Se ne parla ancora troppo poco, anche in ambienti liberali o che si dicono tali, dell’impatto che ha la nostra elefantiaca burocrazia italiana sul mondo del lavoro e soprattutto dell’impresa. Eppure credo che questo, assieme all’eccessiva pressione fiscale, sia il principale impedimento che ha portato lo sviluppo economico del nostro Paese ad avere un encefalogramma praticamente piatto da almeno 15 anni.

Chi opera nel mondo imprenditoriale sa benissimo quanti e quanto complessi adempimenti la burocrazia italiana li costringa quasi giornalmente, senza tralasciare alcun aspetto dell’attività lavorativa, ma direi più ampiamente della vita.

Certificati, pagamenti, dichiarazioni, attestazioni, certificazioni, vidimazioni, nulla osta, bolli e chi più ne ha più ne metta, riempiono la vita di chi lavora in modo assai più impegnativo del lavoro stesso. Inoltre spesso le norme, confuse, contraddittorie e sempre variamente interpretabili, costringono a rivolgersi a commercialisti, ragionieri, contabili e consulenti che in nessun altro Paese del mondo esistono in tale misura.

Restai allibito l’anno scorso nel vedere mio fratello, che vive in Australia, farsi la dichiarazione dei redditi e calcolarsi l’ammontare delle tasse da pagare da solo, semplicemente con una piccola calcolatrice manuale. Ma la semplicità del sistema di valutare le proprie tasse mi ha sorpreso assai meno di quanto mi abbia sorpreso la sua risposta alle mie obiezioni. Gli chiesi infatti come faceva lo Stato a prendere per buona la dichiarazione fatta dal contribuente stesso. Mi rispose che semplicemente “lo Stato di principio si fida del cittadino”. Naturalmente ci sono controlli fiscali, e se ti beccano che hai fatto il furbo vai in galera, ma il principio è che tocca allo Stato dimostrare che hai mentito, non sei tu cittadino che devi dimostrare continuamente che ciò che dici è vero, con tanto di carte da bollo, come capita qui da noi.

Insomma la burocrazia eccessiva che noi subiamo è figlia di un rapporto tra Stato e Cittadino di derivazione forse Borbonico-Bizantina di sfiducia reciproca che andrebbe ribaltato e che non è più compatibile con la globalizzazione dell’economia.

L’imprenditore italiano che deve correre con un masso sulla schiena della burocrazia e dei controlli ossessivi di uno Stato che lo considera a prescindere un mariuolo non riesce più a competere con il concorrente che opera in uno Stato che “si fida di lui”. Inoltre questo sistema di controlli burocratici assillanti non è servito a nulla sul lato della legalità, anzi lo sfuggire alle regole è purtroppo diventato per gli Italiani un modus vivendi, una lotta per la sopravvivenza.

L’eccesso di controlli, burocrazia e obblighi normativi poi colpisce normalmente coloro che le regole tentano di seguirle comunque, dato che la complessità ed il bizantinismo normativo poi perdono di vista le evidenze macroscopiche per cui spesso chi invece delle regole se ne frega sfugge ai controlli e contribuisce a peggiorare ulteriormente le condizioni di chi è onesto facendogli una concorrenza sleale.

La burocrazia quindi è un inutile ostacolo allo sviluppo ed al lavoro onesto e produttivo, tende a riprodurre e moltiplicare sé stessa ed è anche un costo vivo per lo Stato che toglie risorse ai servizi ai cittadini. Una battaglia per ridurre drasticamente l’apparato burocratico dello Stato dovrebbe quindi essere non solo una priorità liberale, ma una scelta programmatica di buon senso.

© Rivoluzione Liberale

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