Ho abbastanza anni, ahimè, da ricordare un’aspra battaglia di sessant’anni fa: quella della c.d. Legge truffa. La Democrazia Cristiana e i suoi alleati centristi, che avevano la maggioranza nel Paese, temevano che questa maggioranza, per il gioco complesso della legge elettorale, non si traducesse automaticamente in una maggioranza parlamentare sufficiente a governare con tranquillità e al riparo delle inevitabili assenze di questo o quel parlamentare della maggioranza o, peggio, di quei “franchi tiratori” le cui male pratiche risalgono agli albori della Repubblica. E così si fabbricarono una legge secondo cui la coalizione che avesse raggiunto il 50% più un voto, avesse un premio di maggioranza del 5% in Parlamento rispetto ai seggi conquistati. Non stropicciatevi gli occhi, avete letto bene: il 50+1, cioè la maggioranza assoluta nel Paese, portava una quindicina di parlamentari in più. Non si alterava così la volontà popolare, si rendeva solo un poco più comoda quella che ancora non si chiamava “governabilità”.

Eppure la legge fece scandalo e provocò una resistenza fierissima, anche con manifestazioni nelle piazze, in primissima linea da parte di quel Partito Comunista da cui il PD direttamente discende. Bollata subito come “Legge truffa”, la legge, per pochi voti, non scattò (la DC e i suoi alleati sfiorarono il 50% ma non lo superarono). La DC governò lo stesso per altri 40 anni, con alleanze a geometria variabile, dimostrando che il difetto principale di una legge tanto controversa (come ammoniva a quel tempo mio padre, senatore DC e amico, ma anche critico, di De Gasperi, che la legge l’aveva voluta) era di essere, in fondo, superflua. Senza l’effetto della campagna contro la pretesa truffa, probabilmente la DC e i suoi alleati avrebbero conquistato una maggioranza più ampia. E, comunque, che sarebbe successo se il premio fosse scattato? Probabilmente nulla di diverso da quello che è poi avvenuto, e che è il frutto di una dinamica complessa, innanzitutto interna alla DC e poi ai rapporti tra socialisti e comunisti, tutte cose che avrebbero avuto quasi certamente lo stesso corso.

È allo stesso tempo triste e divertente ricordare questo lontano precedente, ora che i partiti principali paiono litigare su tutto, salvo sull’autoassegnazione di un succoso “premio di maggioranza”, asseritamente in nome della “governabilità” ma in realtà per tentare di riparare con una stampella artificiale alla spaventosa perdita di consensi di cui sono coscienti e trasformare, per arte di magia, una minoranza in maggioranza. Ed è curioso che il più favorevole a questo premio sia quell’on. Bersani che, ai tempi del vecchio PC in cui si è formato, avrebbe fatto le barricate in difesa della democrazia violata.

Devono essere veramente alla disperazione quei partiti e quei supposti leader che, sapendo di non poter puntare, neppure nei sogni più rosei, a conseguire in modo franco e onesto la maggioranza dei voti, ci provano con trucchi scandalosamente scoperti, al solo fine, che tutti li accomuna, di salvarsi la pelle e di non finire affogati dall’ondata del non voto e del grillismo. E quanto poco gli interessino la governabilità, il bipolarismo, l’alternanza, il rispetto della volontà elettorale e via dicendo, lo dimostra il fatto che non fanno la sola cosa che sarebbe forse in grado di realizzarli, e cioè una legge uninominale a doppio turno, che costringa la gente a scegliere alla fine tra due, non tra dieci o venti, partiti o coalizioni di partiti. E non lo fanno, sospetto, perché hanno paura che alla fin dei conti il primo partito in molte circoscrizioni risulterebbe purtroppo proprio quel Movimento 5stelle che disperatamente cercano di esorcizzare.

Dio solo quale nuovo indigeribile pasticcio elettorale ci aspetti, magari con la sapiente mediazione dell’ineffabile Calderoli. Ma quello che è sotto i nostri occhi è comunque uno spettacolo brutto, bruttissimo, e probabilmente altrettanto inutile quanto la vecchia Legge truffa. Perché nulla fa pensare che, alla resa dei conti, l’alleanza PD-SEL (e meno che mai quella PDL-Lega) possa raggiungere quella soglia minima che, per decenza, andrà fissata perché scatti il premio di maggioranza.

E allora? È patetico lo sdegno imbronciato con cui Alfano e Bersani respingono a priori un Monti-bis, e il secondo addirittura ipotizza uno “tsunami” se la sera delle elezioni non vi fosse una maggioranza autonomamente in grado di governare. Ma chi credono di ingannare? Non si rendono conto che l’argine all’antipolitica non è nella cattiva politica dei partiti tradizionali ma nello sforzo di buona amministrazione del Professore e dei suoi tecnici che, perlomeno, hanno rimesso l’Italia al crocevia della storia europea?

Ancora una volta, dobbiamo ripeterlo alto e forte: la sola speranza per il Paese è che dalle elezioni esca un centro forte, liberale e riformista, in grado di determinare la composizione della maggioranza e di indicare un programma di risanamento che prosegua e amplifichi quello con tanta fatica intrapreso da Monti. Affidarsi ancora una volta ai falliti populismi di destra e di sinistra e, ora, ai loro disperati trucchetti, sarebbe davvero un suicidio.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. P.S: E parlando di populismo: come definirebbe l’on.Bersani quello della signora Camusso e dell’intera CGIL? E di tutti quelli che, ingenui o no, fanno le barricate contro la crisi e la politica del Governo, che é come se si andasse in piazza a protestare contro la febbre e a vituperare il medico costretto a prescrivere gli antibiotici? Domanda vana; dall’on.Bersani, a cui ho posto direttamente queste domande da almeno un mese, non mi aspetto risposta.

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