La nuova fiammata di guerra in Medio Oriente di queste ore riaccende i riflettori su uno dei punti caldi del pianeta, quello più vicino a noi e forse più pericoloso e incancrenito. Oggi, mentre i razzi di Hamas colpiscono le città israeliane e i raid aerei dell’esercito di Tel Aviv rispondono con pesanti bombardamenti, occorre constatare come tutti i tentativi di ricomporre questo conflitto siano finora falliti, e neppure la fine della guerra fredda, combattuta a lungo per procura in questi territori, è servita a raffreddare la situazione.

Non voglio rivangare troppo le origini di questo conflitto e la nascita dello Stato d’Israele, semmai magari limitarmi a ricordare come leggende metropolitane che raccontano della cacciata del “popolo palestinese” dalla sua terra per insediare lo stato ebraico non corrispondono alla realtà. In effetti alla nascita dello Stato d’Israele nel ’48 non esisteva alcun popolo palestinese, men che meno uno Stato palestinese. Lo stato d’Israele avrebbe dovuto accogliere sia le popolazioni arabe che quelle ebree residenti, oltre ad accogliere i sopravvissuti europei dell’Olocausto. Una parte dei residenti Arabi lasciarono volontariamente Israele, alla proclamazione della sua indipendenza, per “facilitare” l’attacco dei Paesi Arabi confinanti che invasero da ogni lato lo Stato Ebraico poche ore dopo la sua proclamazione. La sconfitta militare dei paesi Arabi rese poi assai difficile il ritorno di coloro che se ne erano andati convinti di tornare dopo pochi giorni da vincitori. La maggioranza poi di quello che oggi è il popolo palestinese non proviene dai territori dello Stato israeliano, ma bensì provengono dalla Giordania, da cui furono cacciati a cannonate nel settembre del 1970 – il famoso “settembre nero” – dall’esercito giordano dopo che avevano creato una sorta di Stato dentro lo Stato e dopo aver ripetutamente tentato di rovesciare il regime di re Husayn di Giordania, anche attentando più volte alla sua vita. Una situazione aggravatasi da un uso spesso strumentale della cosiddetta “causa palestinese” fatto per lungo tempo da parte di alcuni Paesi Arabi e dell’Unione Sovietica, non solo in funzione anti-israeliana, ma anche anti-americana, sfruttando cinicamente le sofferenze di queste popolazioni.

Eppure lo Stato di Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese avevano raggiunto accordi importanti, derivati dai trattati di Oslo del 1994, che avevano portato alla nascita di un embrione di Stato palestinese con l’autonomia concessa da Israele all’inizio degli anni Duemila ai Palestinesi nei territori di Gaza e Cisgiordania.

La vittoria elettorale del gruppo islamico integralista Hamas, alle elezioni legislative del 2006, riportò la situazione in ebollizione, tanto da arrivare alla cacciata dell’Autorità Nazionale Palestinese dalla striscia di Gaza da parte delle milizie di Hamas e all’instaurazione in tale territorio di una repubblica islamica, subito appoggiata dal regime iraniano degli ayatollah, nella quale hanno proliferato gruppi estremisti come le Brigate dei martiri di Al Aqsa o la Jihad islamica, artefici di numerosi attentati terroristici in Israele e responsabili spesso del lancio di razzi sulle città ebraiche. Alle azioni di queste milizie l’esercito israeliano ha risposto con azioni militari anche di vasta portata che purtroppo inevitabilmente spesso coinvolgono le popolazioni civili.

Anche oggi dietro al conflitto tra palestinesi e Israeliani si nasconde un più ampio conflitto tra integralismo islamico, fomentato dall’Iran, e l’America e più in esteso l’Occidente che vede Israele come la sua propaggine più orientale. Proprio questo fatto dovrebbe far comprendere come una soluzione possibile del conflitto non può non vedere anche l’Europa coinvolta in un modo attivo.

Come può intervenire l’Europa in modo attivo? Credo che un’azione possibile, anzi doverosa ed altamente significativa, sarebbe quella di accogliere Israele nell’Unione Europea, togliendo per sempre l’illusione che Israele possa rischiare di rimanere solo, anche in un momento in cui l’America di Obama appare meno attiva di un tempo nel volersi impegnare per difenderne la sicurezza. Questo provvedimento altamente simbolico potrebbe far capire a chi ancora crede di poter “spazzare via l’entità sionista dalla faccia della terra”, per usare le parole usate dal Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Ahmadinejad, che l’esistenza di Israele ed il suo diritto alla sicurezza non potranno mai più essere messe in discussione.

L’Europa non dovrebbe fare l’errore di pensare che questo non sia un suo problema, anche alla luce del fatto che dietro agli scambi di razzi e missili tra Hamas e Israele c’è un rischio, ben più grave e non così remoto, di uno scontro con l’Iran potenzialmente anche di natura nucleare.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI

4 COMMENTI

  1. è una proposta dei radicali quella di ammettere Israele nella UE. e non è la soluzione. la vera soluzione, una volta per tutte è che l’ONU legittimi la Palestina come Stato. Anche hamas non avrebbe motivo di esistere più. Ma Israele non vuole. Nè più nè meno.

  2. Gran parte della mia vita professionale é stata segnata dal problema del Medio Oriente, sia all’ONU, sia alla NATO, sia nella Cooperazione Politica Europea. Conosco bene Libano, Siria, Israele e Giordania, ho incontrato i leader piú significativi, da Mubarak ad Assad (padre), da Shamir ad Arafat, da Shimon Perez a Netaniahu, e redatto il primo accordo Europa-Israele, firmato a PArigi nel 1991. Shimon Perez mi definí, affettuosamente, un “amico di Israele” e tale mi considero. Paradossalmente, anche Arafat mi considerava amico. poiché ho visto da vicino la tragedia di centinaia di migliaia, milioni di palestinesi ( esistevano, eccome!), cresciuti nella situazione agghiacciante di profughi nei campi, vittime, da un lato, della volontá israeliana di fare spazio al proprio popolo e, dall’altra, della spietata insensibilitá dei Paesi arabi che si sono serviti di loro. Non si puó comprendere la eterna vicenda mediorientale se non si capiscono egualmente i due punti di vista opposti, ma anche se non si prescinde una volta per tutte dai riferimenti al passato (che in quelle terre sono purtroppo sempre presenti, e all’interlocutore europeo capita di sentirsi ancora rimproverare, a Damasco e altrove, le Crociate). Occorre guardare avanti e basarsi sull’unica soluzione possibile, indicata da una Risoluzione del CdS dell’ONU degli anni ’60 e dagli europei nella Dichiarazione di Venezia del 1982, e sostenuta anche dall’Amministrazione Obama: due popoli in due Stati in convivenza pacifica tra di loro. Sembrava di esserci arrivati vicini, poi da un lato e dall’altro sono sopravvenuti i falchi, quelli che la pace non la vogliono, perché estremismo e guerra sono il loro mestiere: Rabin fu ucciso, e a Ghaza si é imposto Hamas, e ne vediamo oggi le conseguenze. Se non accade qualche nuovo disastro (e la follia di Hamas rischia di provocarlo), il conflitto é destinato a durare finché, per miracolo, o per stanchezza, non coincidano da una parte e dall’altra i fautori di un accordo.
    Su questo sfondo poco incoraggiante, l’ingresso di Israele nell’Unione Europea, che Israele del resto non chiede , non servirebbe a molto. Israele ha bisogno di sicurezza, certo, ma l’affida alla propria forza militare, e in ultimissima analisi all’appoggio americano, non certo a quello europeo del quale con qualche ragione diffida. Per questo, in passato si era parlato di un’adesione israeliana alla NATO che, essa si, é un’organizzazione di sicurezza che garantisce, colla partecipazione degli Stati Uniti, protezione adeguata. All’adesione piena si opponeva l’art.10 del Trattato di Washington , ma si sarebbe potuto trovare un accordo bilaterale NATO-Israele che avesse effetti simili. Ma vi si opponevano vari Paesi dell’Alleanza, (Francia, Spagna, Grecia, e non solo: anche l’Inghilterra era e resta sempre attentissima al complesso delle sue relazioni cogli Arabi)). Gli stessi Paesi si opporrebbero all’entrata nell’UE (e ricordiamo che questa puó avviene per adesione unanime di tutti i Paesi membri, non a maggioranza). Un binario morto, dunque? Lo temo molto. Cosa puó fare allora l’Europa? Poco, ho paura, a parte dire chiaramente agli uni e agli altri la propria posizione, evitare di dare appoggio o avallo agli estremisti delle due parti, e restare nel gruppo negoziale dei Cinque, sperando sempre nell”azione americana, la sola che conta a Gerusalemme. Tenendo sempre presente che nessun accordo di pace é possibile, in nessun conflitto, se ambedue le parti non coincidono nel volerlo o almeno nell’accettarlo. E che per proporsi come garanti e difensori ultimi della sicurezza israeliana bisognerebbe averne la forza, tanto politica quanto militare.

  3. Naturalmente i miei articoli sono opinioni, per cui opinabili, e servono a suscitare anche dibattito su problemi attuali. Nessuna pretesa di trovare soluzioni miracolose ad uno dei più complessi conflitti al Mondo. Osservo solo ad Elvira che le cose non sono neppure così semplicistiche come le delinea, soprattutto nel momento in cui Gaza è sotto una repubblica islamica guidata da Hamas e la Cisgiordania invece sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Quale dei due dovrebbe riconoscere l’Onu come stato?

  4. Mi inserisco nel dibattito aperto sulla materia, facendo riferimento a quanto sto per esprimere che a me sembra degno di considerazione e riflessione nel parallelismo temporale degli eventi storici riguardanti il popolo ebraico. Sono nato e vissuto giovanissimo a Tripoli di Libia e ricordo che in un ambiente multietnico gli italiani, gli arabi, gli ebrei, i maltesi, nonostante le differenze originarie e religiose, vivevano in buona armonia nel rispetto reciproco; e ciò per merito dei no- stri connazionali per cui, detto per inciso, la parola cattivi colonizzatori è inappropriata, coniata com’è stata,con disprezzo, prima dagli inglesi e dai francesi, nostri nemici ancor prima del fa- scismo,poi dal sanguinario Gheddafi, e vergognosamente avvalorata da alcuni nostri politici governanti, che hanno cancellato la storia per accattivarsi le simpatie del misero dittatore..
    Gli italiani con la loro opera costruttiva e di persuasione avevano raggiunto lo scopo di ridurre i
    contrasti tribali locali esistenti da sempre e di pacificare le diverse provenienze gettando le ba- si per realizzare la nazione Libia.
    E’ accaduto,nel dopoguerra, che, avendoci detronizzato, gli inglesi cominciarono a fomentare gli arabi contro gli italiani, che però furono rispettati fino alla venuta del Colonnello, e contro gli ebrei, che mantenevano il primato finanziario e del commercio, subendo persecuzioni violente, di cui fui testimone, fino all’eccidio del 1948, senza che i compassati britannici intervenissero.
    Ho voluto raccontare quanto sopra perchè non so ipotizzare alcuna indicazione per pacificare quella zona del Mediterraneo mediorientale, perchè non nutro fiducia nel comportamento falso
    ed ondivago degli europei,come ha fatto notare l’Ambasciatore Jannuzzi. Peggio ancora rivol-
    gersi all’ONU con i suoi multiformi apparati di divieti e controsensi. Sono molto titubante nel con- fermare le due opinioni.
    Non sono un guerrafondaio nè un tifoso della politica estera degli USA, ma ritengo che l’unica
    strada da percorrere sia quella più gradita ad Israele:.l’intervento diplomatico americano.

Comments are closed.