Le cronache del nostro Paese in questi giorni, ma ormai la cosa si ripete purtroppo abbastanza regolarmente, parlano ancora una volta di disastri dovuti al dissesto idrogeologico. Che il territorio italiano sia particolarmente esposto sia a rischi di tipo sia idrogeologico sia sismico ormai dovrebbe essere patrimonio di conoscenza comune, ma ogni volta il disastro di turno sembra prenderci sempre di sorpresa e ovviamente ogni volta lascia un conto salato da pagare, purtroppo spesso anche in vite umane.

Eppure la conoscenza del rischio dovrebbe portare con sé l’unico vero antidoto in grado di ridurre i danni ed i costi: la prevenzione. Di prevenzione si parla probabilmente dal giorno seguente alla prima catastrofe naturale della storia, ma come mai nel nostro Paese è così difficile da realizzare concretamente?

Eppure abbiamo esempi di Paesi che convivono con rischi enormemente più grandi dei nostri e potenzialmente più distruttivi, come Giappone e California per i terremoti, o un’Olanda che vive per gran parte al di sotto del livello del mare, ma hanno imparato a prevenirli e a ridurne la minaccia entro certi limiti. Probabilmente ciò che gioca in Italia contro la prevenzione ha qualcosa a che fare, al solito, con la politica.

La prevenzione infatti non è gratis, certamente ha comunque costi impegnativi, e non dà all’amministrazione pubblica che la intraprende un ritorno immediato d’immagine, è infatti un investimento silenzioso per il futuro, una cosa alla quale la politica di oggi, per la quale l’unico futuro è solo la prossima tornata elettorale, non è di certo una priorità.

I costi però delle catastrofi, e delle necessarie ricostruzioni a disastro avvenuto, sono enormemente più alti, senza parlare delle sofferenze e perdite di vite che spesso si portano dietro. I cittadini dovrebbero imparare a valutare con un metro nuovo i propri amministratori e politici, più che premiarli solo se realizzano un nuovo stadio è bene che li pesino anche su come fanno prevenzione alle calamità naturali, specie a quelle note e previste. Perché è vero che un terremoto non può essere previsto, ma le zone a rischio sismico che interessano il nostro Paese, e lo interessano per la sua gran parte, sono note ai geologi ed ai geofisici e lo sono, o dovrebbero esserlo, anche agli amministratori.

Non è il terremoto infatti ad uccidere le persone, ma gli edifici che crollano e prevenzione può essere fatta rendendo gli edifici in grado di resistere ai terremoti, quantomeno che non crollino come castelli di carte. Questo è abbastanza semplice da fare con gli edifici nuovi, per i quali è sufficiente controllare che siano correttamente progettati ed eseguiti (cosa che non sempre avviene purtroppo), ma è assai problematico per un Paese come il nostro che ha un enorme patrimonio edilizio non solo vecchio, ma addirittura antico e ovviamente in gran parte inadeguato allo scopo. Per questo ampio patrimonio è difficile, specie in tempi di vacche magre come oggi, intervenire su vasta scala, ma senz’altro dovrebbe essere priorità delle amministrazioni la messa in sicurezza degli edifici pubblici più delicati, partendo da ospedali e scuole.

Lo stesso può dirsi per quel che riguarda il dissesto idrogeologico, male di cui il territorio italiano, per la sua natura geologica e per la sua conformazione, è assai soggetto e per il controllo del quale è necessaria una azione continua di prevenzione e cura del territorio, una pianificazione oculata dell’urbanizzazione e della realizzazione delle opere pubbliche in genere.

In entrambi i casi occorre rivalutare professioni forse sottovalutate in Italia come Ingegneri geotecnici, geofisici, geologi, agronomi. Magari ascoltandone di più i consigli anziché condannarli alla galera per non aver sopperito a sufficienza alla mancanza di responsabilità della politica.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI