Il 15 novembre, alla notizia dei raid israeliani su Gaza, il leader dell’ Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha deciso di interrompere il suo viaggio in Europa. L’ emergenza verrà affrontata in una riunione con la Lega Araba, puntando soprattutto ad ottenere l’appoggio dell’Egitto di Morsi e del Qatar che ha già preso posizione contro Israele dichiarando la necessità di una ‘punizione’. Di fronte al conflitto in escalation fra i due paesi, il mondo occidentale sta a guardare. E l’Europa?

Catherine Ashton, Rappresentate per la politica estera dell’UE si è espressa con un freddo comunicato sugli ultimi eventi, rimarcando la posizione europea contro ogni tipo di violenza e di deplorevole uccisioni di civili. Niente di nuovo sulla scena delle relazioni internazionali: le democrazie si schierano contro le violenze, contro le barbarie che un conflitto senza soluzione (apparente) sta mettendo in atto. L’Europa, in particolar modo, tende a ricalcare le posizioni già espresse dagli Stati Uniti, nella speranza, ancora una volta, di non dover prendere una posizione chiara sulla questione.

Mentre la Palestina cerca di forzare l’appoggio dei paesi arabi alla sua causa, a nessuno viene in mente che siamo ormai in un mondo interconnesso e globalizzato dove non contano più le distanze fra conflitti: ricordiamo la crisi petrolifera del 1973? L’Europa e gli Stati Uniti si accorsero amaramente non solo del potere di ricatto dei paesi dell’OPEC, ma anche che un conflitto locale e lontano sarebbe stato capace di paralizzare il mercato globale del petrolio. In quel caso, il mondo che aveva bisogno di energia si piegò. Oggi, domandarsi “cosa succederebbe se…” e prefigurarsi gli scenari possibili sarebbe utile, soprattutto per l’Europa che deve prendere una posizione chiara, non solo sulla scorta delle Nazioni Unite.

Fra i rappresentanti dell’elite diplomatica, la Ashton è chiamata “Lady Who”. Sembra quasi di ritornare alla bruciante domanda di Henry Kissinger “che numero devo fare per parlare con l’Europa?”;  oggi più che mai occorre non solo che il numero dell’Europa sia reperibile, ma anche che le stesse istituzioni si schierino sulla questione.

Pensare alle conseguenze che potrebbero derivare non solo dalla situazione contingente della guerra, quanto in quella dei rapporti europei con un Medio Oriente diviso e “altamente infiammabile”. Il prossimo 29 novembre ricorrerà il 65° anniversario della risoluzione 181 dell’Onu, che nel 1947 divise il territorio affidandone il 56% alla costituzione di uno Stato Ebraico. Abu Mazen aveva dichiarato che per quella data la Palestina avrebbe nuovamente richiesto all’Onu che gli fosse conferito lo “stato di non membro”;  quale sarà la posizione degli Stati europei con diritto di veto (Francia e Gran Bretagna) nel Consiglio di Sicurezza?

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Come spiegato in commenti ad altre note su questo tema, della vicenda mediorientale mi sono occupato per buona parte della mia vita professionale, all’ONU, alla NATO e soprattutto come responsabile della Cooperazione Politica Europea. Fu in questa veste che accompagnai il primo viaggio di una Presidenza europea in Israele (presiedeva la Spagna) e, sotto la successiva presidenza italiana, al tempo dei missili iracheni su Tel Aviv, negoziai il primo accordo politico bilaterale Israele-CE. Conosco quindi bene le possibilitá, ma anche i limiti, dell’azione europea nel Medio Oriente . Lasciamo da parte quel che dice o non dice la signora Ashton, la quale non può parlare in nome proprio o di un Governo europeo che non esiste, ma deve tener conto – perché così le impongono le regole in materia di politica estera comune – delle posizioni di tutti i membri dell’UE, tra cui esistono sensibilità diverse. Andiamo invece alla sostanza, e cominciamo col dire che l’Europa ha, sul conflitto, una posizione chiarissima, fondata sulla Dichiarazione di Venezia del 1982, a sua volta basata sulla Risoluzione 262 del CdS dell’ONU: due popoli, in due Stati separati e sicuri, posizione che non è mai cambiata e che solo molto dopo di noi hanno adottato gli Stati Uniti. E l’Europa, sin dall’inizio, ha aiutato molto concretamente (più di 700 milioni di euro l’anno) l’Autorità Palestinese a sopravvivere e molti Paesi dell’UE le hanno riconosciuto di fatto status diplomatico. L’Europa ha inoltre partecipato attivamente al gruppo dei 5 che doveva negoziare un accordo e ha nominato come proprio rappresentante attivo nella Regione Toni Blair. Ora, come in altre circostanze, ha ripetuto la sua condanna della violenza: cosa avrebbe dovuto fare di diverso? Prendere partito? Accusare di tutto Hamas o, viceversa, i falchi israeliani? Non lo può fare, prima di tutto perché le responsabilità sono condivise (anche se io ritengo che, nell’immediato, la colpa sia di Hamas), e poi , come ho ricordato più sopra, perché le valutazioni sulla questione variano in Europa da quelle, diciamo, della Francia-Spagna-Grecia-Cipro-Malta a quelle dei Paesi nordici. Ma vi è un’altra ragione: ogni intervento sarebbe frustrato all’origine se una delle parti ci percepisse come parziali. Ma forse quello che si chiede è che l’Europa imponga una mediazione, magari inviando, come ha fatto la NATO negli anni ’90 in Bosnia, le truppe. Ma le mediazioni riescono quando ambedue le parti in causa lo chiedono, o perlomeno lo accettano, e posso assicurare che Israele diffida dell’Europa. E anche solo fare la voce grossa è possibile quando si ha una consistenza politica e una forza militare che l’Europa tuttora non ha. Lasciare dunque muoversi in prima persona gli Stati Uniti, e con loro l’ONU e l’Egitto, prima potenza della Regione, non è dunque una scelta colpevole, ma obbligatoria.

  2. Caro Ambasciatore,
    leggo sempre con estremo interesse le sue analisi ed i suoi chiarimenti. Vorrei chiederle un parere sul tentativo di provare ad impostare la questione portando Israele e la Turchia nel seno dell’Unione Europea, cosa che, peraltro, l’ultimo Congresso Nazionale del PLI ha auspicato nella sua mozione politica finale. Il succo del questione è, a mio avviso, che l’Unione Europea debba, pian piano, lasciare la sua connotazione storico territoriale per così dire “classica” per diventare un soggetto Euro Mediterraneo basato essenzialmente sulla difesa dei valori che esprime la NATO. Il presupposto di tutto ciò è convincere tutti gli attori che le vere radici dell’occidente debbono stare nella laicità e nel costituzionalismo liberale. Scusi molto se ho buttato giù la questione in modo molto grossolano, ma la sua opinione mi è preziosa e spero mi perdonerà. Cordiali Saluti.

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