Il problema vero è che oggi quasi tutti si proclamano ‘liberali’, ma molti di costoro sono in realtà dei liberal-statalisti il che vuol dire illiberali. Altri, invece, riducendo il liberalismo ad una mera pratica economica lo svuotano dei suoi significati più umani e dei suoi valori umanitari, in pratica disumanizzano il liberalismo il cui fulcro è, per l’appunto, l’individuo con il suo corredo di diritti e di doveri.

Come afferma Michel Foucault, “La libertà non è mai altro – ma è già abbastanza – che un rapporto attuale tra governanti e governati, in cui la misura della scarsa libertà esistente è data dalla maggiore libertà richiesta”.

“Se impiego il termine liberale – aggiunge Foucault – è innanzitutto perché la pratica di governo che viene messa in campo (nel XVIII secolo) non si limita a rispettare questa o quella libertà, a garantire questa o quella libertà. Essa è, in un senso più profondo, consumatrice di libertà, poiché può funzionare solo nella misura in cui c’è effettivamente un certo numero di libertà: libertà di mercato, libertà del venditore e del compratore, libero esercizio del diritto di proprietà, libertà di discussione, eventualmente libertà di espressione”.

La politica liberale si affermerà, quindi, come “una nuova ragione governamentale” che “consuma libertà, vale a dire che è costretta a produrla, è costretta ad organizzarla”. “La nuova arte di governo – sottolinea Foucault – si presenterà perciò come gestione della libertà, non nel senso dell’imperativo ‘sii libero’, con l’immediata contraddizione che questo imperativo può comportare. Non è il ‘sii libero’ che viene formulato dal liberalismo. Il liberalismo formula semplicemente questo: ‘io produrrò di che farti essere libero. Farò in modo che tu sia libero di essere libero’”.

In definitiva, occorrerebbe ripristinare la funzionalità di valori liberali, essenzialmente pragmatici, quali ‘opportunità’, ‘flessibilità’, ‘responsabilità’, ‘competizione’, ‘merito’, ‘libertà di scelta’. Un’impresa non facile ma che vale la pena tentare di compiere se si è liberali dell’oggi, fedeli al motto ‘uguali nelle opportunità; diversi nelle aspirazioni e nel merito; liberi nelle scelte’, ‘uniti nella libertà’.

© Rivoluzione Liberale

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