20 novembre 1952, l’Italia nel pieno del processo di ricostruzione. Sessant’anni fa a Napoli moriva Benedetto Croce, mente illustre del Liberalismo italiano del Novecento, nonché padre del Partito Liberale Italiano. La morte dello studioso partenopeo segna, senza dubbio, la fine di un’epoca dominata dall’oppressione, dalla paura, dalla guerra. Nel ventennio fascista Croce è stato un maestro di libertà e il suo pensiero era scuola di libertà; Croce era la guida morale liberale, un faro di cultura, di civiltà e di onestà intellettuale per molti di coloro che al fascismo si erano opposti e sulle cui ceneri volevano costruire i principi di una nuova convivenza sociale di matrice liberale. Benedetto Croce esercitò, in pratica, un magistero di libertà intellettuale in un’epoca in cui ve ne era gran bisogno, nei confronti di un regime politico che, con forza, tendeva a strumentalizzare le coscienze, ad eliminare le ‘teste pensanti’.

La fiducia crociana nell’operare della libertà, anche in anni in cui trionfa l’ideologia, si rivela preziosissima nel momento del crollo del regime, allorché essa contribuisce a garantire la continuità dell’identità nazionale, sia sul piano istituzionale, sia su quello più profondo della tradizione culturale. Il pensiero di Croce si configura quindi come una filosofia intrinsecamente politica, predisposta ad un’interazione feconda con la realtà storica concreta.

Nel novembre del 1952 da circa sei anni l’Italia è ormai una Repubblica anche se lacerata da fortissimi antagonismi, divisa dalla Guerra Fredda. In un palazzo della Napoli popolare, nell’intreccio di strade da cui sorge Spacca-Napoli, l’anziano Benedetto Croce continua, instancabilmente, a lavorare per costruire un’Italia liberale, concependo, fino alla fine, la storia come “storia della libertà” e ribadendo di non voler “assegnare alla storia il tema del formarsi di una libertà che prima non era e che un giorno sarà, ma per affermare la libertà come l’eterna formatrice della storia, soggetto stesso di ogni storia”. “Come tale – ammonisce Croce – essa è per un verso, il principio esplicativo del corso storico e, per l’altro, l’ideale morale dell’umanità”. Per Croce non esiste nella storia un ideale che possa sostituire quello della libertà “che è l’unica che faccia battere il cuore dell’uomo, nella sua qualità di uomo”. Affermando che la libertà è morta si affermerebbe che è morta la vita.

L’uomo Croce è completamente immerso nella realtà del suo tempo, in cui agisce e patisce, dalla quale è perseguitato e alla quale reagisce. Per Croce l’uomo vedrà “serenamente succedere a periodi di maggiore altri di minore libertà, perché quanto più stabilito e indisputato è un ordinamento liberale, tanto più decade ad abitudine e, scemando nell’abitudine la vigile coscienza di se stesso e la prontezza della difesa, si dà luogo ad un vichiano ricorso di ciò che si credeva non sarebbe mai riapparso al mondo, e che a sua volta aprirà un nuovo corso”.

Nei regimi liberali gli uomini hanno l’impressione di condividere sentimenti ed azioni, al contrario nei regimi illiberali si ha l’impressione di essere in solitudine o quasi. “Il liberalismo ha una singolarità – afferma Croce – che è l’unico partito di centro che si possa pensare. Per questo esso non può dividersi in una sinistra e in una destra, che sarebbero due partiti non liberali. Naturalmente il Partito liberale esaminerà e discuterà sempre provvedimenti di sinistra e di destra, di progresso e di conservazione, e ne adotterà degli uni e degli altri, e, se così piace, con maggiore frequenza quelli del progresso che quelli della conservazione. Ma non può celare a se stesso, quella verità, che la libertà si garantisce e si salva talora anche con provvedimenti conservatori,  come tal’altra con provvedimenti arditi e persino audaci di progresso. Questi esami e queste discussioni, che si chiudono nel quadro anzidetto, sono la vita concreta del Partito liberale”.

Per il grande padre liberale Benedetto Croce volizione e azione sono la stessa cosa e, con il passare degli anni, giunge addirittura a respingere, come privo di significato, il problema dell’antitesi tra teoria e prassi. “Se il conoscere – avverte Croce – è necessario alla praxis, altrettanto la praxis […] è necessaria al conoscere che senz’essa non sorgerebbe”.

In definitiva la storia non è un idillio ma neppure una tragedia di orrori, un dramma dove i protagonisti sono necessariamente colpevoli o non colpevoli. Con fiera e dignitosa ostinazione, con la consapevolezza di aver superato le zone oscure del secolo, le barbarie della guerra e delle persecuzioni, Benedetto Croce guarda alla storia  sempre come sintesi di libertà, il cui pensiero direttivo e sempre il bene “a cui il male finisce per servire da stimolo […] la libertà non può vivere diversamente da come è vissuta e vivrà nella storia, di vita pericolosa e combattente […] un mondo di libertà senza contrasti […] senza oppressioni [è] un’immagine peggio che della morte, della noia infinita”. La consapevolezza di aver sconfitto l’oppressione dell’uomo sull’uomo rafforza il pensiero che Benedetto Croce porta dentro di sé probabilmente da sempre: “La storia umana è storia della libertà”.

“Che cosa sono – si chiede Croce – le angosce per la perduta libertà, le invocazioni, le deserte speranze, le parole d’amore e di furore che escono dal petto degli uomini in certi momenti? Quelle angosce, quelle invocazioni, quelle speranza, quell’amore e quel furore sono la storia che si fa e, potremmo aggiungere, è la libertà che si cerca”. Forse proprio in questo disordine della libertà è nascosto il segreto della sua immanenza: la libertà è l’essenza dell’uomo e non può avere un’esistenza da questi separata. La libertà è principio e fine dell’individuo e più che ‘libertà di’ la libertà liberale è ‘libertà da’. Benedetto Croce enfatizza il valore negativo della libertà che libera l’individuo da qualsivoglia entità estranea al suo essere, tanto più lo Stato. Lo Stato può farsi garante della libertà del singolo ma non può essere fonte di libertà che, per sua natura, risiede nell’uomo e quindi nel divenire storico.

È la ‘libertà da’, l’assenza di vincoli e di catene, che permette alla ‘libertà di’ di esplicarsi, rispettando però le regole di una buona convivenza sociale liberale. Il liberalismo sociale di Croce è uno degli aspetti più attuali del suo pensiero. Pur non considerando quello della scuola l’unico problema del Paese, ad esempio, Croce ne sottolinea più volte il ruolo fondamentale, non tanto per la formazione della classe dirigente, bensì per rafforzare la coesione sociale a tutti i livelli, attraverso l’aggregazione di un ceto civile in grado di realizzare una mediazione culturale interclassista.

Identificando etica e liberalismo e concependo la libertà come il più alto imperativo morale, Croce perviene al risultato di una libertà non espugnabile, di un liberalismo che, in quanto etico, è permanente e si eleva, necessariamente, al di sopra delle varie contingenze storiche. Secondo Croce c’è una libertà che non può essere, in alcun modo, tolta all’uomo, la libertà morale, della coscienza, ed è su tale libertà che il liberalismo si fonda. Croce si oppone così ad ogni forma di autoritarismo in quanto l’obiettivo dell’autoritarismo è “il governo dall’alto, che mantenga la disciplina, costringa al lavoro regolato e garantisca la compattezza e il vigore dello Stato”. Tutto ciò è antitetico alle istanze autodeterminative dell’ideale liberale e in questo contesto, come uomo del suo tempo, Croce sottolinea: “In effetto la polemica aristocratica […] avversava […] la filosofia moderna, che aveva disfatto e sostituito la teologia; la critica, che aveva dissolto e dissolveva di continuo i dommi; l’ordinamento liberale degli stati, che si affermava contro l’ordinamento autoritario; i parlamenti succeduti alle corti e alle consulte di stato; la libera concorrenza che si era aperta la strada contro i sistemi mercantili e protezionistici; la mobilità della ricchezza contro l’immobilità delle primogeniture e dei fedecommessi e degli altri vincoli; la tecnica, che sconvolgeva le vecchie abitudini; […] il sentire democratico, che misurava l’uomo con la sola misura della pura umanità, cioè con quella dell’energia intellettuale e volitiva”.

A proposito del rapporto tra liberalismo e democrazia, Benedetto Croce sostiene che “differiscono in questo, che la democrazia ha della libertà un concetto astratto, naturalistico e intellettualistico, e il liberalismo un concetto storico e concreto”. Succede, inoltre, che la democrazia “idoleggiando l’eguaglianza, concepita in modo estrinseco e meccanico, si avvia, voglia o no, all’autoritarismo, alla stasi e alla trascendenza”.

In definitiva “il liberalismo ha la sua forza e la sua debolezza nel suo procedere cauto, che tende a farsi timido; il democratismo, per contrario, nel suo radicalismo e semplicismo, che tende a sostituire alla qualità, la quantità, all’effettualità della libertà la parvenza formalistica, e che, spingendosi all’estremo, senza volerlo, provoca e agevola l’intervento delle risoluzioni autoritarie”. La democrazia assoluta, nata da illuminismo e socialismo, si traduce per Croce in “anarchia” delle “masse” ed è antitetica alla concezione crociana di centralità della “coscienza” liberale che si rivela essere il vero motore del processo di auto-determinazione dell’uomo moderno. In un saggio del 1943, “Revisione filosofica dei concetti di libertà e giustizia”, Croce sottolinea: “La pretesa di una uguaglianza incondizionata e di una giustizia assoluta e un doppio errore, perché nega l’individualità e chiude la storia”.

Il liberalismo etico di Croce, quindi, non sottovaluta neppure gli strumenti giuridico-istituzionali che caratterizzano il liberalismo come ‘prassi della libertà’; la sua concezione etico-politica della storia, inoltre, concepisce quest’ultima concretamente, come storia dei gruppi dirigenti, dei loro orientamenti, delle loro scelte, degli istituti cui hanno dato vita per garantire la libertà e contenere l’illibertà.

Lo Stato, secondo Croce, non deve basarsi su un’idea astratta e intellettualistica di libertà, ma sulle condizioni concrete di attualizzazione della libertà, sulla realtà concreta fatta di individui che con le proprie azioni stabiliscono e producono leggi, istituzioni, strutture, usi che riflettono le loro volontà. Contro ogni uso strumentale e profetico della storia Benedetto Croce nega che essa sia determinante al di sopra e al di fuori delle responsabilità degli uomini, responsabilità nei confronti della storia stessa e di ogni scelta individuale. In quest’ottica lo Stato è il prodotto delle azioni degli uomini e si afferma come la risultante delle forze che regolano la sua andatura, ovvero, la libertà e l’autorità.

Dal rigoroso immanentismo di Croce deriva l’affermazione “la vita e la realtà è storia e nient’altro che storia” e, nonostante le eclissi che la libertà possa subire nella vita politica degli stati, la storia umana è sempre “storia della libertà”.

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