Il vento in Europa è cambiato da tempo. Paesi che sembravano marciare con orgogliosa sicurezza verso i radiosi destini assicurati dall’escatologia eurologica, fronteggiano in disordine e senza speranza gli ostacoli posti innanzi al loro cammino delle infinite crisi rivelatesi negli ultimi anni.

Le relazioni fra gli Stati, ovviamente, non possono non risentire del mutato contesto geoeconomico. Prendiamo ad esempio Germania e Spagna. Le scintille fra i due Paesi risalgono alla primavera inoltrata del 2008; il paventato rialzo dei tassi d’interesse da parte della Banca Centrale Europea di un quarto di punto – a bolla immobiliare appena esplosa – mandò su tutte le furie il premier spagnolo Zapatero, che tuonò contro il dominus della BCE Jean-Claude Trichet intimandogli di “essere più prudente”. Critiche silenziate dal portavoce del governo tedesco Thomas Steg che ieraticamente sentenziò “Zapatero può dire quel che vuole, la Bce è indipendente e per noi la questione è chiusa”. La parabola ci insegna che gli interessi del debole possono essere a buon diritto sacrificati sull’ara del forte.

Le schermaglie non si son certo arrestate qui. L’atteggiamento della periferica Spagna verso l’accentratrice Germania ha perso quella benevolenza degli anni ruggenti del miracolo economico, per divenire astioso e revanscista in questi tempi di vacche magre.

Poche settimane fa, il Financial Times riprendeva la vexata quaestio delle migrazioni intraeuropee quale motivo di risentimento (ulteriore) nei rapporti bilaterali fra i due Paesi. A differenza del fenomeno migratorio degli anni ’60, che coinvolgeva vaste messi di spagnoli unskilled, negli ultimi anni sono i “cervelli” a prendere la via della mitteleuropa. Nel biennio aprile 2008 – aprile 2010 ben 118.000 lavoratori qualificati iberici hanno abbandonato la loro patria, costretti – più che da salari ricchi e condizioni di vita migliori – dalla disoccupazione asfissiante di casa loro.

La Germania, forte della sua pagella da prima della classe, bacchetta i compagni PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), forse più svogliati, di certo non nelle grazie dei professori.

Tuttavia, proprio parlando di professori, già nel 2006 il trendy economista Nouriel Roubini aveva sentenziato che “molti passi avanti della Germania potrebbero in realtà rivelarsi progressi a spese dell’Italia o della Spagna, sottoforma di quote di mercato sottratte”. Il commento, quanto mai appropriato, merita un’ulteriore considerazione. I padri dell’Europa pensarono la loro creatura quale strumento utile ad eliminare quelle prevaricazioni e quelle forme di competizione sleali fra Paesi, che tanti disastri avevano generato in passato. Attenzione a che questa Europa non divenga invece un congegno tramite cui perpetuare vassallaggi e minorità che con il liberalismo e il rispetto degli individui e dei popoli non han nulla a che vedere.

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1 COMMENTO

  1. Articolo interessante ma saturo di termini troppo tecnici o parole difficili, che, non essendo io un esperto in materia, mi hanno costretto a leggerlo consultando di continuo il dizionario.

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