Pronunciarsi a favore o contro un Monti-bis è, ovviamente, del tutto legittimo. Tirare per la giacca il Professore è, invece, futile e irritante. Futile, perché Monti, anche se lo volesse, non sarebbe in grado di decidere il futuro governo del Paese, che ovviamente dipende non dalla sua volontà ma dal risultato delle elezioni, e infatti ha dimostrato ripetutamente di non volersi lasciar prendere in questo gioco pericoloso e irritante perché, sollevando un pretestuoso polverone, si tende a mettere in difficoltà il Premier invece di aiutarlo a concludere il programma che si è proposto. E infatti vediamo che, impegnati a discutere pro e contro un Monti-bis, i partiti stanno di fatto frenando in Parlamento varie delle iniziative riformiste, a cominciare da quelle volte a ridurre i costi della politica, col paradosso che, invece di dar corso alla riduzione già più o meno concordata nel numero dei  parlamentari, è spuntato un disegno di legge, dovuto originalmente al sen. Rutelli, che prevede l’elezione di 90 “costituenti”  incaricati della riforma della Costituzione: e questo contro la Costituzione stessa, che tale compito affida al Parlamento e non a una nuova Assemblea Costituente, e con il risultato di aggiungere altri 90 parlamentari al migliaio esistente (costo previsto: 20 milioni di euro all’anno).

Può darsi che questo nuovo pasticcio (che pure raccoglie vasti consensi trasversali), alla fine non passi, ma mostra bene come ragionano i nostri eletti: tutto è buono pur di preservare le poltrone e anzi, se è possibile, aumentarle, nonostante i tempi difficili e l’indignazione della gente, con cecità pari solo all’intima arroganza.

Sul tema del futuro di Monti è di recente intervenuto anche il Presidente della Repubblica, con parole che meritano di essere analizzate. Rispondendo a chi, da posizione di favore o di ostilità, sollecita il Professore a “candidarsi”, Giorgio Napolitano ha osservato che Monti, essendo senatore a vita, non può “candidarsi”a senatore o deputato .E fin qui, d’accordo. Ma niente vieta che un senatore a vita possa lo stesso porsi come leader, o referente, di un determinato raggruppamento politico. Questo, il Presidente Napolitano lo sa benissimo. Non mi permetto di fare un’esegesi autentica del suo pensiero, ma a mio sommesso avviso, se ha usato un argomento costituzionale in sé ovvio ma non concludente, è perché ha voluto lanciare a tutti un chiaro messaggio: la forza del Professore sta nell’essere al di fuori e al di sopra delle parti: così ha reso e sta rendendo un grande servizio al Paese e così potrà renderne altri in futuro, nell’attuale o in altre capacità, se le circostanze lo richiedessero. Ogni altra via che egli scegliesse ne impicciolirebbe la figura e i meriti e contribuirebbe a pregiudicare forse irrimediabilmente quel che resta della sua azione di governo, e insieme il suo avvenire e gli interessi dell’Italia, che di una persona della sua caratura e prestigio potrà sicuramente avvalersi anche in futuro.

Se questo ha voluto dire il Capo dello Stato, con la consueta saggezza, non gli si può dare torto. Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui è utile che ci sia un personaggio generalmente rispettato e che si ponga in qualche modo “in riserva della Repubblica”. Tale, e noi fummo i primi a scriverlo nell’ottobre dello scorso anno,  era Mario Monti ed egli ha risposto alle aspettative, fermando il Paese sull’orlo di un baratro, che oggi è di moda (da Vendola aDi Pietro, da Maroni a Grillo, per non parlare dell’eterno “rieccolo”, l’inconsumabile Cavaliere) fingere allegramente di negare. E se non ha fatto tutto quello che sarebbe stato necessario, ciò è certamente dipeso dalle resistenze delle varie corporazioni, potentissime in Italia, da quella politica a quelle burocratiche, professionali, sindacali o di campanile, tanto più ardue da superare per chi non dispone di una maggioranza propria e compatta in Parlamento. Ma basterebbe il controllo dei conti pubblici, il prestigio conquistato in Europa, il calo dello spread (e quindi il risparmio di miliardi di euro d’interessi sul debito pubblico) e l’annunciato ritorno degli investimenti esteri, ad acquistargli un merito indiscutibile.

Per questo, ci sembra che un governo Monti dopo le elezioni corrisponderebbe al migliore interesse del Paese, per approfondire le riforme e avviare la ripresa economica ed occupazionale. Ma non un Monti sostenuto da una maggioranza divisa e conflittuale, non programmatica, in permanente bilico tra responsabilità e demagogia, tra serietà e fughe in avanti: piuttosto un Monti scelto e sostenuto da una forte e omogenea maggioranza liberale, riformista e di centro, che gli garantisca la realizzazione di quel percorso di risanamento che egli sarebbe certo in grado di pilotare.

Una  situazione non  pensabile se a prevalere dovessero essere la destra populista (peraltro in fase di accelerata autodisgregazione) o una sinistra erede degli errori del passato. Una situazione, invece, realizzabile, se la massa dei delusi dei partiti tradizionali, invece di rifugiarsi nella scelta suicida del non voto o di cedere alle lusinghe di un giullare da strapazzo, opterà per quelle forze competenti e pulite che stanno emergendo e possono realmente far voltare  pagina alla lunga fase di irresponsabilità e decadenza.

Poi, può darsi che le elezioni non diano nessuna chiara maggioranza, neppure con l’apporto del centro. L’on.Bersani, riferendosi a questa eventualità, ha dichiarato che la sola via d’uscita  sarebbe tornare a votare. Se queste sono solo vociferazioni preelettorali, fatte per spaventare la gente e indurla a votare per il PD, e destinate a essere dimenticate dopo le elezioni, passi ancora. Ma se l’on. Bersani dice sul serio, vengono i brividi al pensare a tanto disprezzo per gli interessi del Paese, che si ipotizza freddamente di gettare in braccio a una possibile serie di prove elettorali, probabilmente inutili e, in ogni caso, traumatiche e doppiamente costose: per il denaro che costano ai contribuenti e per la sospensione di ogni utile azione legislativa e di governo; senza parlare della caduta di immagine e di fiducia nell’Italia sui mercati e in Europa (col sicuro ritorno a spread siderali). Una caduta che ci riporterebbe davvero al livello, che abbiamo evitato, della Grecia.

Non è questo di cui l’Italia ha bisogno. Il Paese necessita, per i prossimi cinque anni come minimo, di forze politiche responsabili, che seguano la sola strada possibile per il risanamento profondo che è sempre più necessario e, se così lo volessero i risultati elettorali, sapessero accantonare le loro risse e si impegnassero su un chiaro, anche se limitato ed essenziale programma, attenti solo all’interesse del Paese, che poi alla lunga ricomprende l’interesse di tutti, partiti compresi.

In questa prospettiva – oltre che come Premier scelto da un eventuale centro vincente – Mario Monti resta una riserva importante per la Repubblica, come Premier o come garante, da una posizione più alta, di una nuova fase di risanamento. Se uscisse ora dalla sua posizione al di sopra delle parti farebbe quindi un danno, non solo a sé stesso, ma all’Italia.

Un’ultima notazione: nel parlare della fase post-elettorale, il Presidente della Repubblica ha ricordato che a gestirla non sarà lui, ma il suo successore. In realtà, essendo egli stato eletto a metà maggio del 2006, se le elezioni fossero il 10 marzo vi sarebbero i tempi tecnici perché fosse lui stesso a tenere le consultazioni e a procedere all’incarico di governo. Ma è chiaro lo scrupolo del Capo dello Stato che, con il suo altissimo senso delle istituzioni, pensa che decisioni, non di semplice routine ma eventualmente di grande portata (come quella che egli prese nel novembre 2011), sarebbero inappropriate per un Presidente uscente. E ha ragione; ma è un peccato; perché nessuno meglio di lui potrebbe guidare il Paese in una situazione possibilmente intricata e difficile nel dopo elezioni.

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